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Afferrò l’ultima sigaretta e gettò il pacchetto in un angolo. Era davvero l’ultima. Fra pochi minuti qualcuno sarebbe venuto a prenderlo per portarlo in una piazza d’armi allestita in fretta e furia per l’esecuzione.

Afferrò l’ultima sigaretta e gettò il pacchetto in un angolo. Era davvero l’ultima. Fra pochi minuti qualcuno sarebbe venuto a prenderlo per portarlo in una piazza d’armi allestita in fretta e furia per l’esecuzione. Si guardò allo specchio e vide di fronte a sé una faccia smunta che non riconosceva più. Gli occhi rossi e gonfi, la barba sporca, i capelli imbiancati di colpo e spettinati gli davano proprio l’aspetto di un condannato a morte. Il suo secondino, un caporale lombardo che si chiamava Ferruccio Bono, aveva detto il giorno prima che avrebbe esaudito ogni sua plausibile richiesta. Lui lo aveva ringraziato sorridendo e gli aveva messo una mano consolatoria sulla spalla, come se fosse stato il caporale a dover essere fucilato, e non lui.
«Grazie, non ho bisogno di niente» gli aveva detto. «Le sigarette mi dovrebbero bastare.»
Guardò fuori dalla piccola finestra. I soldati si stavano già riscaldando. Riusciva a sentire le loro risate sguaiate e i loro discorsi sconci sulle mogli e sulle figlie di qualcun altro. Non c’è altro modo di passare il tempo quando sei in guerra e poco importa se ti trovi da una parte o dall’altra del fronte. Aveva sentito ufficiali austriaci implorare i suoi comandanti di ritirare le truppe per evitare un massacro mentre lui e gli altri suoi commilitoni attaccavano la terra di nessuno e venivano falciati dall’artiglieria asburgica. Come se quegli austriaci avessero verso di loro un briciolo di quella pietà che i generali italiani avevano negato fino alla fine. Attacchi di quel genere andavano vietati per legge. E gli ufficiali che li avevano ordinati andavano fucilati al posto suo, in pubblica piazza davanti alle loro truppe. Che si manda così a morire la gente? Al grido di “Savoia”, come se fosse un gioco? Comunque ormai non aveva più importanza. Doveva morire come un traditore, con un colpo di fucile alla schiena, così diceva il codice.
Qualcuno bussò alla porta.
Entrò un uomo vestito di nero, vecchio, curvo, che diceva di essere il prete.
«Mi manda il colonnello, figliolo. Sono qui per un ultimo conforto. Vuoi confessarti?»
Lui scosse la testa.
«Non ho commesso peccati nell’ultimo periodo, padre. A parte ammazzare soldati, s’intende. Ma siamo in guerra, Santo Dio non c’è soluzione.»
Il prete si fece il segno della croce. Sembrava turbato più per il fatto che lui avesse nominato Dio invano piuttosto che per la morte dei soldati.
Dietro il sacerdote apparve la sagoma massiccia del caporale Bono. Aveva la divisa macchiata di sugo, la stessa macchia da sei settimane.
«Capitano Amilcare Giusti, credo che sia giunta l’ora» disse.
Capitano Amilcare Giusti. Da quando stava lì nessuno lo chiamava più con il suo grado, a parte quel caporale. In quella stanza di tre metri per tre il grado non contava più nulla, ammesso che prima valesse qualcosa. Se ne ricordavano adesso, pochi minuti prima di farlo fuori.
Lui annuì senza dire nulla. Si guardò un’ultima volta allo specchio, abbottonò la giubba e si tirò su i calzoni, poi si diresse verso l’uscita mentre il prete per l’ultima volta tentava di convincerlo.
«Pentiti, figliolo. Dio potrebbe perdonarti.»
«Vada via padre. E non si senta in colpa per me» disse. «Con Dio me la vedrò io a tempo debito. A lei non ho nulla da dire.»
«Il colonnello vuole vederla prima dell’esecuzione, capitano» aggiunse il caporale Bono. Quel bestione aveva le lacrime agli occhi. Giusti se ne accorse e ancora una volta poggiò una mano sulla sua spalla e si lasciò scappare un sorriso.
«È la prima volta che assisti a una fucilazione?» gli chiese.
Quello scosse la testa mentre si asciugava gli occhi con le mani grandi come badili.
«Fammi strada» disse quindi Giusti rivolto al caporale. Lasciò il prete nella sua cella mentre quello continuava a farsi il segno della croce.
«Sei sposato?» chiese ancora al caporale.
Quello annuì.
«Ho anche due bambine, di cinque e sei anni» disse il bestione, mentre sul volto accennava un lieve sorriso che contrastava con le lacrime e gli occhi rossi.
