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Uno, due e tre

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Inspirare, uno, due e tre, trattenere, uno, due e tre, espirare lentamente, uno, due e tre. Coraggio Monica, di nuovo. Inspirare, trattenere, espirare. L’esercizio che le avevano insegnato durante il day hospital. Uno entrare nel dolore, due respirarci dentro, tre lasciarlo andare fino a trasformare la fitta in un piccolo nucleo pulsante.

Inspirare, uno, due e tre, trattenere, uno, due e tre, espirare lentamente, uno, due e tre. Coraggio Monica, di nuovo. Inspirare, trattenere, espirare. L’esercizio che le avevano insegnato durante il day hospital. Uno entrare nel dolore, due respirarci dentro, tre lasciarlo andare fino a trasformare la fitta in un piccolo nucleo pulsante. Sopportabile, ma che non la lasciava mai. Ultimamente si era così intensificato che quasi non riusciva più a gestirlo, presto avrebbe dovuto dire addio anche a quei piccoli sprazzi di autonomia che ancora le restavano. Poche settimane e non avrebbe avuto più niente di suo. Già adesso veniva accompagnata avanti e indietro, stai attenta, le hai prese le medicine, ti preparo da mangiare, com’è andata. Troppe parole inutili. In un sussulto di ribellione era uscita di casa, preso la vecchia auto di famiglia e guidato lungo le curve appena fuori città. Con le mani sudate dall’ansia aveva condotto l’auto su un sentiero sterrato fermandosi lì, in quel spazio aperto di silenzio e di sole.
“Che fai là dentro?”
Ebbe un soprassalto. Una vocina squillante oltre il finestrino chiuso. Monica rimase in silenzio con gli occhi serrati, ma dopo un attimo sentì bussare piano. Si costrinse ad alzare la testa e a guardare fuori. Due grandi occhi bambini e un naso schiacciato contro il vetro. Di malavoglia abbassò il finestrino.
“Non c’è niente di bello là fuori” rispose Monica, stupendosi di come sembrava rauca la sua voce. Si accorse che stava per piangere. Le capitava così, all’improvviso, una corrente di tristezza che si faceva largo per uscire, sono i farmaci che prendi diceva sua madre, ma lo sapevano entrambe che non era vero. Inspirare, trattenere, espirare, uno, due e tre. La bambina era rimasta lì a fissarla pensierosa, le braccia conserte, poi all’improvviso si illuminò: “Vuoi venire a vedere la mia casa?”
Monica pensò alle case che aveva visto mentre risaliva il sentiero, ce n’era una dalle mura rosse, più vecchia delle altre, sperò che fosse quella la casa della bambina e non una di quelle moderne che aveva visto prima di svoltare, sulla strada ancora asfaltata.
Mentre camminavano la bambina parlava continuamente. Come si chiamava il suo gatto, che nome avrebbe dato al suo cane quando ne avrebbe avuto uno che mamma glielo aveva promesso se andava bene a scuola. Diletta e Alessandro i suoi futuri figli, Diletta perché così si chiamava sua cugina e Alessandro come il bambino di cui era innamorata e che un giorno avrebbe sposato. Colore preferito, viola, gusto preferito di gelato, puffo. Ma solo quello della casa del gelato, che lo mangi e ti rimane la bocca azzurra per tutto il giorno, tutti gli altri puffi non le piacevano, sapevano troppo di zucchero. “Per favore puoi stare un po’ zitta!” disse Monica esasperata, il piccolo nucleo pulsante che montava rapido dentro di lei. Inspirare, trattenere, espirare, uno, due e tre. Calmati Monica, adesso passa. Inspirare, trattenere, espirare. Ecco, così. Voleva scusarsi, ma la bambina aveva accelerato il passo e quasi non riusciva a starle dietro.
Quando arrivarono in prossimità della casa rossa non si fermarono, “non abiti qui?” chiese Monica delusa. Ma no, rispose la bambina sorridendo, questa è casa dei nonni, casa mia è là, e indicò un incrocio di luce e di alberi poco lontano. A Monica sembrò molto bello e le dispiacque ancora di averla trattata male poco prima.
Erano arrivate. Una scala di corda pendeva da un grande albero di legno scuro e più in alto, incastonata fra i rami, c’era una casa. Era di legno grezzo, con il tetto spiovente, le finestre quadrate, e tutt’intorno un terrazzo con la balaustra di piccole travi incrociate.
Si inerpicò lungo la scala, le mani strette sulla corda ruvida, il corpo tremante per lo sforzo dei muscoli indeboliti. Uno, due e tre. Dai Monica ci sei quasi. A metà della salita si girò per guardare in basso. La bambina era ancora lì. A ogni scalino una fitta più forte. Uno, due e tre. Giunse in cima senza un filo di fiato. “Adesso sei arrivata” disse ridendo la bambina prima di sparire in mezzo agli alberi, la sua risata gioiosa rimase nell’aria anche dopo che se n’era andata. Monica si sedette fuori, sul legno caldo di sole, con le gambe che dondolavano libere oltre le travi. Inspirare, trattenere, espirare. Uno entrare nella bellezza intatta di quel momento, due respirarci dentro sentendo di meritarlo, tre lasciarlo andare.

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