Carlos Saura a Villa degli Autori

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Carlos Saura è seduto in giardino, e da oltre la siepe arriva il rumore delle onde sulla riva. È forse per quel rumore se, guardandolo, pensiamo a Prospero il mago de La tempesta, ma anche a Merlino, con la sua valigia. E ai maghi di ogni tempo a cui gli anni hanno regalato una libertà che li rende più intrepidi dei giovani guerrieri.

Carlos Saura è seduto in giardino, e da oltre la siepe arriva il rumore delle onde sulla riva. È forse per quel rumore se, guardandolo, pensiamo a Prospero il mago de La tempesta, ma anche a Merlino, con la sua valigia. E ai maghi di ogni tempo a cui gli anni hanno regalato una libertà che li rende più intrepidi dei giovani guerrieri.

Chioma di capelli bianchi, occhi vivi, una macchina fotografica appesa al collo, Carlos Saura si è appena congedato da una delegazione russa che lo ha invitato a Mosca a partecipare ad una rassegna di film musicali.

“Guarda” dice allegro porgendo a sua figlia Anna l’invito “ci hanno invitato a Mosca!”

Anna che lo accompagna in veste di assistente, è giovanissima e bella come Miranda la figlia di Prospero.

“Ci andiamo?” le chiede lui. “Che dici?”

“Vediamo” risponde Anna mettendo via l’invito.

E dal tono si capisce che è abituata a fare da contrappeso agli infiniti slanci del padre.

Siamo nel giardino della Villa degli Autori al Lido di Venezia: sede organizzativa delle Giornate degli autori, una delle sezioni della Mostra del Cinema.

Qui, in Villa,  il Festival ha un’andatura semplice e bella. Più rilassata.

Lontano dalle sedi ufficiali del concorso, gli autori, seduti davanti al mare, possono parlare in tranquillità dei loro film, della loro visione della vita e del cinema.

E Carlos Saura che ieri ha presentato  Zonda folclore argentino, suo ultimo film, è munifico e generoso nel concedere il suo tempo.

Niente fretta né pressioni. Anche se la lista degli incontri è fitta, fitta, chiunque venga ad incontrarlo  è accolto in questa porzione di  paradiso come un ospite in famiglia.

Noi, al pari dei giornalisti spagnoli di ogni età che arrivano e lo chiamano Maestro,  siamo cresciuti con i suoi film, con loro abbiamo pianto e riso e vissuto i primi amori, e stamattina prima di incontrarlo avevamo quasi paura. Temevamo di trovarci davanti lo spettro del tempo che passa, il ricordo della fine delle cose.

Invece Prospero deve aver fatto una magia.

E tutto il passato, la varietà infinita di film che lo hanno reso famoso nel mondo, di libri pubblicati, di spettacoli allestiti, di figli e matrimoni, è fiamma e carburante che alimenta nuova vita.

E Zonda sembra anch’esso opera di magia mentre Saura seduto nel sole ne rivela i meccanismi e le molle segrete, con l’ entusiasmo di un regista al suo primo film.

Zonda è il risultato di un progetto sedimentato nel tempo. Spiega. Il suo terzo film in Argentina dopo Tango e El Sur (tratto da un racconto di Borges), ma nato in una zona meno conosciuta: l’Argentina di Salta e Juy Juy, nel nord del Paese, con le loro musiche: la Samba, la Chacarera, il Chamamé, il Malambo, nomi che Saura ripete assaporandone tutto il suono.

“Non è un documentario, non so esattamente cosa sia, è il genere di musical che adesso preferisco: chiamiamola ricostruzione poetica di una musica che mi arriva all’anima, a rischio di sembrare melenso. Un ritratto di danza e musica.”

Non gli importa granché trovare una definizione, e ogni volta che gliene chiedono una la risposta gli viene diversa.

“Sono musiche antiche, popolari, bellissime… a me non piace la parola folclore, sa di vecchio e di stantio (sono gli argentini che hanno voluto metterla nel titolo). Ho preso il meglio di questa musica, l’ho tirata via dal suo contesto e l’ho portata in studio, per vedere cosa poteva dare. Sono ritmi che sembravano perduti ed invece si stanno recuperando. È una musica bellissima e i giovani musicisti  potranno rielaborarla e  farla evolvere.

Come è successo per il tango. Adesso stanno facendo cose straordinarie, ma ai tempi del mio film il tango era quasi scomparso.”

Sorride al ricordo.

“In Argentina c’è un talento musicale enorme e una grande mescolanza di culture. Nel Nord la cultura ebraica si è unita all’ italiana e alla spagnola in una miscela fantastica. Nella Chacarera ci sono suoni della Polonia, dell’Ucraina. E poi c’è l’influenza indigena molto forte.

Anche se agli argentini non  piace ammetterlo.” Dice con ironia.

“Da influenze diverse nella musica nasce sempre qualcosa di più potente.”

E con un movimento del braccio sembra accompagnare lo spostamento della musica con lo spostamento dei popoli. Gli piace collegare i fili, tessere le trame musicali nate dall’incredibile miscela dell’umanità.

