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Guarda che tu non sei me

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Quel pomeriggio mamma e io stavamo tornando dal supermercato. Aveva deciso di insegnarmi a preparare la torta Velluto Rosso e l’avevo accompagnata a comprare gli ingredienti. Diana, mia sorella più grande, era rimasta a casa da sola, come al solito. Il giorno dopo avrebbe compiuto diciotto anni.

Quel pomeriggio mamma e io stavamo tornando dal supermercato. Aveva deciso di insegnarmi a preparare la torta Velluto Rosso e l’avevo accompagnata a comprare gli ingredienti. Diana, mia sorella più grande, era rimasta a casa da sola, come al solito. Il giorno dopo avrebbe compiuto diciotto anni.

Quasi cominciava a fare buio. Mamma guidava piano e io stavo seduta accanto a lei, giocherellando con la bottiglietta del colorante alimentare. Osservavo in controluce il liquido scarlatto con cui avremmo tinto l’impasto, goccia a goccia, fino a farlo diventare di quella bella sfumatura piena che avevano le torte che contemplavo nelle foto del catalogo della pasticceria, quello di quando mamma ancora lavorava e abitavamo in città insieme con papà.  Mamma diceva sempre che, se fossi diventata brava come lei, da grande avrei riaperto io il negozio e tutti sarebbero venuti a comprare i miei dolci: crostate alla marmellata, di gianduja, la Sacher, la Rigojanci e poi, la regina di tutte, la Velluto Rosso.

Casa nostra era l’ultima del paese, prima della campagna: per arrivarci occorreva superare le villette dei Resetti, dei Giandazzi, una casa sfitta e poi l’abitazione della vecchia Signora Filipat, che era un po’ sorda e viveva in compagnia del suo gatto. La strada terminava in un vialetto di sassolini bianchi che portava dopo pochi metri all’ingresso della nostra casetta a due piani, circondata da un piccolo prato.

Mentre scorrevamo davanti alle case dei vicini, cominciammo a sentire una musica che proveniva dal fondo della strada: diventava sempre più forte via via che ci avvicinavamo. Mamma abbassò i finestrini e l’aria di ottobre entrò insieme alle note di quel pezzo rock. Lei strinse forte con le mani il volante e accelerò.

Quando arrivammo, di fronte a noi la casa era completamente illuminata, la porta e tutte le finestre spalancate, le tende che si gonfiavano attraverso le inferriate.  Guardai in alto attraverso il parabrezza e vidi, sul balconcino al primo piano, mia sorella. Aveva indosso soltanto il reggiseno e gli slip e stava ballando. Si muoveva con piccole giravolte, saltellando leggera su un piede e poi sull’altro, con le braccia aperte e i lunghi capelli sciolti. Sorrideva e i suoi occhi chiari guardavano lontano. La luce, dall’interno, proiettava la sua ombra fluttuante e sottile giù nel vialetto, giusto ai piedi della platea dei vicini: la famiglia Resetti, i coniugi Giandazzi, e perfino la Signora Filipat con il gatto. Tutti impalati a testa in su.

Io ebbi un solo pensiero: mamma la ammazza.

Mi voltai dalla sua parte, ma sul sedile lei non c’era più. Aveva lasciato la portiera spalancata e ora camminava a passi svelti, le braccia lungo i fianchi e i pugni stretti, dritta verso l’ingresso. Il foulard che era solita appuntarsi sul cappotto le era scivolato e ora le pendolava svolazzante da una spalla. Si fece largo tra i vicini e si infilò in casa.

Scivolai fuori e andai in mezzo alla piccola folla dei vicini. Tutt’un tratto la musica si interruppe. Tutti fissammo il balcone: Diana stava ancora volteggiando, quando da dentro la stanza comparvero le mani di mia madre – non si era neanche tolta il cappotto –, che afferrò Diana per un braccio, trascinandola dentro. Nella mossa però le si era impigliato il foulard nella maniglia. Cercò di tirarlo, ma si dovette fermare per sfilarlo, e allora guardò giù, dove eravamo noi. “Andatevene a casa, non c’è più niente da vedere!” disse e poi chiuse le finestre.

