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Josh Brolin e la montagna

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Josh Brolin, il servitore delle grandi storie, ha scacciato dall’isola la nube nera. Sulla cima di Everest ha infisso il vessillo della sua vittoria.

Sull’isola della laguna, dove Josh Brolin ha preso alloggio con il cast di Everest, (Baltasar Kormákur, regista, e gli attori Jake Gyllenhaal e Jason Clarke) aleggiava ieri una grande euforia in attesa della proiezione del film, in prima mondiale, per l’apertura della 72 Mostra Internazionale del Cinema di Venezia.
C’è molta attesa ovunque, da giorni, per il film ispirato ai libri dei sopravvissuti della tragedia che il 10 maggio 1996 si abbatté sulla vetta dell’Everest: il bellissimo Aria sottile di Jon Krakauer uno dei pochi che, quel giorno, riuscì ad arrivare in vetta e Left for dead: My Journey Home From Everest di Beck Weathers: medico patologo del Texas che, dato per morto riuscì a tornare da solo, e se la cavò con varie amputazioni.
Finalmente, la grande sera della prima è arrivata.

E adesso, trascorsa la notte, al posto dell’euforia di ieri, sull’isola, è calato un silenzio di morte.
Il regista Baltasar Kormákur vive una lunga agonia chiuso in qualche stanza di questo lussuoso hotel, diventato all’improvviso un sanatorio.
Il film non è piaciuto, la critica è stata crudele.
E al posto degli applausi ci sono ora i giornalisti che aspettano per le interviste,
Sono appena arrivati e non potranno andarsene finché la barca non verrà a riprenderli.
Probabile che non siano contenti di essere tenuti qui al confino a parlare di un film che in cuor loro forse hanno già condannato.
Sull’isola sembra non esserci scampo per nessuno.

Tutti aspettano.
Cosa succederà?
Cancelleranno le interviste?
Verrà una barca e porterà via tutti?
O ci si consolerà con il buffet?

Ma ecco che, in mezzo all’afa e al silenzio, Josh Brolin appare sul pontile.
Nel film lui è Beck Weathers. Il patologo texano.
È ancora più elegante di ieri. Un’eleganza che è una sfida al tono dimesso del Festival.
Ha il corpo massiccio. Il viso largo.
E sorride.
Il sorriso di chi ha trovato, finalmente, il suo posto nel mondo: non è più così giovane, alle spalle qualche ombra, ma la sua carriera ora è in ascesa. Registi importanti lo cercano, lo vogliono.
In piedi sul pontile sa cosa lo aspetta.
Sei stanze, mezz’ora in ogni stanza, tre ore in tutto da trascorrere seduto al tavolo circondato da giornalisti costretti, come lui, in uno spazio angusto.
Attorno c’è aria di disfatta.Visi lunghi, sguardi cupi.
Anche se nessuno osa pronunciarla, la parola fallimento sembra aleggiare ovunque.
Ma Josh Brolin sorride.
Entra nella prima stanza e, prima che possano chiedergli qualcosa, dice: allora vi racconto .
Come se, nella sua suite, avesse trovato un pozzo di storie. E i giornalisti fossero venuti qui per quello.
Volete sapere se ho incontrato il vero Beck Weathers?
Certo.
Volete sapere come è stato?
Per il mio ruolo non mi è servito a molto. Ormai quella storia l’ha raccontata tante di quelle volte… però ci siamo fatti qualche Jack Daniel’s e alla fine la crosta si è rotta … dovreste vederlo come riesce a bere con i suoi moncherini…
E prima che qualcuno possa dire qualcosa aggiunge:
Volete sapere perché l’ha fatto?
Perché un padre di famiglia, medico in carriera, con scarsa preparazione fisica, decide di scalare l’Everest?
Josh Brolin si accarezza il mento . Lancia un lungo sguardo tutto attorno.
La storia del film pone tante domande: sulla natura dell’uomo, sulla sua attrazione per il rischio e la morte.
Il corpo umano, a quelle altezze, si prosciuga, la mancanza di ossigeno divora i neuroni. Scatena la follia. Eppure c’è chi spende cifre enormi, i risparmi di una vita, per provare a spingersi fin lassù con il rischio altissimo di non tornare.
Perché?
Il film non entra nel cuore folle dell’uomo, non indaga nel mistero di quella ricerca di morte.
E allo spettatore può rimanere la voglia di sapere.
Josh Brolin sente che si aspettano da lui una risposta. Lui che sa come calarsi a fondo in un ruolo, lui che ama il rischio e l’avventura e che nella vita ha provato quasi tutto, sa spiegare perché?

