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Supercalifragilistichespiralidoso, ovvero l’energia della felicità

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Fotografie di Simonetta Sandri

Squillo di telefono, ancora una sorpresa, un’altra destinazione. Le risorse umane chiamano. Di nuovo in gioco, di nuovo al galoppo, di nuovo libera, di nuovo in volo.

Dopo Belgio, Francia, Italia e deserto algerino, attraverso percorsi e permanenze interrotti da sorvoli di verdi foreste, quelle della dolce ma aggressiva Amazzonia, del libero ed etereo Gabon, del conradiano Congo o della tenebrosa Nigeria, vi sarebbe stato ancora il Nord Africa. Il caldo e avvolgente Nord Africa.

Simone aveva atteso unʹulteriore svolta, era nata libera, voleva restare tale. Lo era per davvero. Soffocava in una Milano ormai obsoleta e noiosa, grigia, priva di colore, non respirava all’idea di rimanere confinata in uno spazio chiuso perché limitato da cose, persone e sentimenti. Barriere.

Dopo aver assaporato i colori intensi e i profumi forti del deserto, la sua brezza mattutina e il suo silenzio rumoroso quando, alla sera, di rientro dall’impianto, si fermava a odorare e a respirare le alte e infinite dune, non poteva fermarsi. Almeno non ora. Come il saggio Piccolo Principe, aveva da subito amato il deserto. Qui ʺci si siede su una duna di sabbia. Non si vede nulla. Non si sente nulla. E tuttavia qualche cosa risplende nel silenzio“. Incredibilmente vero. Quasi un Paradiso ritrovato.

Deserto libico

Ricordava e ripercorreva con la mente anche i giorni trascorsi in Mali, quando la vecchia, misteriosa e cara Tombouctou, da piccolina tanto temuta meta per i suoi teneri, candidi e amati Aristogatti, le aveva consegnato indimenticabili ricordi di cieli stellati e di notti passate a chiacchierare con colleghi e amici Tuareg che raccontavano le loro giornate dietro a opache tazze di the, rigorosamente tre. Tre perché, nella pura tradizione sahariana, la prima tazza è amara come la vita, la seconda è dolce come l’amore, la terza soave come la morte. Sotto quei cieli tersi senza nubi, la seconda tazza era sempre dolcissima, quella più tollerabile e piacevole, la centrale, la cruciale, la sola e unica per cui valesse veramente la pena di bere. Simone l’aveva, tuttavia, posata più volte, per lasciarla in attesa, per poterla far intiepidire all’aria della sera e recuperarla al momento giusto. Con allegra spensieratezza. Come un palloncino che si perde fra le nuvole.

La telefonata arrivata a comunicare un’altra partenza aveva lasciato quella tazza dolcemente e quasi fiaccamente appoggiata allo scaffale giallo fiammante della sua nuova casa, così poco abitata, cosi solitaria ma tanto affollata di libri e pagine dal sapore antico. Piena di storie, e non solo delle sue. Ideale e reale, sogno e ambizione, libertà e volontà, passione e tenerezza. Scelte ancora distese sul piatto sospeso della bilancia, come sempre. Il reale avrebbe ancora una volta prevalso.

Leptis Magna, Libia

“Parti ancora?ʺ Le aveva tuonato il fidanzato di allora, elegante individuo dall’impronunciabile nome francese. “Se questa volta non scegli me, allora davvero meglio prendersi una pausaʺ. Stessa frase, stesso cliché, identica scena da anni. Troppi ormai. “E pausa sia”, avrebbe scritto Simone in un breve messaggio di posta elettronica Non valeva nemmeno la pena di parlarsi. Almeno non più. Ancora un altro, l’ennesimo, che non capiva quanto per lei tutto ciò fosse davvero importante. E non si trattava di carriera, ma di curiosità intensa della vita, di voglia di respirarne il verde brillante e acceso, di condividere la propria esistenza, di abbracciare con forza il mondo, di essere ispirata dalle sue bellezze e dai suoi luoghi talora difficili ma fiabescamente incantati. Voglia di volare, di toccare il cielo con i suoi capelli ricci e ribelli, di sfiorare le nuvole, di annotare pensieri su pezzi di carta svolazzanti di passaggio, di trasudare colori, di lasciare che i vestiti leggeri fossero ancora una volta impregnati di vento e di sabbia, di camminare sulle dune e sulle rocce, lungo le spiagge assolate e irrespirabili, di passeggiare a piedi nudi nei parchi, permeando la brina sull’erba e dall’erba che, fresca, sarebbe risalita rapida e fugace fino ai suoi pensieri più audaci. Quel lavoro le permetteva anche questo, non era un semplice e mero lavoro, era un’autentica opportunità di vita. Bisognava comprenderlo e accettarlo. Era tanto difficile?

Rose rose delle mie brame

Non era questione di coraggio, di interminabili se o di ma, era semplicemente una canzone vigorosa, muscolosa e positiva che l’attirava, che la chiamava con forte insistenza. Si stava ispirando a Lorenzo, ossia al quasi coetaneo Jovanotti, e alle sue recenti, forti e lineari pagine di Gratitude, alla sua splendida e intrigante nozione di vita, energia pura, con un futuro sempre da pensare e da reinventare, perché anche lei, come lui, era un temporale, perché “il mondo comincia ogni giorno“. E lei cominciava, anzi rincominciava, ogni santo giorno, ogni prezioso e magico momento che le veniva regalato. Per andare, remare, nuotare e scendere verso l’ombelico del mondo, ovunque fosse, perché lei era energia allo stato brado, un cristallino e puro sale rosa dell’Himalaya, ispirazione che sapeva arrivare al cuore. Come voleva e quando voleva, ma sapeva farlo. Pensandopositivo. “Ammalata di vitaʺ, come avrebbe detto Lorenzo dal cognome angelico, persa nel giorno e nella notte. Come un pellegrino che avanza sicuro e corre, solo, con la propria fede incrollabile. Come le rose.

