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Cattedra indiana

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Era il 9 agosto, ed io ero ad Orchha, in India, quando ho ricevuto una notizia che attendevo… da anni e non mi sarei mai aspettato di riceverla in un simile posto.

La mucca era stravaccata in mezzo alla strada. Aveva le ossa del costato in evidenza. Le orecchie battevano ritmicamente sulla testa per scacciare le mosche, la coda spennellava ogni tanto i fianchi magri. Intorno c’erano cumuletti di immondizie e sterco. Ai lati della strada c’erano dei fossati dove scorrevano due rigagnoli d’acqua, che trascinavano barattoli, bottiglie di plastica e foglie secche. Al di là dai fossati c’erano delle baracchette di mattoni e intonaco, coperte da tetti fatti di lamiere ondulate. C’era odore di frittura: infatti un omino seduto nel suo chioschetto friggeva una specie di panzerotti nell’olio bollente. Sulla strada alcuni bambini scalzi si rincorrevano, evitando di disturbare la mucca, che occupava il centro della carreggiata. Era il 9 agosto, ed io ero ad Orchha, in India, quando ho ricevuto una notizia che attendevo… da anni e non mi sarei mai aspettato di riceverla in un simile posto.

Siamo arrivati, noi del gruppo ‘Nepal-India Discovery’ A Kathmandù (Nepal) il 27 luglio, dopo una piacevole sosta di un giorno a Mosca, abbiamo avuto il primo contatto con la strada, che è il luogo dove i Nepalesi (ed anche gli Indiani), passano la maggior parte della loro giornata. Nelle viuzze di Kathmandù, rigorosamente prive di marciapiedi, circolano in un brodo di gas di scarico, polvere, pioggia e profumi vari tutte le creature della città, dagli uomini alle mucche, dai maiali alle caprette e poi cani, gatti, topi a stretto contatto con scooter, risciò, biciclette, auto, camion, pulmini: temperatura media 38 gradi di un caldo umido appiccicosissimo… Il tutto amalgamato da un piacevole e interminabile sottofondo di clacson. Il centro storico con i suoi tempietti a pagoda non è il più bello della vallata. Bhaktapur (dove hanno girato il piccolo Buddha) è molto più bella. Pittoresche le altre cittadine intorno a Kathmandù: Patan, e Bagdaon con il suo grande stupa (tempio a base circolare con alto basamento), sormontato dallo sguardo sereno del Buddha. Curioso il villaggio di Thimi, dove tutti (assolutamente tutti) non fanno altro che produrre vasi di creta; una città piena di vasi, anfore, otri… Un po’ impressionante il santuario di Dakshinkali, dove gli indù sacrificano a Kalì capretti, polli, montoni, imbevendo le immagini delle cruenta divinità del sangue delle povere bestiole. Il tutto avvolto nella quiete della foresta pluviale, al rintocco delle campane di ottone, con il profumo stordente di incenso e fiori marciti. Siamo al 29 luglio.

