Condividi su facebook
Condividi su twitter

La memoria di Velia

di

Data

Le giornate si stavano accorciando, da qualche giorno un’aria più fresca aveva soppiantato l’afa di Agosto. Tirai fuori la bicicletta e andai a trovare Velia per chiederle una volta di più se si ricordasse di mio nonno Fosco.

Le giornate si stavano accorciando, da qualche giorno un’aria più fresca aveva soppiantato l’afa di Agosto. Tirai fuori la bicicletta e andai a trovare Velia per chiederle una volta di più se si ricordasse di mio nonno Fosco.

Pedalavo per le stradine solitarie di campagna tra le vigne cariche di uva matura fino al casolare dove la vecchia signora viveva da sola lontano da tutti.

L’aia di fronte all’abitazione era illuminata da una fioca luce proveniente dalla cucina.

«Velia, Velia » chiamai più volte ad alta voce.

«Chi va la? Chi sei?» rispose dopo qualche minuto.

«Sono io, Nello!»

Da un po’ di tempo la memoria le faceva brutti scherzi. Lentamente scese le scale e venne ad aprire. Non so se mi avesse riconosciuto, ma comunque mi fece entrare.

Sulla tavola c’erano ancora i resti della cena che aveva terminato da poco: una scodella con la minestra e uno spicchio di mela. Da una parte, su una sedia impagliata, una camiciola di lana con i ferri da calza aspettava di essere terminata.

«Devo finire prima dell’inverno, se no Libero sentirà freddo» mi disse convinta.

«Velia, tu pensi sempre a Libero, ma a Fosco non ci pensi mai?»

Mi guardò negli occhi e non pronunciò parola.

Libero, suo marito, era scomparso dopo l’8 Settembre del 1943 e ora Velia credeva che da un momento all’altro tornasse a casa. Ma a parte questa dannata fissazione, sbrigava bene le sue faccende personali, nonostante avesse più di ottantacinque anni.

Senza che lo chiedessi, si recò in camera e, tornò con una scatola piena di documenti che rovesciò sul tavolo della cucina. Riprendevano vita brandelli di ricordi attraverso fotografie logore e ingiallite. Mi parve emozionata quando mostrò la foto di Libero insieme a mio nonno in posa davanti alla Chiesa.

Così gli chiesi ancora di Fosco indicandolo con un dito per vedere la sua reazione.

Ma non c’era niente da fare. Sembrava che il suo cervello avesse improvvisamente cancellato cinquant’anni di vedovanza, di lotta contro i pregiudizi e di amore per la vita. Dopo la dichiarazione di morte presunta del marito, aveva combattuto con tutte le forze per rimanere a mezzadria contro il volere del fattore che non tollerava donne sole nelle sue terre e la spingeva a risposarsi. Ma lei non ne aveva voluto sapere e con l’aiuto di qualche bracciante aveva continuato a lavorare i campi.

Fosco Salani, il migliore amico di suo marito l’aveva aiutata nei momenti più difficili, ma era già sposato. Con il tempo tra loro era nata una relazione che avevano tenuto nascosta.

Un giorno, quando la sua malattia si stava aggravando, Fosco mi aveva rivelato l’esistenza di questa sua amante clandestina.

Ero incuriosito dall’intreccio tra amore e amicizia, dalle dinamiche che avevano scatenato la loro relazione.

Tra i fogli sparsi trovai una lettera.

«Posso leggerla?» domandai

Velia aveva lo sguardo fisso che sembrava appartenere ad un’altra età: quella della gioventù quando Libero l’aveva chiesta come promessa sposa.

Nella lettera Fosco raccontava il trasporto travolgente che provava per Velia. In qualche passaggio della sua scrittura si capiva chiaramente che avrebbe perfino lasciato sua moglie, mia nonna, per andare a vivere con lei.

Invece non era andata così e il loro amore era rimasto nell’ombra. Chissà quanti sotterfugi aveva dovuto Fosco per coltivare questo amore difficile.

La lettera si concludeva con le parole: “ti amo per sempre”. Quando ebbi terminato la lettura, una lacrima mi scese lungo il viso. Perché il nonno mi aveva voluto mettere al corrente della sua amante? Cosa voleva che facessi per lei?

Anche Velia, pur non capendo perché piangevo, si asciugava gli occhi.

«Alla sua età ci si preoccupa di tutto» pensai.

Rovistando ancora nelle schegge del suo passato, saltò fuori una cartolina di Sanremo spedita da Fosco a colei che era diventata, in incognito, la luce dei suoi occhi.

Provai ancora ad interrogarla, ma non ne ricavai niente di importante.

Più la sollecitavo con Fosco e più continuava a parlare di Libero: il baldo giovanotto che l’aveva portata all’altare e poi era dovuto partire per la guerra.

«Quando Libero tornerà, metterò sul letto le lenzuola nuove del corredo» disse con un po’ di civetteria e di rossore sul volto.

In fin dei conti mi faceva tenerezza e non volevo confonderla oltre con le mie domande insistenti. Ormai non avrei scoperto di più.

Si era fatto tardi e aiutai Velia a rimettere a posto: dentro la scatola, i suoi segreti.

«Hai bisogno di qualcosa?» le dissi

«No, non mi serve niente, domani vado al mercato a fare la spesa» replicò stranamente lucida.

La salutai con un bacio sulla guancia, scesi le scale, presi la bici e me ne andai.

Non avevo ancora imboccato il viottolo che porta alla strada principale che mi sentii chiamare.

«Nello, Nello!»

Qualcosa mi partì da dentro e mi invase il petto: mi aveva riconosciuto.

«Dimmi Velia, che c’è?»

«Nello, io… a Fosco… gli ho sempre voluto bene!»

Altri racconti
in archivio

Sfoglia
MagO'