Condividi su facebook
Condividi su twitter

A Dio piace la gente che lavora

di

Data

Tutti gli abitanti della città erano operosi e desiderosi di apparire soddisfatti di lavorare, tranne me. Pochi passi prima di casa ho incontrato Mario, il tassista del paese che mi ha detto: –       Ehi, Marta, come va? Ti stai preparando per domani?

Tutti gli abitanti della città erano operosi e desiderosi di apparire soddisfatti di lavorare, tranne me. Pochi passi prima di casa ho incontrato Mario, il tassista del paese che mi ha detto:

–       Ehi, Marta, come va? Ti stai preparando per domani?

E io, con scherno, ho risposto:

–       Perché che c’è domani, il giudizio universale?

E lui, ancora:

–       Ridi, ridi, c’è poco da ridere: Dio sta arrivando sul serio.

–       Va bene, tranquillo Mario, quando lo vedrò penserò cosa fare.

–       Sì, sì, quando lo vedrai sarà troppo tardi!

–       Grazie, allora, terrò in considerazione il tuo consiglio.

–       Dai retta a me, quando arriva fatti trovare impegnata a fare qualcosa. A Dio piace la gente che lavora.

–       Ma sei sicuro che mi troverà, quando viene?

La luce che  avvolgeva la città non era intensa e le nubi che la coprivano dovevano essere di un leggero spessore, ma fitte, compatte, che non facevano filtrare alcun raggio di sole ma una luce continua che non creava ombre, ma illuminava.

Tutti ce la stavano mettendo tutta. Alcuni  addirittura  facevano finta di lavorare. E io, perché dovrei farmi trovare indaffarata? Qualcuno ha mai detto che Dio ci giudicherà  per il lavoro che facciamo? Che Dio ci giudicherà per quanto abbiamo lavorato? Io non voglio fare finta: non mi piace lavorare e non  lavorerò proprio oggi che sta arrivando Dio. Sono certa che a lui piacciono le persone pure, la sincerità, la verità. E’ quello che ha fatto predicare dal Figlio suo venuto in terra. E allora perché devo fare finta di lavorare? Io passo il tempo ammirando la natura, cercando di vedere un volo di un uccello che non avevo visto ieri, o mai prima di adesso, io mi perdo nel tramonto di un sole nelle calde giornate agostane, io                                                             cerco di far avverare i miei sogni.

La giornata si stava complicando. Mi sembrava inopportuno continuare nel mio menefreghismo congenito, ma realmente non potevo immaginare che quello che stava accadendo potesse accadere davvero. Da quando avevo frequentato il catechismo, da bambina, mi avevano sempre parlato del giudizio universale, che sarebbe avvenuto con la resurrezione dei morti e sarebbe stato su come hai impiegato la tua vita, non su che lavoro avessi fatto e come lo avessi svolto.

Mi sembrava alquanto improbabile che un capovolgimento simile potesse succedere. Si sarebbe dovuto riscrivere tutto. Ed era una mossa a tradimento per tutti gli essere umani che avevano speso la loro vita a fare opere di bene per guadagnarsi il Paradiso. O, quella, era solo una prima fase intermedia, cioè ti giudico fino a oggi per il lavoro svolto, e a questa sarebbe seguita una seconda fase, sempre intermedia, che sarebbe servita per constatare i miglioramenti, per poi essere rimandati al giudizio finale? E io che non avevo lavoro sarei stata rimandata direttamente alla seconda fase? No, non poteva essere.

Nel frattempo ero arrivata a casa. Mia madre mi aveva chiesto di portare a Susanna, la segretaria della fabbrica dove lavora mio padre, una scatola con quattro gomitoli di lana morbida, colorati di un tenue verde, che le sarebbero serviti per fare un coprifasce al bimbo che le stava per nascere. Mia madre aveva ancora la spesa da fare e così mi aveva chiesto se potevo farle questo favore. E proprio mentre stavo uscendo dall’ ufficio, mentre mi giravo verso la porta, alla mia sinistra, su un lato dello schedario, l’avevo visto. Era un foglietto attaccato allo schedario, accanto al refrigeratore dell’acqua. “Dio sta arrivando… Fate finta di lavorare!”. Era un adesivo sbrindellato, che sembrava essere lì da chissà quanto tempo, tanto era scolorito, ed avevo immaginato che si trattasse di un monito, un incoraggiamento a non perdere tempo da parte del Direttore dello stabilimento. Non gli ho dato importanza. A dire il  vero ho anche sorriso tra me e me per l’originalità del messaggio.

