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Previsioni errate

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Il mio viaggio in Marocco si fermò a Fes. Incontrai lì Salim e me ne innamorai. Prima di incontrarlo, ipotizzare un’attrazione verso un altro uomo mi aveva sempre fortemente disgustato, mi provocava un repentino senso di nausea. Avevo poco più di quarant’anni, due splendide figlie e credevo di essere felicemente sposato.

Il mio viaggio in Marocco si fermò a Fes. Incontrai lì Salim e me ne innamorai. Prima di incontrarlo, ipotizzare un’attrazione verso un altro uomo mi aveva sempre fortemente disgustato, mi provocava un repentino senso di nausea.
Avevo poco più di quarant’anni, due splendide figlie e credevo di essere felicemente sposato.
Salim quasi trenta.
Ci incontrammo a cena, sulla terrazza di un piccolo Riad, con altra gente. Fu lui ad attaccare discorso.
“È la prima volta che vieni in Marocco?”.
“Sì”.
“Impressioni?”.
“Piacevoli” risposi, mentre il suo sguardo già mi indagava, e continuai di seguito, per allontanare un lieve disagio che mi saliva dentro: “Come mai parli così bene l’italiano?”.
“Mia madre è italiana di Padova e mio padre è di Fes. Lei ha voluto che parlassi anche italiano oltre al francese e all’arabo”.
Quel ragazzo, il cui torace coperto da un’aderente camicia di lino color lilla rivelava una perfetta struttura fisica, appariva come un Apollo bronzeo.
Si alzò dalla seggiola e venne a sedersi in una poltrona accanto a me. Avvertii un sentore di arancia amara che arrivava dal suo corpo.
“Mi sono laureato in Francia in ingegneria e ora lavoro qui in una multinazionale petrolifera”.
“Anche tu ingegnere”.
“Ti sembra strano?”.
“No, mi fa sorridere questa coincidenza. Sono ingegnere anch’io, nel settore genetico però”.
Mi offrì un sorriso aperto, dove i suoi denti rivelavano il nitore dei fiori della zagara e continuò: “Mi sembra una premessa incoraggiante se volessimo approfondire la nostra conoscenza”.
Per un attimo considerai sfrontata questa sua ipotesi, ma l’innata eleganza che lo contraddistingueva anziché istigarmi ad andarmene, mi invitò a restare.
Mi accorsi della musica che si diffondeva in terrazza quando Salim, continuando a tenermi incollato al suo sguardo, si alzò e invitò a ballare una donna del gruppo su una struggente melodia araba.
Volteggiava con naturalezza meglio di una danzatrice di night. Continuava a puntarmi gli occhi addosso come unico bersaglio e senza rendermene conto mi sentii punto da rabbia e sottili fitte di gelosia… non avrei mai dovuto fare quel viaggio!
L’autostima che avevo dell’ingegner Nicotra, rispettabile genetista, aveva costituito un punto di forza fino a quel momento, ma dov’era finita?
Appena la musica cessò, Salim tornò a sedersi e mi offrì un Casablanca cocktail, dopo aver tintinnato il mio bicchiere con il suo, per un brindisi.
Mentre sorseggiavo il drink riprese a interrogarmi: “Non sei geloso della donna con cui ho ballato, ingegnere?”.
“Sei troppo sicuro di te, Salim” risposi, ma la sua frase aveva attraversato il mio corpo come una scossa elettrica.
“È vero. Sono sicuro di me e i tuoi occhi dicono che tu non lo sei più”. A quella arroganza avrei reagito di scatto e violentemente, prima di conoscerlo, ma mi ritrovai come una pianta avvizzita, senza linfa, e restai seduto a occhi bassi.
“Hai visitato il giardino del Riad? I giardini arabi sono profumati e misteriosi, come quelli de Le Mille e una notte. Dai, alzati da quella poltrona e seguimi”.
Per cortesia ma soprattutto per assenza di volontà, lo seguii.
Intorno alla fontana illuminata piante e cespugli di rose damascene permeavano dei loro profumi l’area circostante.
Me lo trovai d’un tratto accostato a me, dietro.
Tentai di girarmi, ma il suo braccio muscoloso mi serrava la vita, mentre la sua lingua iniziava dolcissima a leccarmi il collo.
Non volevo abbandonarmi, ancora no, cercavo disperatamente un gancio cui aggrapparmi e uscire da quell’ebbrezza eccitante, ma Salim fu più rapido.
Si lasciò scivolare con me, senza liberarmi il braccio, su uno dei larghi divani sparsi in giardino.
Ormai desideravo solo baciarlo, baciarlo a lungo, volevo succhiare il suo sesso, stringerlo al mio corpo, carezzare quella pelle glabra e ambrata, come quella dorata dal sole di una donna, penetrare il suo culo caldo, e godere, godere fino a morirne.
Ma mi girò di lato e lui, dietro a me, con foga mi abbassò i pantaloni. Le mani sapevano toccare il mio corpo. La forza delle sue braccia mi bloccò a sé: eravamo ormai uniti, senza più scampo.
“Voglio prenderti, come un fiore proibito!” mi sussurrò Salim, ansimando. Chiusi gli occhi e entrai nella vertigine, mentre con forza mi penetrava.

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