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Che vuol dire Lolita?

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Non aveva avuto bisogno di frenare all’improvviso perché era già come se lo sapesse che Flora sarebbe apparsa lì, a pochi passi da casa, in quella sera di fine estate. Eppure mia madre non aveva smesso un attimo di parlare di cibo e di spesa e di incombenze casalinghe come faceva  da quando mia sorella era sparita da casa.

Non aveva avuto bisogno di frenare all’improvviso perché era già come se lo sapesse che Flora sarebbe apparsa lì, a pochi passi da casa, in quella sera di fine estate. Eppure mia madre non aveva smesso un attimo di parlare di cibo e di spesa e di incombenze casalinghe come faceva  da quando mia sorella era sparita da casa.
“Sei tornata” le disse. “Allora aiutami a portare la spesa in cucina”, aggiunse.
Mi chiesi se si era accorta che mia sorella era nuda e scalza, immobile sul selciato del vialetto, a portata di vista dei vicini. Anche dei Crespi. Di Mario e Anna Crespi.
Flora non aprì bocca ma dopo aver afferrato il sacco che mamma le porgeva lo scagliò in terra senza mai alzare lo sguardo. Non le avevo ancora visto gli occhi, né fiamme né lacrime e sapevo che di lacrime non ne avrebbe mai versate.
“Eccotela la tua spesa”, disse Flora senza fare un passo. Gli occhi bassi non toglievano nulla alla sua sfida, al grido di rivolta che alimentava dentro di sé.
Amavo mia sorella, ammiravo quel suo ruggito nascosto. Lo sentivo agitarsi la notte quando la casa dormiva, quando anche Flora dormiva nel letto accanto al mio. Solo io rimanevo sveglia ad ascoltare l’ira, la gioia, la paura e la frustrazione di tutti i miei famigliari, che aleggiavano libere e selvagge nell’aria notturna.
“Raccogli e vieni a casa” fu tutto quello che sentii dire a mia madre che già aveva voltato la schiena e con il sacco rimasto integro si avviava verso l’ingresso lasciando me e l’automobile in mezzo alla strada con i fari accesi puntati sulla nudità di mia sorella.
Nell’attimo in cui mia madre scompariva dietro l’uscio di casa aperto la sentii sibilarmi nell’orecchio: “Gettami dei vestiti dalla finestra e spicciati” . Si era furtivamente avvicinata all’auto e  stava accovacciata accanto al finestrino.
“Perché sei nuda?”.
“È rientrata la moglie all’improvviso e mi ha cacciata senza darmi i vestiti”.
“Stavi qui accanto dai Crespi?”
“Appunto, quindi spicciati, anzi dammi la camicia tanto hai sotto la maglietta poi vai su e mi butti i pantaloni e i sandali dalla finestra”.
“E poi che fai?”
“Prendo la macchina e me ne vado, ho una cosa importante da fare”.
“Allora vengo con te, altrimenti niente vestiti”. Il cuore aveva preso a sbattermi sullo sterno, DUM DUM DUM, temevo che ne sentisse il rumore sordo e fuggisse via di nuovo. E non avrei saputo dire se mi spaventavano di più il suo abbandono, la mia vigliaccheria oppure la certezza che con lei avrei commesso guai irreversibili. Ma nella paura che pure mi era già capitato di sperimentare in altre circostanza, in quel DUM DUM DUM assordante del mio cuore, sentivo premere un sentimento nuovo e prepotente che conquistava voracemente spazio: volevo essere complice di mia sorella, finalmente complice e sodale in questa sua lotta contro il mondo per me ancora indecifrabile.
Flora fece una pausa che riempì con un lungo respiro rumoroso. Nel frattempo aveva rifatto il giro della macchina e si era seduta al posto del guidatore con la mia camicia indosso. Prima di parlare lanciò un’occhiata furtiva all’ingresso di casa rimasto aperto. Le maniche le arrivavano appena all’avambraccio.
“Ok, allora adesso entra in casa dicendo che mi stai parlando, che mi stai convincendo  a tornare ma che devi correre un attimo in bagno, quindi sali in camera, prendi anche il sacchetto sotto il mio letto, mi getti tutto dalla finestra e torni. Senza perdere tempo. Hai capito? Fai in fretta altrimenti quella non ci casca”
“E se mi scappa davvero la pipì?”
“Sei proprio una bambina, allora me ne vado da sola “
“No, aspetta, la faccio dopo per strada. E dove andiamo?”
“E smettila, falla finita cazzo o ti lascio qui e non lo saprai mai”.
L’avevo fatta innervosire, poteva essere troppo tardi per pentirmi, dovevo fare come diceva oppure perdere per sempre l’opportunità di diventare a mia volta un’adolescente ribelle.
Schivare mamma e le sue domande fu facile. “Che fa quella?” chiese gridando mentre salivo le scale di corsa. “Vuole parlare con me prima di entrare, strillai, ora faccio pipì che non la tengo e rientriamo insieme, stai tranquilla”.
Tranquilla… Tranquilla un corno. La calma gelida che era riuscita a tenere pochi minuti prima si stava sciogliendo in  una rabbia cieca che montava dai polmoni dove manteneva prigioniero un urlo. Avrebbe voluto liberarlo gonfiando di schiaffi la faccia di quella svergognata di sua figlia fino a farla diventare viola. Flora che scappava di casa, Flora che insultava i professori. Flora che si era infilata nel letto del vicino di casa!
“Che vuol dire ‘Lolita’?”
Aveva messo in moto e già eravamo sulla strada principale, mia sorella stringeva il volante con il viso protratto in avanti scrutando nel buio, ora che aveva spento i fari. Non mi rispose.
“Mamma ha detto che sei una squallida Lolita”
Il silenzio durò poco.
“Una troia, significa che sono una puttana, ma giovane, molto giovane”.
“E ti fai pagare molto?”
“No. E vaffanculo pure te!”
Strinsi gli occhi e serrai le mascelle prevedendo la brusca frenata. Già mi vedevo spinta fuori dallo sportello nella notte. Era la fine, avevo detto una cazzata. E dovevo anche fare pipì.
Quando il motore si spense aspettai il rumore sordo dei cardini e lo spintone, DUM DUM DUM, invece Flora sussurrò: “Rimani qui ferma e zitta. E guarda come si fa”. Si allontanò, accucciata ma velocissima verso il suv bianco. Era quello di Mario e Anna Crespi, i vicini. Avevamo percorso solo poche decine di metri passando dal retro. Scesi anch’io e mi calai gli slip prima di farmela addosso. Davanti a me Flora muoveva sapientemente lo spray di vernice nera sulla fiancata dell’auto.
Quando rimise in moto ero già seduta con la cintura allacciata. “E adesso?” le chiesi.
“Adesso andiamo al mare!” Rispose ridendo.
Restammo in silenzio per il breve tragitto, ma Flora continuava a ridere senza emettere suoni, la bocca distesa mostrava i denti lucidi in un sorriso di gioia. Il suo ruggito interiore assomigliava ora alle fusa di un gatto. SONO UNA TESTA DI CAZZO. Forse un giorno avrei scritto anch’io la stessa cosa sulla fiancata di un suv.
“E adesso… facciamo il bagno!” gridò mia sorella. La guardai correre e lanciarsi in mare nella sera. Non avevo mai fatto il bagno al buio. Calpestai la mia camicia sulla sabbia, gettai scarpe e vestiti e la seguii nell’acqua scura intonando con lei a squarciagola la nostra canzone preferita.
“Ti addormenti di sera, ti risvegli con il sole. Sei chiara come un’alba, sei fresca come l’aria”.

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