Avevano allestito una tenda come ufficio per il comandante del reggimento, il colonnello Giulio Carbone. Venivano dallo stesso paese sulle Langhe, lui e Giusti. Il colonnello conosceva i suoi genitori da prima che Amilcare Giusti nascesse ed era stato lui a consigliargli di arruolarsi nell’esercito, qualche anno prima dello scoppio della guerra. Mai consiglio fu più sciagurato.
Il capitano entrò e si mise sull’attenti. Carbone lo guardò e rimase in silenzio per qualche secondo, forse anche lui era in imbarazzo di fronte a un condannato a morte che aveva visto crescere.
«Amilcare» iniziò. «Non credevo che potesse finire in questo modo.»
«Così vanno le cose della vita, comandante.»
«Perché?» chiese l’altro come se non conoscesse tutta la storia.
Giusti fece una smorfia.
«Perché sono un traditore.»
«Ho qui il rapporto del maggiore Ferrari. Dice che nella notte tra il quindici e il sedici febbraio hai ordinato ai due militari della tua compagnia che stavano di guardia ai nostri prigionieri di allontanarsi dal loro posto. E che subito dopo, quando le guardie si sono allontanate, hai lasciato scappare i tre prigionieri.»
«È così. Lo confesso.»
«Sapevi che quei tre erano dei traditori?»
«Lo sapevo.»
«Sapevi che il giorno dopo doveva essere eseguita contro di loro la sentenza di morte per fucilazione?»
«Signorsì.»
«E pur sapendo del loro tradimento hai deciso di farli fuggire lo stesso.»
«Confermo. Signorsì.»
Il colonnello sbuffò. Si coprì il volto con le mani e quando mostrò di nuovo i suoi occhi a Giusti sembrò quasi che al posto delle pupille ci fossero dardi infuocati.
«Quei tre adesso potrebbero trovarsi dall’altra parte del fronte a rivelare notizie segrete ai nostri nemici.»
«Ne sono consapevole.»
«E allora perché l’hai fatto?»
«Perché questa guerra poteva finire molto prima, comandante. O forse poteva anche non iniziare.»
«Basta» urlò quindi il colonnello. «Vuoi farmi credere che hai perso a tal punto l’onore da diventare insensibile alle sorti della patria e a quelle dei tuoi commilitoni?»
«Le sorti della patria sono compromesse da molto tempo. Da quando qualcuno ha scelto per noi di mandare tutti al macello.»
«Non tollererò oltre…»
«Fra poco non ci sarò più, colonnello. Cosa può esserci di peggio?»
«Stai zitto» ordinò Carbone.
«Quando si renderà conto che tutto questo è una follia sarà troppo tardi» concluse il capitano.
L’altro si alzò di scatto dalla sedia. Fissò ancora una volta Giusti ma questa volta il suo viso sembrava stremato, i suoi occhi erano rossi e affaticati e agli angoli della bocca affiorava una smorfia di dolore.
«Ti volevo bene come un figlio» disse.
Il colonnello lo accompagnò all’uscita della tenda dove Bono aspettava con lo sguardo basso. Ordinò al caporale che il condannato venisse condotto davanti al plotone d’esecuzione. Gli raccomandò però di attendere il suo arrivo. Sarebbe stato proprio Carbone a degradare il capitano davanti allo schieramento poco prima dell’ordine finale.
Il caporale precedette Giusti, ma poco prima di arrivare in piazza d’armi il capitano afferrò Bono per un braccio e lo fermò.
«Ho sempre diritto al mio ultimo desiderio?» sussurrò.
L’altro annuì.
«Qualunque cosa, capitano.»
Giusti decise che poteva fidarsi di quel bestione. Infilò una mano dentro la giubba ed estrasse un foglio piegato in quattro.
«Voglio che questa lettera venga consegnata alla madre dei fanti Stefano e Pietro Migliori, li conosci, sono soldati della mia compagnia. Non a loro, mi raccomando. Loro non devono leggere. Solo la madre dovrà farlo. A qualunque costo e anche a guerra finita se sarà necessario.»
«Le do la mia parola. Sempre che io riesca a sopravvivere.»
«Per nessun motivo questa lettera deve passare dalla censura.»
«Glielo giuro, capitano. Sui miei figli» disse il caporale portandosi il pugno sul cuore.
Giusti gli strinse la mano e si avviò verso la piazza d’armi.