L’odorino che invece aleggiava a Pashupatinath ricordava i barbeque o le braci di pasquetta dalle nostre parti. In questa località infatti gli indù cremano i loro morti sulle pire, affidandone poi i resti sbruciacchiati alle acque (che non definirei limpide) del fiume, lo stesso fiume dove i ragazzini fanno tuffi e si spruzzano d’acqua, lo stesso fiume dove le donne lavano i panni e i sadhu (santoni) fanno le abluzioni purificatrici. Da Kathmandù ci siamo poi diretti a Pokkara, sulla carta 200 km: circa 6 ore di viaggio. Sulla carta, però. Nella fattispecie abbiamo percorso una strada (ma è un pietoso eufemismo), corredata da voragini e frane, che si è interrotta per 8 ore circa davanti ad una slavina. Si è accumulata una lunghissima fila di camion e di autobus, tutti coloratissimi e decoratissimi con festoni, disegni, altarini, sulle fiancate scritte di messaggi augurali e inviti alla prudenza. Ma la pioggia monsonica scendeva imbevendo la rupe sotto la quale era bloccato il nostro pulmino; a sbancare la frana sulla strada c’era solo una povera ruspa che non osava entrare in funzione fin tanto che la pioggia continuava a cadere sulla slavina convogliando il fango in fiumane abbondanti. Intanto il fiume si gonfiava ruggendo sotto il ponte stradale e dilagando nelle risaie. Alla fine la ruspa riusciva a sgomberare un piccolo passaggio tra il fango della frana. A notte fonda siamo arrivati a Pokkara (15 ore dopo la partenza da Kathmandù). Da Pokkara siamo partiti per una quattro giorni di trekking sull’Annapurna, ovviamente a quote basse (massimo 3400 metri). Era il 1 agosto, ho telefonato in Italia: tutto OK. Il percorso del trekking è stato bellissimo: abbiamo attraversato in salita foreste di rododendri secolari ricoperti di barbe di muschio e ancorati con le radici nella pietra viva. Il paesaggio non è quello tipico montano, in questa stagione non sono visibili i picchi (dai 4000 fino ai mitici 8000), ma quello che si vede, tipo l’anfiteatro sul quale siede l’Annapurna, è abbastanza impressionante: enormi bastioni rocciosi avvolti nelle nuvole, a poca distanza dal cielo… insomma l’Himalaya. Ogni rifugio raggiunto durante il trekking era una meta di sopravvivenza: alle sanguisughe (che spuntavano a frotte lungo i sentieri), alle piogge monsoniche che ci hanno accompagnato fedelmente per tutti i quattro giorni di trekking, alla fatica delle salite e delle discese. Insomma bello. Però, c’è un però. Era il 4 agosto ed eravamo appena arrivati a Ghorepani, un borghetto appollaiato a 3000 metri. “Emergency for Mr Palone – che sarei io – call immediately Italy”!!! Colpo secco, almeno un’extrasistole, sbianco all’improvviso. Che sarà successo? Sarà qualcosa di grave, se sono riusciti a rintracciami fin quassù? I minuti che hanno preceduto la telefonata che sono riuscito a fare in Italia li ho contati secondo per secondo. L’unico telefono era un baracchino dove un signore smistava le telefonate per gli abitanti del villaggio. La telefonata per l’Italia costava 1000 Rupie nepalesi al minuto (75.000 Lire). Non è stato facile prendere la linea, il telefono aveva mille fruscii e rumori di sottofondo. Dall’altro capo rispondeva mia madre che non ha fatto altro che ripetere il mio nome, almeno una decina di volte. Le mie domande arrivavano dall’altra parte in ritardo. Riuscivo a capire a malapena le risposte. Il dialogo con mia madre è stato concitato, quasi urlato. I nepalesi in fila per il telefono stavano tutti a guardarmi. C’era un altro telefono, quello per le chiamate locali, dove poco prima che riuscissi a parlare, c’era una signora. La signora aveva però abbassato: il tono della mia voce le impediva di parlare con l’altro telefono. L’emergenza dall’Italia non era quello che ho immaginato con terrore: tutti bene. L’emergenza era la maledetta burocrazia italiana. Ero partito con la convocazione in tasca per la firma del contratto e la scelta della sede per la fatidica immissione in ruolo nella scuola. Il 23 agosto avrei dovuto essere a Roma. Infatti dall’India sarei tornato il 20 agosto: in tempo. Ma per ragioni insondabili (forse per la prescia di Lady Moratti) al provveditorato hanno deciso di fare carta straccia delle convocazioni per il 23 agosto. Si anticipa tutto al 9: quando a Roma non c’è un’anima viva. Così scopro che a casa è arrivato un telegramma di convocazione per il 9 agosto, mentre io sono sull’Himalaya. I miei erano nel panico più nero. Temevano che la tanto sospirata immissione in ruolo svanisse nel torrido agosto romano, mentre io trotterellavo sul tetto del mondo. Secondo i miei (che ignoravano le difficoltà di trasporto in quel paese), avrei dovuto prendere il primo aereo e venire in Italia. Ero a 2 giorni di cammino da Pokkara, e a 16 ore (frane comprese) di viaggio da Kathmandù. Non sarei mai arrivato in tempo, e poi che aereo avrei preso? Solo tre compagnie fanno scalo a Kathmandù, nessuna connette direttamente la capitale nepalese con Roma. La vacanza, e fino a quel punto mi ero rilassato, sembrava sfumare proprio a causa delle maledette beghe che volevo per un po’ dimenticare lasciandomele a migliaia di chilometri di distanza.