Appena entrata ho salutato mia madre:

–       Ciao Mà, ti saluta e ti ringrazia Susanna.

–       Le sono piaciuti i gomitoli?

–       Veramente non li ha neanche guardati. Ha detto “ringrazia mamma” ed ha messo la scatola per terra, vicino alla sedia, come se non avesse tempo da perdere.

Mia madre sapeva o non sapeva? E se sapeva, perché non mi diceva nulla?

Mio padre sarebbe tornato tardi e mia madre stava iniziando a cucinare per la sera. Aveva sempre fatto la casalinga: chissà come sarebbe stato giudicato dal Supremo questo lavoro? Forse avrebbe aperto i cassetti per vedere se i panni erano stati riposti in bell’ordine o buttati dentro alla rinfusa, più o meno ammucchiati tra di loro? Magari avrebbe dato un’occhiata sommaria e vedendo mia madre lavare verdure, stirare panni e rifare letti sarebbe andato via soddisfatto.

Io avevo smesso di studiare già da due anni e non mi ero mai impegnata molto nel cercare lavoro. E, specialmente ora che si avvicinava la bella stagione, preferivo rimandare a fine estate. Ci mancava che trovavo un lavoro proprio a luglio.

Sicuramente Dio mi avrebbe trovata disoccupata.

“Marta, fattene una ragione” mi dissi.

Questa assurda situazione cominciava ad essere insostenibile e pesava sui miei pensieri. Nonostante ciò, cercai di comportarmi nel miglior modo a me possibile. Sentivo il peso dello sguardo di mia madre che mi osservava.

Mentre toglieva i piatti della pasta per servire il secondo vidi che si voltava verso di me che mi ero alzata per riempire d’acqua la brocca. Il suo silenzio parlava più di qualsiasi parola. Mio padre era un tipo taciturno. Ero abituata a mangiare e non sentire da lui neppure una parola. Ma mia madre no. Aveva sempre qualcosa di cui lamentarsi. E disse:

–       Che fai?

–       Prendo l’acqua.

–       Marta, non ti preoccupare! Non l’hai mai fatto! Perché proprio ora?

–       Scusa tanto.

E mi rimisi seduta. Allora lei sapeva! E continuò:

–       Non l’hai mai fatto! Cosa pensi che un momento può cancellare il passato?

–       No, ma penso che c’è sempre un momento per cominciare!

–       Ah, è questo il momento per cominciare?

–       Certo. Sì. Ma non ti preoccupare.

Abbandonai la tavola e andai a dormire. Contrariamente a quanto immaginavo, mi addormentai subito. Mi sorprese una forte luce. Era un cono di luce che partiva dal centro del soffitto, e si allargava, e scendendo formava un’ellisse al lato destro del mio letto. Il resto della stanza era buio. Reso ancora più buio dal contrasto con la luce netta che univa il soffitto al pavimento. Nelle orecchie un rumore di onde che si rompevano sugli scogli e un cinguettio festoso di rondoni che si tuffavano nell’aria rincorrendosi. Io mi vedo seduta a sinistra su uno scoglio, con lo sguardo perso nell’orizzonte azzurro del mare. Le onde si andavano calmando ed il rumore dolce della risacca accompagnava ora un silenzio fatto di frusciar di foglie. Ora ero in una stanza dalle pareti arancioni, che si aprivano appena alla sommità, come fossero una corolla di fiore appena sbocciato, senza soffitto, e la luce entrava per tutta la sua larghezza. La stanza era riempita da piume leggerissime, candide, che si avvolgevano delicatamente su se stesse e lentamente salivano. E man mano che salivano altre piume piccolissime, dal basso, si aggiungevano come soffiate da un leggerissimo refolo fresco,  fino a diventare piccoli fiocchi di neve. Ora la stanza era invasa da luce fredda bianca. Io ero a mezz’aria, leggera. Niente mi teneva legata ed ero libera di volare. Dio non mi avrebbe trovata.

Altri racconti
in archivio

Sfoglia
MagO'