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Sogni con le ali

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Matilde si trovava a bordo del luminoso jet diretto a Città del Messico, insieme a Gunther, il suo dolce e piccolo dalmata, nascosto abilmente...
© Simonetta Sandri

Matilde si trovava a bordo del luminoso jet diretto a Città del Messico, insieme a Gunther, il suo dolce e piccolo dalmata, nascosto abilmente in una coloratissima cesta di vimini addobbata a festa. Era Natale e nessuno avrebbe mai pensato che sotto quella piramide di profumati cibi italiani, dono per una famiglia messicana che avrebbe ospitato quella graziosa turista straniera, si nascondesse un tenero cucciolo. Il lungo volo non avrebbe aiutato quella bestiola, che doveva pur mangiare. Durante la proiezione dell’ennesimo rocambolesco e rumoroso film americano, nel corso di una sparatoria fra buoni e cattivi, Matilde avrebbe fatto uscire l’animale, anche se l’impresa si sarebbe rivelata tutt’altro che semplice, vista la presenza, accanto a lei, di un altero colonnello super-decorato accompagnato dalla grassa, grossa e profumatissima moglie.

Una simpatica finta biondina di provincia, che assomigliava alla sua parrucchiera tatuata, continuava a masticare patatine bisunte accompagnate da colorati bicchieri di Coca-Cola. Non pareva curarsi delle turbolenze che cominciavano a shakerare l’aereo, figuriamoci se poteva occuparsi di lei e dell’irrequieto Gunther. Una ballerina di un quartiere parigino periferico chiamava ad alta voce una certa Elisabeth per informarla che l’hostess le aveva portato il pranzo, una fettina di roastbeef con asparagi. Liz, cosi si faceva chiamare, arrivava di corsa insieme a un bimbo sventolante un bicchierino di plastica con l’immagine in rilievo di Titty e di Gatto Silvestro. Confusione. C’era profumo di fiori, però.

© Simonetta Sandri

Matilde continuava a guardarsi intorno, in cerca di ispirazione. Il suo sguardo si posò su un giovane che estraeva da uno zaino colorato e scucito la scatola del gioco del domino.

Matilde fissava quel giovane. Tutto era immobile come in un’inquadratura di un film muto in bianco e nero. Matilde, narcotizzata, si avvicinava a quel giovane che la invitava a giocare ad un domino dall’aria vissuta. Senza presentazioni iniziavano una partita che si sarebbe protratta per tutto il volo, una musica argentina in sottofondo. Si sorridevano, sembrava un vero tango, dolce, impetuoso ed estremamente passionale. Non una parola che facesse intuire le rispettive nazionalità, le loro destinazioni. Volavano entrambi su Città del Messico, ma forse le loro strade si sarebbero divise. Matilde sperò che ciò non avvenisse, senza domandarsi il perché. Sembrava di scorgere un fuoco d’artificio al di là delle solite nuvole. Il sorriso rapido di quel vicino inaspettato uscito da un sogno attraversò il buio dei suoi pensieri e si andò a posare sulle mani di Matilde che prendevano nota di nome ed indirizzo dello sconosciuto, che ancora non aveva aperto bocca. Scriveva. Si sarebbero rivisti, presto. Aveva dimenticato Gunther, era ora di tornare da lui, si alzò di scatto. Annotò sul suo taccuino a fiori i passeggeri che l’avevano colpita, nell’intento di trasformarli in personaggi. Voleva fare la scrittrice. Come la bella addormentata voleva riprendere il timone della sua esistenza, fino al quel momento rinchiusa in un ufficio di provincia, a guardia di un telefono grigiastro che non squillava mai. Poi il salto improvviso e liberatorio. Il volo. Cominciava a scorgere l’immensa città che l’aveva catturata fin dalle pagine di Fuentes. Man mano che l’aereo scendeva aumentava il caos, il rumore. Scendendo dalla scaletta dell’aereo, l’aria mancava, l’altezza si faceva sentire. Fu sorretta dal giocatore di domino che sarebbe stato la sua ispirazione, ad occhi bendati. Sognava?

© Simonetta Sandri

Dalla finestra sui tetti di quella città sempre più familiare, Marcinkus ascoltava Strangers in the night. Aveva deciso di essere libero e aveva lasciato alle spalle il grande amore. Pronto a prendere il prossimo treno per vagare solo con la sua anima verso i verdi prati inglesi, la sua valigia pareva più pesante ad ogni passo, ma continuava sulla strada che sapeva sbagliata. In fondo al suo cuore, Dio bussava piano per non rompere vetri così fragili. Cercava di risparmiare le sue energie deboli per avere il coraggio di tornare da lei ammettendo di aver sbagliato. La voglia di libertà era troppo forte, il desiderio di scrivere il suo romanzo da solo era voracemente presente ovunque. Ma tutto era difficile e contraddittorio senza di lei. Aveva dimenticato la lavatrice in funzione, lasciato l’acqua della vasca scorrere senza tempo e fretta, chiuso la porta di casa con una chiave di plastica trovata l’anno prima nell’uovo di Pasqua e che curiosamente giaceva nella tasca dei suoi pantaloni neri scoloriti. Compiva azioni senza senso e fine, ma si sentiva libero. A quale scopo, se era così perso e triste? Eppure avrebbe voluto intraprendere un viaggio nel mondo solo con lei, purché non lo lasciasse cadere. Non avrebbe sopportato una caduta libera, non sarebbe sopravvissuto ad un salto nel vuoto, senza qualcuno giù ad aspettare. I libri di politica cominciavano a soffocarlo, quel sapere ricadeva sui suoi capelli neri, sulle sue larghe spalle annoiate dal caldo. Gli sembrava di vedere un raggio di luce passare per la calle dalle antiche fattezze di dama che avevano visto insieme a Venezia. Le immagini balneari del suo Paese si confondevano con paesaggi italiani, parigini, berlinesi e londinesi. Era tempo di tornare. Ricordo, mentre cercava di tornare da me che chiudevo la porta.

© Simonetta Sandri

Ma se ci fossimo solo sognati? Un punto resta chiaro. I personaggi di queste pagine non si dovranno mai incontrare. I sogni sono personali e anche se si incrociano, vivono separatamente, come in uno scompartimento a chiusura stagna temporaneamente ospitato dalla luna. Questi personaggi romantici rappresentano tappe che si susseguono, ove l’uno schiaccia l’altro, il primo cancella il secondo, il terzo annienta il primo. Insieme non creano persona e situazione ideali. Se si incontrassero, anche per caso, ne uscirebbe un guaio, un sogno mal fatto. Forse si picchierebbero, si prenderebbero a pugni, si sfiderebbero a duello o ad una partita di Playstation.

La forza dei ricordi, di quelli veri e di quelli sognati, è incredibile. Da soli consolano, con e contro gli altri. L’uno dà la forza, l’altro la toglie. L’uno arricchisce, l’altro deruba. L’uno ricorda e sogna, l’altro dimentica. L’essenziale è aver sognato a lungo, insieme, abbracciati, con voi, aurora profumata dietro palazzi grigi, ballata sterminata fra campi dorati, musica dolce e passionale di tutta una vita. Ma ora lasciateci soli. A sognare i nostri sogni solitari, verdi e tranquilli. Liberi.

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