L’Annapurna rannuvolato accoglieva nei suoi anfratti, nei canaloni e nelle morene, tra i contrafforti e gli strapiombi un inconsueto concentrato di italico turpiloquio e maledizioni: tutto quello che la mia bocca riusciva a urlare. Non ricordo quale cortese augurio ho riversato all’indirizzo degli signori di via Pianciani (indirizzo del provveditorato di Roma) e dei loro familiari vivi e morti, ricordo solo la faccia dei nepalesi del villaggio: probabilmente non hanno mai sentito uscire una tale potenza in decibel da una bocca umana. Comunque non avevo altra scelta che continuare il viaggio col gruppo fino a Varanasi (per gli inglesi Benares, in India). Da lì, se necessario, avrei preso un aereo per nuova Delhi e sarei tornato in anticipo in Italia, con vaghi intenti omicidi. Al telefono sono riuscito comunque un po’ a tranquillizzare i miei (325.000 lire di telefonata, appena 6 minuti di conversazione). Con questo tarlo nello stomaco, il viaggio per me continuava. Non sono riuscito a dormire per cinque giorni. Da Pokkara altre 16 ore giù verso l’India. Siamo arrivati a Varanasi alle 23 del 5 agosto, a bordo di un fuoristrada guidato da uno scocciatissimo indiano, che ci ha scassato i timpani per 10 ore con nenie-rock dell’ultimo San Remo indù… E Varanasi è stato l’impatto netto con la realtà indiana.