Rimane un istante in silenzio poi sorride e, con malizia, dice:
…Io non l’ho capito.
E credo che neanche lui abbia mai capito perché lo ha fatto.
Nel film parla della nube nera, la depressione, di cui riusciva a liberarsi solo quando scalava la montagna, ma…

Si stringe nelle spalle. E torna al suo racconto:
Quando Balt (il regista) ci ha detto: ragazzi faremo sul serio a me è venuta un po’ di paura, mi sono detto: dovrò scalare la montagna. E la notte non chiudevo occhio.

Fa l’imitazione di lui che di notte ha perso il sonno e gira per casa e d’un tratto trova un messaggio nella segretaria.
Parte il messaggio e riconosco la voce di un amico, uno che la montagna la conosce ma ha una voce stranissima. “Josh the mountain doesn’t care. Doesn’t care. Remember”
Strabuzza gli occhi e fa la voce del fantasma.
Che diavolo vuol dire?
“The mountain doesn’t care” l’ho capito solo dopo. È il punto fondamentale.
Alla montagna, se tu la scali o no, non importa. Lei è lì indifferente. Cosa gliene importa se tu arrivi in cima?

Josh Brolin racconta. Tutti ascoltano ipnotizzati.
E così per preparami ho cominciato a scalare montagne in Svizzera e in California con la mia fidanzata e un amico …morto qualche mese fa… un grande alpinista. Per lui ho fatto questo film.
E…vi assicuro… è stato l’inferno…
Salta su e con il suo impeccabile completo e il terrore sul viso si spiaccica contro il muro e simula i movimenti di una ferrata.
Sei lì e non puoi tornare indietro. Puoi solo andare avanti, ma sei paralizzato. E ti sei portato dietro la fidanzata paralizzata anche lei e hai figli che ti aspettano a casa. E quando finalmente ti muovi ecco che davanti hai l’abisso.
Lentamente si stacca dal muro e inscena l’attraversamento di un ponte di corde sospeso sull’abisso che oscilla e trema a ogni passo.
Mi sono sentito il fidanzato più irresponsabile sulla terra.
Gesù santo facci tornare, giuro che non lo farò mai più.
lo dicono tutti: non lo farò mai più.
Poi tornano a casa, e come me, dopo un paio di settimane ripartono.

C’è qualcosa di irresistibile in lui, nei suoi gesti, nelle sue voci, nel suo affanno di alpinista terrorizzato e tutti ridiamo e lui ci guarda divertito, e un po’ sorpreso sembra, ma anche sollevato.
Si vede che gli piace tener contenta la gente.
E allora passando di stanza in stanza, i suoi racconti e le sue imitazioni diventano sempre più esilaranti. Mima il suo incontro con Jason Clarke.
E insomma dopo tutte quelle ferrate arriviamo in Nepal e mi trovo davanti Jason che fuma e beve come un turco.
Ehi che succede qui? Ma non si era detto che scalavamo la montagna? Faccio io. E Jason: sì sì tranquillo, e beve e fuma.
Poi partiamo, lui mi supera e, con tutto l’alcol e il fumo, arriva su come una gazzella.
Si scopre che Jason Clarke ha la struttura biologica giusta. E che dopo una certa altezza conta solo quella…
Ma il peggio doveva ancora arrivare: negli studi di Cinecittà e poi a Londra. Meglio sarebbe stato morire sull’Everest.
La neve non c’era più, solo cemento ma noi eravamo sempre infilati in quelle tute terribili, ore e ore davanti ai ventilatori a farti sparare addosso sale e neve.
E si agita davanti ad un ventilatore immaginario
E imita il sale che entra negli occhi e in bocca.