“Il flamenco esisteva da molto prima che arrivasse in Spagna. Le musiche zigane dell’Ungheria nel Mediterraneo si trasformano, acquistano ritmi più islamici, più arabi.  Non dimentichiamo  poi che i gitani vengono dal Rajasthan…”

Carlos Saura traccia i suoi fili nella luce di settembre. Camicia jeans, giacca di cotone beige, pantaloni blu, e gli occhi vivi che ogni tanto corrono ad una grossa pianta di oleandro, piantata in mezzo al giardino, che lo affascina. Una grande pianta a cespuglio. Nelle pause si alza per sfiorarla. Colpito dal suo vigore. “Possibile” continua a chiedere a  sua figlia Anna  “che sia lo stesso oleandro che abbiamo in giardino a Madrid?”

“Lei è davvero un’artista completo: musica, pittura, film, libri” Dice qualcuno. “C’è qualcosa nella sua vita che pensa di non aver fatto? Che vorrebbe ancora fare?”

La risata di Carlos Saura si fonde con il rumore delle onde oltre la siepe, sembra amplificare le possibilità infinite che emanano dalla sua voce priva di vanto:

“Ad 83 anni, ogni nuovo giorno è già un miracolo. Se la vita me lo permette, io di progetti ne avrei tanti. Direi che mi manca ancora quasi tutto. Ho appena finito una sceneggiatura  su Picasso e Guernica.

E adesso devo tornare subito a Valladolid per un progetto teatrale. Stiamo facendo un lavoro interessantissimo di flamenco con un gruppo indiano.

Mi piace sperimentare con la musica.

Mia madre era pianista. Sono cresciuto ascoltando gli esercizi di mia madre al pianoforte.

Nei miei film la musica c’è stata sempre, fin dall’inizio.

Quando ho girato Carmen Robert Wise, il regista di West Side Story , mi chiamò per dirmi che avevo creato un nuovo genere di musical.

Ma adesso sono andato ancora oltre.

In questo genere nuovo, il musical puro  di Zonda, non c’è una storia, un protagonista: la continuità drammaturgica è data dal ritmo, dalla luce, dalle scene. La scenografia è fondamentale. Io disegno le scene.  Preparo tutto, ma poi, una volta iniziato a girare, si improvvisa. Inizia un’avventura che non sai mai dove ti porta. Mi piace filmare i ballerini mentre provano. C’è qualcosa di più nelle prove, che dopo, nello spettacolo finale, si perde.”

“E riuscire a fare tanto nella vita, secondo lei, è questione di coraggio o di fortuna?”

Ci pensa su un istante. Guarda la pianta di oleandro.

Poi dice: “C’è la frase di un autore francese Jacques Monod, filosofo e biologo. Una frase che amo molto.

“Tutto è caso e necessità.”

(Jacques Monod, vincitore del premio Nobel per la medicina nel 1965, ha elaborato una filosofia che cerca di risolvere il dualismo tra caso e necessità ndr)

E ripete la frase come ad estrarre dalla melodia del suono, maggiore verità.

“Non crede?… La mia fortuna però è stata che il cinema mi ha permesso di coltivare tutte le mie passioni: la musica, il disegno, la scrittura, la fotografia, il piacere di vivere”

E, a proposito di fotografia, qualcuno non si trattiene e gli chiede la ragione della vecchia macchina fotografica che ha appesa al collo.

Come un grosso ciondolo. Che sembra vivere, e possedere una vita propria, come se il cuore del maestro scattasse foto che resteranno impresse dentro di lui.

“Sembra vecchia, ma è digitale e nuovissima. Da ragazzo ho iniziato a lavorare come fotografo” Risponde  “Ho sempre una  macchina con me. C’è chi fa jogging ogni giorno. Io scatto foto. È un esercizio per tenermi in forma.

Voglio essere pronto se si presenta l’occasione.

Le idee migliori vengono sempre quando stai andando da qualche parte. Lo dicevamo sempre con Vittorio (Storaro il direttore della fotografia con cui ha lavorato per anni) Lo spostamento è il momento più fertile, più creativo.”

In una pausa si accorge che sua figlia è scomparsa. Si è allontanata per una breve passeggiata in spiaggia. “Ma come è possibile? Doveva studiare, ha un esame” dice preoccupato e scuote la testa. Qualcuno gli fa notare che la giornata è meravigliosa e poi con questo mare, con questa luce.

“Ma certo: è bellissimo qui.” Sospira comprensivo. “A Cannes c’è troppa competizione.

A me non piace essere in concorso.  Se il tuo film non va bene è il disastro per quello che dicono i critici, se piace ti convincono che avrai un premio e invece alla fine non vinci niente.

I premi più belli sono arrivati quando non li aspettavo.

E comunque in genere non sono serviti a niente.

I film premiati sono quelli che si dimenticano più in fretta.”

Sorride mentre la macchina fotografica appesa al suo collo, silenziosa, sembra registrare tutto, te la senti  puntata addosso.