Scrivendo, aveva spesso raccontato le sue emozioni, la voglia di non mollare, di volare, di sopravvivere al freddo e al ghiaccio di chi non aveva veri sentimenti, di chi non rispettava il mondo nel suo splendido e unico essere, di chi non giocava o rischiava. Lei stessa era un inno alla Natura e per la Natura, voleva mostrare la Bellezza. Gettarsi a capofitto nel futuro, braccarlo, non dargli scampo, respiro né via d’uscita. Emozionarlo al punto di fargli perdere i sensi. Brivido. Era il momento di spiccare ancora il volo, alto, di dimenticare i momenti difficili, di provare a cambiare tutto, di tornare sul ring a combattere con guanti di velluto rosa, di dare il “la” a un nuovo periodo di assalto alla vita, di morderla con impeto, quasi sbranandola, di abbandonare la noia di ruoli predefiniti da chi ignorava la sua immensa energia positiva, di dare l’addio a storie vecchie, fragili, consunte, stanche e senza futuro. L’amore, quello vero, non era ancora sopraggiunto, non aveva ancora bussato alla porta chiavistellata del suo cuore forse mai veramente e realmente infranto. Era troppo forte anche per questo. Forse.

Allora quella telefonata aveva riacceso la speranza, nuovo palco-nuove luci-nuovo spettacolo, un nuovo paese, un nuovo limite da superare, una tasca da svuotare sul sedile di un aereo diretto a Tripoli. Il caldo Ghibli avrebbe spazzato via remore e paure, timori di non essere all’altezza di una rinnovata e lunga sfida, convinta fino in fondo che la tranquillità poteva attendere ancora un attimo.

Mediterraneo, coste libiche

Simone si ritrovava ora in una fotografia patinata a colori, immersa nelle tonalità del blu cobalto acceso, dipingeva il suo destino sotto una pioggia di appunti presi durante riunioni e incontri che sembravano essere sempre esistiti o almeno essere messi lì ad attendere solo lei. Non voleva offendere chi credeva nel ruolo della donna in seno a un solido nucleo familiare. In fondo anche lei era tentata dal riparo di quel guscio protettivo che un giorno avrebbe incontrato proprio sul suolo di Libia. Suol d’amore, questo sarebbe stato per lei quel paese nuovo, sofferente e difficile. Un incanto. Attraversando le rovine e il cielo azzurro di Leptis Magna, fra storia, note e ricordi di mercanti, donne e amori lontani, un uomo dall’aria un po’ burbera le avrebbe chiesto se le dispiaceva passeggiare insieme a lui per quelle stradine impolverate. Una strana coincidenza che girava e prendeva forma nella sua mente le avrebbe fatto presto comprendere il suo nuovo ruolo di Donna e Compagna. Si guardarono, non fu amore a prima vista, almeno non per lei. Avrebbe poi scoperto, con il tempo, che per lui, invece, era stato così. Lui aveva capito. Subito. Aveva compreso di essere la metà della metà. Vertebra di altre vertebre. Ala di altra ala. Un uomo deciso, sicuro, audace ma tenero e presente. Nessuna spina circondava le sue mani forti o il suo cuore, era lui, tenace, coraggioso, comprensivo, fedele compagno e amico, attento e rispettoso della sua energia. Cauto di fronte a quell’energia. Lui sarebbe stato tre parole: promessa, dono, elettricità.

Simone avrebbe affidato a un quaderno intarsiato e pergamenato i ricordi ricamati di quella magica giornata, li avrebbe consegnati a questo taccuino merlettato sul quale sto scrivendo, con rispetto e devozione. Le idee andavano tracciate, in maniera indelebile, fulmineamente. Perché ora il ruolo non era deciso da nessuno, nessuno chiedeva nulla, le veniva incredibilmente spontaneo dirigere quell’enorme energia vitale a un progetto di vita comune, che non richiedeva sacrifici o compromessi ma che volava verso un gioco a due meravigliosamente limpido, trasparente e leggero. Un gioco senza regole, condiviso, fatto di dialogo, dove l’essere donna con un lavoro impegnativo non infrangeva alcun equilibrio prestabilito. Una luce da accendere a quattro mani. Una tenda da scostare, da aprire con delicatezza per affacciarsi a una nuova finestra che si apre su un giardino fiorito. Un albero che sarebbe cresciuto forte e rigoglioso, perché alimentato da amore allo stato puro. Un equilibrio magnetico di ruoli si sarebbe disegnato da solo.

Era forse giunto il momento che quella sua energia indomabile e vorticosa fosse diretta a una nuova vita. Forse a una terza. Chissà. Solo il tempo avrebbe dato risposte, sulle note di una canzone nuova da scrivere ogni giorno, trasportati e cullati solo da onde e scintille.

Leptis Magna, Libia

 

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