Le strade ancora più caotiche di quelle di Kathmandù, i mendicanti ancora più agguerriti di quelli nepalesi, i commercianti ancora più invadenti, lo stridio dei clacson, le muccone in mezzo alla strada, i cumuli di immondizia e di sterco… E poi il silenzio immobile sulle rive del Gange, il rituale notturno dei fuochi sulle acque della dea (la madre Ganga) officiato da santoni in trance, le abluzioni mattutine, i lumini di cera affidati alle acque livide del fiume, cullati da preghiere sussurrate… e le cremazioni, la notte: roghi infernali circondati dai volti dei parenti del caro estinto dipinti nelle fiamme delle pire, il fumo delle pire,… Ma a Varanasi c’era pure un bellissimo (e affollatissimo, coloratissimo, chiassosissimo) mercato delle sete: i mercanti ti spiegavano arcobaleni di broccati d’oro e argento, pashmina di lana morbidissima, sari di sete dalle tinte vive… Varanasi è la città di Manish (non so come si scrive). Manish è un bambino di 12 anni, che si è offerto di accompagnarmi nei pressi di un ghat (sorta di podio di pietra dove si allestiscono le pire sul Gange), dove mi ero dato appuntamento col resto del gruppo, da allora è stato la nostra guida a Varanasi. Manish era estremamente convincente con i turisti, il suo scopo non era quello di meritarsi qualche rupia di elemosina (che rifiutava), lui portava i turisti nei negozi dei suoi parenti, li consigliava sulle escursioni, gli metteva a disposizione la barca ed il rematore per la gita sulle acque del Gange. Ricordo che, mentre mi ‘scortava’ nel luogo dell’appuntamento, mi sono accorto che un uomo mi seguiva, forse per vendermi qualcosa o dirottarmi nel negozio dei suoi, o per chiedermi qualche rupia. Glielo ho detto a Manish e lui, da uomo fatto, l’ha mandato via con poche parole nette e decise. Ero proprietà sua, guai agli altri! Un uomo fatto a 12 anni: concreto, esperto, convincente, saputello. Io a 12 anni giocavo a nascondino e guardavo i cartoni animati. Da Varanasi chiamo l’Italia, riesco a mettere in contatto i miei con un’amica, li tranquillizzo, credo di trovare il modo per arginare l’idiozia burocratica: produrre altra cartaccia per temporeggiare con il provveditorato. Dopo i tre giorni a Varanasi prendiamo un Tata-sumo (fuoristrada) con autista e partiamo per il giro dell’India del Nord, ultima tappa Delhi. La prima sosta è a Khajuraho, piccolo villaggio che in pochi anni è stato offerto al turismo di massa. I suoi templi però valgono la lunga traversata che ci siamo fatti a bordo del Tata-sumo, lungo una stradaccia tutta buche, dossi e polvere (12 ore di sommovimenti tellurici, rimbalzando sui sedili e respirando polvere e sabbia). I suoi templi, dicevo, però valevano la pena. Si tratta di un gruppo di templi ricoperti di una fitta trama di illustrazioni tantriche, che inneggiano alle gioie, anche le più ‘proibite’, del sesso. Insomma un Kamasutra di pietra. Il tutto immerso in un bel parco. Poi di nuovo in viaggio: Orchha, antica capitale principesca: oggi sede di una fastosa fortezza délabré, e di un bel tempio abitato dai condor e da verdissimi pappagallini (gli uni in pace con gli altri). 9 agosto: é qui che il tarlo che mi rodeva dal Nepal mi ha lasciato: ho telefonato in Italia ed ho saputo che la nomina era al sicuro, la sede scelta era quella che volevo: Velletri (provincia di Roma), il mio ex liceo: avrei insegnato italiano e latino. I miei erano riusciti a fare breccia nel provveditorato: non dovevo tornare prima dal viaggio. Ho offerto la cena a tutto il gruppo al ristorante ricavato dalle stanze dell’antico palazzo del Maharaja di Orchha. Da qui tutto liscio fino alla fine: Gwalior e il suo forte di arenaria rossa mosaicata di turchese, Agra col suo forte e l’incanto dei marmi del Taj Mahal, Fathepur Sikri: città abbandonata 500 anni fa, ma intatta, cristallizzata nelle sue architetture prospettiche, nei suoi porticati enormi, cortili quadrettati come immense scacchiere dove il Maharaja giocava con pedine umane. E poi Jaipur. Un incanto. Teoria di negozietti allineati sotto rossi portici di chilometri e chilometri: stradone che si tagliano a perpendicolo dove scorreva fluido un ininterrotto traffico di persone, cavalli, dromedari, cani, mucche, maiali, biciclette, camion…E poi il palazzo del Maharaja, ancora presente con la sua famiglia, il palazzo dei venti con la facciata che sembra un fazzoletto di pizzo, il mercato delle gemme, le fortezze che coronano tutte le colline intorno alla città. Jaipur. È qui che ho comprato un tappeto, facendo finta di essere un intenditore; sono andato in una fabbrica di tappeti e qui mi hanno srotolato decine e decine di tappeti: alcuni di seta pura, altri di lana, tutti stupendi. Durissima contrattazione (aiutato da un indiano, tale Subhash, che alcuni del gruppo conoscevano dall’Italia) ed acquisto. Me lo sono portato in aereo, temendo che me lo giubilassero nelle soste di scalo. Nonostante le sue dimensioni (1,80 x 2,70) l’ho camuffato per bene, facendolo piegare ed entrare in una borsaccia di tela che ho poi imbustato in un lercio sacco di plastica. L’acquisto però ha creato un incidente diplomatico tra Subhash e l’autista che ci ha scarrozzato fino a Jaipur e che ci avrebbe portato a Nuova Delhi. L’oggetto del contendere era la percentuale sull’acquisto del tappeto: a chi toccava? Sono volate parolacce, per fortuna in hindi, alla fine ha vinto Subhash, di mezzo c’erano anche affari di casta. Ultima tappa Delhi. In parte città occidentale, o quasi, in parte groviglio di stradine e mercatini, come già visto altrove. Bellissima la Jama Mashid, enorme moschea dove abbiamo aspettato il tramonto, con la voce del moezin che invitava alla preghiera: tutti scalzi nell’immenso portico di arenaria, con i piedi scorticati dal calore della pietra infuocata dal sole indiano, ad ascoltare il canto dell’officiante. Si parte, si ritorna. Scalo a Mosca, senza visto abbiamo rischiato di pernottare in aeroporto, e poi si atterra. Roma, ore 15 del 20 agosto sono in fila al provveditorato per la firma del contratto: sono diventato professore di ruolo.

Namasté

Marco Palone

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