I vicini se ne andarono spettegolando tra di loro, io li osservai per un momento e poi entrai in casa. Dal piano di sopra sentivo la voce stridula di mia madre: “Quando la smetterai di mettermi in ridicolo?”. E poi quella di mia sorella, più ferma: “Guarda che tu non sei me”. Sentii dei passi svelti e poi di nuovo la voce di mia sorella, ma questa volta più agitata: “Lasciami andare!”. Ci furono dei rumori, uno sfregamento di sedie trascinate sul pavimento e stavolta la voce acuta di mia madre: “Non ti permettere, sai?” e poi un rumore come di vetri che si frantumavano e delle urla. Altri passi e una porta sbattuta. Poi, silenzio.

Salii le scale. Al balcone si accedeva dallo studiolo: la porta era aperta. Mi avvicinai: sembrava vuoto. Le due sedie attorno al tavolo erano rovesciate a terra. Dalla parete di fronte notai che mancava uno dei piattini di ceramica appesi per decorazione. Al suo posto c’era un alone scuro che segnava il suo contorno rotondo sul muro. I cocci erano sparsi per terra vicino al divanetto, che era tutto storto e fuori posto. Non c’era nessuno lì.

Tornai in corridoio. Sentii l’odore forte del disinfettante e andai verso il bagno. Senza entrare, vidi l’immagine di mia madre riflessa nello specchio. I capelli, che solitamente teneva raccolti alla base della nuca, erano arruffati e varie ciocche pendevano spettinate. Aveva gli occhi arrossati e i segni del mascara le rigavano la faccia. Stava trafficando con del cotone sul polso sinistro. Il foulard che prima indossava, era appeso ad un gancio e da una parte era strappato.

Ero indecisa se entrare. Non avevo mai visto mia madre in quelle condizioni. Lei era sempre in ordine e aveva sempre tutto sotto controllo. Andai a sedermi sul divanetto a contemplare i cocci sparpagliati a terra e ad aspettare che succedesse qualcosa.

Dopo qualche minuto, mia madre arrivò, pettinata e ripulita. Forse non si aspettava di trovarmi lì ed ebbe un piccolo sussulto, ma subito si riprese e sventagliò un sorriso. “Tua sorella mi farà diventare matta. Non stare qui che è tutto in disordine. Ora metto a posto. Tu vai di sotto e porta dentro la spesa. Tra poco scendo”. E si mise a sistemare la stanza. Sembrava tornata a comportarsi come faceva sempre.

Ci ritrovammo giù in cucina e lei si mise a preparare quella torta. Si muoveva meccanicamente prendendo i vari ingredienti, mentre mi spiegava come si dovessero far raffreddare per bene gli albumi per ottenere una neve ben ferma. Non aveva più commentato quello che era successo di sopra. Poco dopo arrivò in cucina Diana e senza parlare aprì il frigo per prendersi da bere. Mia madre la ignorò e si girò verso la dispensa per cercare qualcosa negli scaffali più in alto, continuando a spiegare come andava modulata via via la temperatura del forno per ottenere una cottura omogenea. Proprio in quel momento, mentre era di spalle, sia io che Diana notammo che sulla camicetta le erano rimaste delle grandi macchie rosse che scorrevano giù lungo una manica. Non doveva essersene resa conto.

Stavo per dirglielo, ma Diana si era portata l’indice sulle labbra per indicarmi di tacere. Non potevo lasciare la mamma in quelle condizioni, ci sarebbe stata troppo male quando se ne sarebbe accorta, prima o poi.

“Bambine” disse lei riprendendo a rimestare nervosamente l’impasto “da adesso so io come fare con voi”.

Fu allora che sorrisi a Diana e decisi di stare zitta.

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