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Sette anni, quasi otto erano passati senza sentirlo e senza che smettessi di pensare a lui. In quegli anni erano successe cose, ma niente che mi avesse permesso di dimenticarlo.

Sette anni, quasi otto erano passati senza sentirlo e senza che smettessi di pensare a lui. In quegli anni erano successe cose, ma niente che mi avesse permesso di dimenticarlo.

Sette anni, quasi otto, di silenzio e adesso mi aveva chiamata per avere il numero dell’osteopata.

Nel riconoscere la sua voce, ero rimasta muta, prendendo aria a grandi boccate, sperando che lui non se ne accorgesse.

Lui era brillante e allegro, come sempre.

Io non sapevo cosa dire, ma avrei voluto che la telefonata non finisse mai.

Poi aveva buttato lì – “dai, una volta ci vediamo per un caffè”. Lì, a mia sorpresa, ero stata pronta e avevo rilanciato: Dove? Quando?

Martedì alle 10:30, aveva proposto.

Io martedì avevo la visita dal cardiologo, che avevo prenotato l’anno prima, era un po’ urgente ma non importava, potevo andarci in un altro momento.

Accettai subito, ma pensai velocemente – il problema è che un caffè è troppo breve, poco romantico, sopratutto se lo prendi al banco.

“Non bevo più caffè, ti andrebbe di fare una passeggiata al parco? ” riuscii a dire, meravigliandomi dell’audacia.

Lui – non ci potevo credere – fu d’accordo.

Mi sembrò anche, che riattaccando avesse detto “ti abbraccio”, o forse aveva detto “un bacio?” O era solo “saluti a tutti”? Non ne ero più certa; cercavo di ripercorrere mentalmente la telefonata ma non ne ero sicura. Comunque mi sembrava che avesse detto una cosa bella, che mi dava gioia e trepidazione.

Passai il resto della settimana contando le ore e i minuti, nel timore di una disdetta; la trascorsi tra estetista, parrucchiera e massaggi, perché sette anni, quasi otto lasciano il segno, sopratutto ad una certa età. Comprai tre vestiti, per avere la scelta – uno verde, perché gli piaceva il colore, che era poi il colore dei suoi occhi; uno rosso perché mi dona; e uno blu, perché è fine ed elegante.

Pensavo continuamente alle cose da dirgli che avevo accumulato in quei sette anni, quasi otto, e ripassavo i ricordi intensi di tutti i momenti fugaci passati insieme nei vent’anni precedenti- vent’anni di speranza, vent’anni di attesa. Ogni tanto comparivano anche altri pensieri, altri ricordi, ma ero contenta di riuscire a scacciarli via. Quello che gli avrei detto, che mi premeva di dirgli, era che lo perdonavo.

Martedì arrivò senza contrordini e senza sonno (avevo passato la notte controllando il cellulare ogni ora). Verso le otto e un quarto il telefono squillò, e risposi con terrore, con il presentimento della rovina.

Era lui.

Sicuramente per disdire, pensai – e affiorò il ricordo molesto di altri appuntamenti cancellati.

“Senti, scusa, possiamo vederci prima? All nove? Dopo ho un impegno.”

Respirai sollevata – che premuroso, pensai lusingata, ha fretta di vedermi, vuole più tempo. Ma non ero pronta, dovevo truccarmi, pettinarmi e fare qualche minuto di di meditazione. Ci accordammo per le nove e mezza.

Cominciavo però  a sentire che qualcosa sarebbe andato storto. La scelta del vestito, ad esempio – per la corsa non avevo analizzato bene la questione e mi ero messa quello verde, ma andando all’appuntamento mi specchiavo nelle vetrine e vedevo che il verde non mi donava.

Avrei dovuto mettere quello rosso. Forse le cose sarebbero andate diversamente.

All’entrata del parco – dove eravamo stati tante volte, perché non si incontrava nessuno -aspettai un po’, poi lo vidi arrivare guardando l’orologio. Era solo un po’ stempiato – ancora bello, con quella sciarpa di seta che esaltava il colore dei suoi occhi – una sciarpa anche se faceva caldo, ma lui aveva sempre tenuto all’eleganza.

Ci salutammo con due bacini sulle guance, e riconobbi il suo profumo.

Parlava lui; io con il cuore che pulsava forte in gola non riuscivo a emetter un suono.

” eh, allora, come va la vita?”

” hai messo su qualche chiletto, eh?”

Non era molto gentile da parte sua ma non importava, io ero lì per perdonare. Per ricominciare, se possibile.

Io mi limitavo a sorridere guardando per terra, avviandomi sul sentiero che avevamo spesso percorso. Cercavo di rimettere  ordine nei pensieri, per non perdere tempo e riuscire a dirgli tutte le cose che avrei voluto, che avevo messo in serbo in quei sette anni, quasi otto.

Quel posto era propizio. Ogni passo mi ricordava altri passi, ogni oggetto pareva pregno di senso.

” che afa eh?” Sbuffava lui, guardando l’orologio. “Ci vorrebbe un po’ di pioggia” diceva scrutando il cielo.

Intanto mi ero ripresa. Ecco, il cielo. Avrei potuto cominciare da li

“Si, questa luce strana preannuncia forse una speranza” tentai.

” eh, speriamo di finirla con ‘ste zanzare, che non se ne può più” aggiunse lui.

La natura e i suoi misteri, ecco un altro spunto. Misteri della natura, misteri dell’amore. Suggerire benevolenza verso il cosmo – per introdurre il tema del perdono.

“Anche questi piccoli esseri fanno parte del misterioso disegno della natura” abbozzai.

Lo guardai di sottecchi per vedere l’effetto della frase, ma vidi che stava controllando il cellulare.

“Scusa? Cosa dicevi?” Disse

“Non importa” mormorai.

Nel quarto d’ora successivo, ebbi cura di passare da ogni angolo che potesse evocare un pensiero profondo, un ricordo languido, uno dei momenti magici che avevamo vissuto, ma lui non coglieva.

Dava spesso occhiate all’orologio e sentivo che il tempo insieme sarebbe presto finito. Decisi d tentare il tutto per tutto, l’asso nella manica. Deviai verso il vecchio cedro, sotto il quale ci eravamo baciati la prima volta, ventisette, quasi ventotto anni prima.

Rallentai, quasi mi fermai. Intanto mi ero avvicinata, avrei potuto toccargli la mano ma non osavo. Sfiorai timidamente la sua sciarpa, poi ne accarezzai un lembo, poi, con audacia insospettata, la feci scorrere tra le dita con movimenti più lunghi, lenti, com se stessi accarezzando, massaggiando il suo corpo. Avrei quasi potuto raggiungere il viso, il collo. Sentivo forte il suo profumo, che mi stordiva, mi annebbiava la vista.

Era il momento che avevo immaginato per tutto quel tempo.

“Ti ricordi?” , chiesi, fissandolo con grandi occhi.

“Eh?” Fece lui, guardando l’orologio.

Fu un attimo. Ritornarono a galla tutte le disattenzioni passate, le speranze deluse, il tempo sprecato. La mia vita, sprecata. Tutto quello spreco per il ricordo di un profumo.

Per la prima volta vidi, ora interamente palese, tutto il male che mi aveva fatto senza neanche saperlo. Vidi che non c’era perdono possibile.

Ormai avvinghiata al suo collo, tiravo, tiravo con tutte le mie forze la sua bella sciarpa, contando i minuti sul suo orologio.

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