E così scopriamo che il Maestro in casa ha una collezione di 600-700 macchine fotografiche. “Sì” ammette con una punta di imbarazzo “non c’è più posto in casa.” Tante macchine per sezionare la vita ed estrarne l’essenza. Poggia le dita a sfiorare l’obiettivo e il suo sguardo sembra perdersi in lontane profondità. “È incredibile pensare che ogni scatto ferma qualcosa che è già passato. Premi il pulsante e l’istante che hai immortalato non c’è più. È tutto qua dentro.” Allontana la mano quasi avesse  paura di aprire il vaso di Pandora. “Prima non c’era modo di sapere come era stato davvero il passato: la memoria,  i pittori mentono, ingannano. Ma una foto ti dà la certezza di qualcosa che non c’è più.  Dà i brividi a pensarci, no? Fa paura…”

E scandaglia con i suoi occhi vivi l’ interlocutore quasi a vedere in lui l’effetto di tanto mistero.

“Ora in Germania uscirà un mio libro. Un libro di foto scattate durante la Guerra Civile”

 

E qualcuno tra gli spagnoli, a sentirlo parlare di Guerra Civile, non ci sta e dice:

“Maestro lei in Spagna ha fatto tanto. È stato un baluardo dell’antifranchismo.

Perché oggi si tira indietro?

Non crede che anche oggi ci sarebbe bisogno di sentire la sua voce? La musica è affascinante ma nel mondo succedono cose terribili.”

Sul viso di Carlos Saura avviene qualcosa, il sorriso per un istante si spegne.

Come un bambino immerso nei suoi giochi a cui qualcuno ricordi che deve ancora finire i compiti.

È il peso del passato. Quello che la macchina da presa ha catturato per sempre. Quello che i suoi grandi film, come La caccia,  hanno lasciato. Film duri che ancora oggi a guardarli fanno male. C’è dentro una tensione che divora.

Tira un sospiro, si vede che è abituato alla domanda poi dice: “Io ero bambino durante la Guerra Civile. Sono nato nel ’32 ho vissuto sotto i bombardamenti, mio padre era segretario del ministro delle finanze e ci siamo spostati ovunque seguendo la repubblica. Ovunque ho assistito a morti e stragi.

In quegli anni ho sentito il bisogno di parlarne. Di raccontare quelle cose, ma adesso non più.

Rispetto a quei tempi la Spagna, adesso, è un paese normale. Certo” dice vedendo le smorfie sui volti dei suoi interlocutori “con tutti i suoi problemi. Ma prima non potevamo uscire dalle frontiere, ora siamo in Europa. Possiamo viaggiare…

E comunque io non ho più l’energia per fare film politici. Quel genere di film.“

Lo dice con stanchezza. Sente l’inutilità della sua spiegazione e prova una delusione dentro. Possibile che non riescano a capire?

“E poi credo che oggi la televisione abbia occupato ogni spazio. Volete un film sull’immigrazione?

Con quello che vediamo ogni giorno.

C’è un eccesso di immagini, che non fa capire più niente.

La politica si può fare in tanti modi. La musica è politica. Ma non nel modo in cui molti l’hanno intesa.

In Zonda, nelle sue canzoni, se le ascoltate, c’è una provocazione immensa.

Io ora faccio questo.

Proteggo e rilancio un mondo che la musica anglosassone rischia di far scomparire.

Ci sono riuscito con il flamenco. Ci sono riuscito con il tango.

La musica sopravvive ad ogni politica.” Dice quasi con amarezza

“Lola Flores era una cara amica, dicevano che era franchista perché cantava per Franco ma lei voleva solo cantare. Ai cantanti di flamenco che non hanno un soldo della politica non importa un bel niente. Lola Flores” e ride al ricordo “di politica non capiva niente…

E il fado? I socialisti in Portogallo non lo volevano perché dicevano che era la musica di Salazar.

Ma al Fado cosa gliene importava di Salazar?

La musica  è più forte e se ne frega.”

I giornalisti annuiscono.

Carlos Saura non li ha convinti, e lui lo sa.  Non sarà la prima né l’ultima volta.

È stata una giornata lunghissima e ora è finita.

Siamo tutti stanchi, ora che è sceso il tramonto. E si è alzata una brezza leggera.

Zonda, ha spiegato Carlos Saura, è un vento caldo, che non si sopporta e costringe a stare in casa, perché è impossibile resistere nelle strade.

Il vento tiene a bada gli uomini.

E intanto soffia e crea altre mescolanze e fusioni. Come la musica che unisce Oriente e Occidente. Come nel progetto teatrale di Valladolid a cui ora Saura deve tornare. Oriente e Occidente insieme, quello che la politica non può fare e che il mago continua a miscelare per infondere negli uomini la capacità della musica di rigenerarsi, di nascere nuovi ad ogni incontro.

Al di là delle guerre la musica esce nuova e vigorosa da ogni incontro.

Come un ricordo di possibilità, la più grande delle magie perdute e ancora possibili.

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