E noi che lo seguiamo di stanza in stanza non stiamo nella pelle per vedere cosa combinerà adesso. E la voce deve essere girata o forse i giornalisti escono dalle stanze ridendo e l’allegria è contagiosa, fatto è che quando Josh Brolin fa capolino dalla porta tutti sono già pronti a godersi lo spettacolo.
Lui si fa serio solo un istante passando da un gruppo all’altro. Capta nell’aria qualche commento. Come sta andando nelle altre stanze? Si informa. Tutto bene?
Poi riprende la sua missione. È il paladino del film, vuole tenerne alto il nome ed il ricordo. Perché, come ha detto poco fa, non c’è niente di più bello di una grande storia al cinema.
Il cinema può fare molto per le grandi storie.
Persone dimenticate come la figlia di Robert Hall, la guida, oggi è qui al Festival e vede la storia di suo padre raccontata a tutto il mondo.
E lo stesso vale per gli sherpa. E per altre vite che altrimenti sarebbero rimaste sconosciute.
Non è già incredibile questo?

Nel nuovo gruppo sta imitando la scena in cui il suo personaggio Beck Weathers, dopo due giorni sepolto sotto la neve, si ridesta.
Non so quante volte ho dovuto rifarla, sembrava sempre un film dell’orrore con il mio braccio che d’un tratto esce dalla neve.
È stato durissimo mica come sul set dei Cohen dove non succede mai niente.
Ride e, con una strizzatina d’occhio, abbandona l’ Everest e passa a parlare dei fratelli Cohen, perché capisce che adesso occorre anche qualche altro aneddoto, per mettere la ciliegina sulla torta.
Il suo pubblico lo guarda attento, sembriamo tutti bambini affacciati al suo pozzo di storie.
I Cohen, dice, lo chiamano a lavorare con loro solo perché lui gli movimenta un po’ il set, dove altrimenti regnerebbe la calma piatta.
Imita i fratelli Cohen seduti in silenzio, immobili ai margini del set, che dicono sì o no con gesti impercettibili del capo ad ogni scena.
E da come li imita si vede che li ama.
L’altro giorno mi chiama Ethan.
Ethan e il film come è? Gli chiedo
It is fine. Buono. Risponde lui . La risposta più lunga che mi abbia mai dato.

Nessuno nella stanza fa domande cattive, nessuno vuole spezzare l’incantesimo.
Ora oltre i vetri il cielo sembra più azzurro e più terso, l’afa che serrava la gola è evaporata e dispersa. Josh Brolin dice che impersonare sullo schermo figure realmente esistite è sempre una bella responsabilità, ma lui non si fa intimidire. È vero però che essere George Bush in W. di Oliver Stone ha richiesto una certa tempra.
Bush, racconta con malizia, ha visto il film solo perché glielo ha prestato Clinton e alla fine l’unico commento che ha fatto è stato che la storia (della sua vita) gli sembrava un po’ triste.
“It is a little bit sad” dice con una smorfietta imitando la voce di Bush.

Come scelgo i miei ruoli? Cosa mi piace del cinema? Chiede anticipando una domanda che nessuno gli ha fatto Mi piacciono i film dove ci sono le grandi storie. Anche quando il mio ruolo non è importante, mi piace mettermi al servizio di una grande storia.
È come quando di notte attorno ad un fuoco, tutti raccontano e poi c’è sempre qualcuno che racconta in modo diverso, qualcuno, e solleva la mano nell’aria che capisce quando c’è bisogno di una pausa per far sentire il rumore del vento…e…
Josh Brolin tace, il tempo è scaduto ed è l’ultima stanza, ma sembra che potrebbe continuare per sempre, tutti lo guardano:
A proposito. Sapete cosa fa ora il medico patologo Beck Weathers. nel tempo libero,?
No, cosa fa? Cosa fa?
Chiedono tutti.
Josh Brolin si è alzato: Prima di scomparire oltre la porta dice:
He’s flying jets. Pilota di aereo. Con i suoi moncherini. Perché lo fa……? La risposta non c’è. E temo che non lo sappia neanche lui.
Ride e noi sorridiamo incantati.
Quando la barca arriva e ci porta via, siamo tutti di buon umore.
Quasi ci dispiace andarcene.

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