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Una piccola colonna di fumo

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Una piccola colonna di fumo si levava verticale dalla sigaretta, il posacenere su cui era poggiata, evidentemente un regalo, ne conteneva altre già fumate. I mozziconi producevano un odore nauseabondo che si mescolava alla nube di fumo che aveva già riempito la stanza e addirittura fuoriusciva dalla porta.

Una piccola colonna di fumo si levava verticale dalla sigaretta, il posacenere su cui era poggiata, evidentemente un regalo, ne conteneva altre già fumate. I mozziconi producevano un odore nauseabondo che si mescolava alla nube di fumo che aveva già riempito la stanza e addirittura fuoriusciva dalla porta. Nel tempo il fumo aveva ingiallito le finestre, nonché le pareti del’ufficio. L’ufficio del presidente.

Fuori dalla porta la targhetta recitava Presidente – Dr. Cav. Mauro Ricordi. Lui, il Presidente, sedeva sulla poltrona, immobile. Il suo sguardo si perdeva in un punto indefinito della stanza, approssimativamente accanto all’enorme televisore appeso alla parete, acceso su Sky Tg 24, 24 ore su 24. Le immagini di orde di profughi fuggiti dalla Siria, in marcia verso una Europa piena di speranze, scorrevano indifferenti agli occhi del Presidente.

La colonna di fumo, che continuava a levarsi verticale dalla sigaretta, oscurava i quadri, evidentemente regalati, affissi alla parete, ma anche la cornice posta sulla scrivania che conteneva la foto della famiglia Ricordi. In riva al lago, al tramonto, lui, Mauro Ricordi, la sua compagna Magdalena, evidentemente più giovane di lui, Marco, il figlio della prima moglie, e Karen, la bimba nata dalla relazione con Magdalena prima della separazione dalla moglie.

Immobile, il super Presidente mega galattico, seduto sul bordo della poltrona in pelle blu che arredava l’ufficio da poco più di una settimana e che aveva sostituito sei mesi prima la precedente di colore nero che, a sua volta, aveva sostituito sei mesi prima la precedente di colore beige e così di sei mesi in sei mesi, con alle spalle incorniciate due lauree e un master, continuava a fissare un punto indefinito della stanza. La giacca dell’abito dozzinale che indossava da una settimana era accuratamente poggiata sulla spalliera della poltrona, i pantaloni, troppo corti per essere alla moda, erano sgualciti all’altezza dell’inguine a forza di stare seduto. Nonostante fosse di colore grigio, si riuscivano a contare ben sei pieghe. La cravatta rossa ministeriale era allentata intorno al colletto sbottonato della camicia celeste.

Dalla sigaretta si levava ancora una colonna sottile che affumicava l’alone di sudore sotto le ascelle maleodoranti, mentre dalle maniche arrotolate uscivano due braccia che, avverso i gomiti appoggiati alla scrivania, sostenevano la testa quasi fosse un peso morto. La barba folta faceva da cuscinetto sulle mani ammortizzandone un poco il peso.

Il neo largo e crespo posizionato sulla regione temporale appariva più lucido a causa del sudore. Piccole bollicine sulla cute calva del cranio, di tanto in tanto, scorrevano verso il basso vittima della forza di gravità. Gli occhiali poggiavano quasi sulla punta del naso che si allontanava dal viso inarcandosi all’insù. Le narici scendevano dal setto per terminare nella base del naso descrivendo una semicirconferenza che col tempo assomigliava sempre di più alle branchie di un pesce di profondità che scava nella melma alla ricerca di qualcosa di commestibile. Le lenti spesse e unte degli occhiali producevano un effetto simile a quello delle lenti di ingrandimento vendute con i giornalini di cronaca nera nell’edicola all’angolo della piazza. Le labbra strette e sottili non producevano alcun suono, ma, da come si gonfiavano le mascelle, era chiaro che stesse digrignando nervosamente i denti.

Le dita delle mani si affacciavano al di fuori della barba folta lasciando intravedere i polpastrelli che erano inspiegabilmente corti e tozzi. Le unghie descrivevano la forma di una mezzaluna e si attaccavano ai polpastrelli come se fossero un corpo estraneo incollato sulla carne.

Insolitamente, lo schermo del computer quella mattina non visualizzava alcun video musicale rintracciato su you tube, ma era silenziosamente finito in uno screensaver nero dove palline rosse si muovevano randomicamente descrivendo un caos apparente. Sulla scrivania pochi fogli e un pennello, usato per spazzolare via la polvere dagli angoli più remoti, che invece sembrava abbandonato sul tavolo.

Regnava il silenzio nella stanza del super Presidente mega galattico, la colonna sottile di fumo che usciva dalla sigaretta divenne sempre più piccola fino a scomparire del tutto, mentre lui continuava a guardare fisso un punto indefinito della stanza, approssimativamente accanto ad uno scatolone dove avrebbe dovuto riporre i suoi effetti per personali a seguito del licenziamento.

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