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La guaritrice

di

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“Ho deciso di andare” annunciai sottovoce a mio marito quando arrivò in ospedale per darmi il cambio. Lui non rispose e senza neanche guardarmi si avvicinò al letto di Tobia, che dormiva profondamente, una mano appoggiata alla testa del suo cane di peluche, l’altra imprigionata dalla flebo. Gli accarezzò la fronte e il piccolo cranio nudo e gli diede un bacio leggero, poi mi fece cenno di uscire dalla stanza.

“Ho deciso di andare” annunciai sottovoce a mio marito quando arrivò in ospedale per darmi il cambio. Lui non rispose e senza neanche guardarmi si avvicinò al letto di Tobia, che dormiva profondamente, una mano appoggiata alla testa del suo cane di peluche, l’altra imprigionata dalla flebo. Gli accarezzò la fronte e il piccolo cranio nudo e gli diede un bacio leggero, poi mi fece cenno di uscire dalla stanza.

“Ha di nuovo la febbre alta”, disse, e la frase suonò come una constatazione. Da tempo non c’era più ansia, nella sua voce. Sapeva di essere stato sconfitto e ora tutte le energie le impiegava nel tenere a bada un dolore che molto presto sarebbe diventato insostenibile.

“Voglio provarci”.

“Fa’ come ti pare”, sospirò. “Non ho più voglia di discutere.”

Rientrammo insieme nella stanza e compimmo in silenzio i gesti consueti, facendo attenzione a non sfiorarci: lui si tolse il giaccone e si sedette accanto al letto, io mi infilai il cappotto, baciai Tobia e me ne andai.

La guaritrice mi ricevette quella sera stessa e impiegai le ore che mi separavano dall’incontro chiedendomi com’era possibile che una come me, laureata in fisica, laica, razionale,  fosse arrivata a buttare via tutti i fondamenti su cui aveva costruito la propria esistenza per affidarsi a una sconosciuta che sosteneva di poter curare con la sola forza del pensiero. Ero arrabbiata con me stessa per aver ceduto a una simile lusinga e nello stesso tempo avevo la piena consapevolezza che, per Tobia, avrei fatto qualsiasi cosa, persino consultare una ciarlatana che mi avrebbe spillato quattrini in cambio di insulsi vaneggiamenti.

Ma non aveva l’aspetto di una ciarlatana la donna che venne ad aprirmi la porta. Me l’ero immaginata rozza, volgare, untuosa, e invece mi trovai davanti una persona che assomigliava vagamente a mia madre: gli stessi capelli sale e pepe tagliati corti, gli occhiali da presbite appesi al collo, un abbigliamento sobrio e privo di gioielli, il corpo ammorbidito da qualche chilo in più ma ancora agile e gradevole. Mi sorrise e mi prese le mani fra le sue con una stretta gentile e ferma che mi fece venire le lacrime agli occhi.

“Entri, si accomodi”, mi disse guidandomi verso un salottino. Persino il vago odore di minestrone che aleggiava nell’aria mi faceva sentire inaspettatamente a mio agio.

“Chi è la persona per la quale è venuta da me?” mi chiese dopo che ci fummo sedute una di fronte all’altra.

“Mio figlio. Si chiama Tobia.”

“Quanti anni ha?”

“A ottobre dovrebbe compierne sette”, dissi, maledicendomi per aver usato di nuovo quel condizionale che ormai ipotecava ogni mia frase.

“Che cosa gli è successo?”

“Tumore al cervello”, mormorai, pronta a sentire il solito gemito di addolorata partecipazione, ma la donna non commentò e si limitò a domandarmi se avessi portato con me un indumento indossato dal bambino.

Tirai fuori dalla borsa un suo pigiama e glielo porsi. Lei lo prese e lo strofinò a lungo con le dita, come se lo stesse interrogando. Poi lo avvicinò al viso e  vi immerse il naso aspirandone il vago odore di medicinali che nessun lavaggio riusciva più a eliminare. Infine lo appoggiò sulle gambe, ne lisciò le pieghe con cura e chiuse gli occhi abbandonandosi allo schienale della poltrona.

Avevo osservato quel piccolo rituale con apprensione, temendo che potesse sfociare in gesti pagani di cui mi sarei vergognata, ma non accadde nient’altro e anzi, il respiro tranquillo della donna ebbe su di me un effetto così calmante che sbadigliai e cominciai a sentire le palpebre sempre più pesanti, proprio come quando, per attenuarmi la morsa dell’emicrania, la mamma mi massaggiava le tempie.

Sobbalzai. Come potevo abbandonarmi al sonno in una situazione che mio marito, nelle nostre violente discussioni in merito, aveva definito un’umiliazione dell’intelligenza e alla quale io stessa ero arrivata con un senso di degradante abiura?

Quanto meno, avrei dovuto stare in allerta, studiare ogni mossa della guaritrice, non dimenticare mai, neppure per un momento, che quello che lei stava facendo – ammesso che stesse davvero facendo qualcosa – non aveva alcun fondamento scientifico, nessuna ragionevole possibilità di successo,  e che io ero lì solo perché ero disperata ma incapace di arrendermi, esausta ma ribelle al distacco. Nel silenzio sospeso di quel salotto sconosciuto, dove una donna che non avevo mai visto prima si stava concentrando per risvegliare le energie vitali di mio figlio e condurlo a un’impossibile guarigione, sentivo la voce rabbiosa di mio marito ripetermi che erano tutte cazzate e la mia rispondergli che lo sapevo e che però non mi sarei mai data pace se non avessi compiuto anche quell’ultimo passo.

Quanto male ci eravamo fatti, in quei mesi feroci. Quanta solitudine avevamo seminato intorno a noi, convinti che anche il minimo cedimento ci avrebbe distolti dalla battaglia: due soldati in trincea con la baionetta inastata, ecco che cos’eravamo diventati.

Fu solo quando la guaritrice mi appoggiò una mano sulla spalla che mi accorsi che stavo piangendo. E in quel momento capii che la guerra era finita.

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