Poco dopo arrivò il colonnello Carbone. Il plotone si schierò e presentò le armi al comandante mentre poco lontano l’intero battaglione assisteva sull’attenti. Un tenente con il viso da ragazzino lesse la sentenza ad alta voce. Il colonnello si avvicinò a Giusti, gli sbottonò la giubba e gli strappò di dosso tutti i segni del suo grado. Poi si allontanò. Due soldati presero il suo posto e legarono Giusti a un palo, con la schiena rivolta verso i fucili. Infine il tenente alzò un bastoncino e lo abbassò subito dopo.
Una scarica di proiettili colpì il capitano Giusti. Durò meno di un paio di secondi. Il fumo delle armi e l’odore di polvere da sparo si estesero subito nell’aria. Nonostante il sangue fluisse sul terreno fangoso, il capitano si muoveva ancora. Carbone si avvicinò, guardò il corpo agonizzante per l’ultima volta e con un nodo alla gola diede il colpo di grazia puntando la sua pistola alla nuca di Giusti.
«Che il signore ti perdoni» sussurrò. «E che perdoni anche me.»
Rimase il silenzio.
I soldati non avevano il coraggio di riprendere quello che avevano interrotto. Sistemarono i loro fucili e si allontanarono mestamente, mentre il colonnello rimase in piedi ad osservare il cadavere del capitano Amilcare Giusti, traditore.
Poco lontano, il caporale Bono tremava e piangeva. Attese che tutto finisse, poi si ritirò in un angolo solitario e decise di leggere la lettera. Forse non avrebbe dovuto.

Signora Migliori,

mi chiamo Amilcare Giusti, sono un ufficiale del regio esercito, sono stato comandante dei suoi figli e se sta leggendo questa lettera vuol dire che io sono già morto da un pezzo, vittima della storia che le voglio raccontare. Non ho potuto fare a meno di scriverle perché volevo che conoscesse la verità di questa vicenda, perché la verità fa onore ai suoi amati figli e quindi a lei che li ha cresciuti.
La sera del quindici febbraio millenovecentosedici Stefano e Pietro Migliori erano di guardia a tre giovani italiani in catene accusati ingiustamente di tradimento e in attesa di essere giustiziati. I condannati avevano appena diciotto anni ed erano stati sorpresi di notte a sotterrare tutte le cesoie che dovevano servire a tagliare il filo spinato che ci separava dal campo nemico. Il generale Leone, il comandante della brigata, venuto a conoscenza dell’accaduto, non ha avuto dubbi sul fatto che i tre fossero dei sabotatori, dei traditori della patria conniventi con il nemico che avevano così maldestramente tentato di intralciare un attacco italiano in previsione per il giorno successivo. Quello fu il primo errore di questa storia. I tre ragazzi erano stati scelti dal comandante per condurre quell’azione scellerata contro le linee nemiche. Pochi di quelli che vengono mandati in azioni del genere riescono a tornare indietro. E nel loro caso la paura di morire a diciotto anni massacrati dall’artiglieria asburgica ha preso il sopravvento e li ha convinti a quel goffo tentativo di seppellire le nostre armi spuntate, come se questo potesse servire a far desistere i nostri superiori. Non sapevano i disgraziati che li avrebbero costretti a gettarsi anche a mani nude contro quel maledetto filo spinato e che la loro azione disastrosa non sarebbe comunque servita a niente. Sono stati messi in catene e condannati a morte. Ma Stefano e Pietro Migliori sapevano che i loro commilitoni non erano traditori. E la loro coscienza è stata più forte della paura.
Quella notte tra il quindici e il sedici febbraio millenovecentosedici, i suoi figli hanno avuto la forza di decidere per il meglio, di aprire le porte ai condannati e lasciarli scappare, sfidando i miei ordini, gli ordini del mio colonnello e gli ordini del generale. I suoi figli, signora Migliori, hanno dimostrato di avere più coraggio di molti degli uomini che hanno combattuto al mio fianco. Nessuno avrebbe dovuto chiamarli traditori, ma eroi. Hanno salvato da morte certa tre ragazzi come loro e hanno quasi sacrificato se stessi. In questo torbido stagno maleodorante che chiamiamo guerra non avevo ancora visto nulla di più nobile. Ma purtroppo tutto qui funziona al contrario e i coraggiosi vengono chiamati codardi e i codardi coraggiosi.
Io ero poco lontano da loro, ho osservato la scena, ho lasciato che Stefano e Pietro compissero la loro azione, poi mi sono avvicinato. In quel momento mi sono reso conto che i due ragazzi avevano anche più coraggio di me che fino a quel momento non avevo osato sfidare i miei superiori nonostante la loro, manifesta ottusità. I suoi figli mi guardavano senza paura, attendendo la loro sorte con serenità. E così ho deciso anche io di fare ciò che era giusto. Ho ordinato loro di allontanarsi e di tenere la bocca chiusa su quanto era successo, ho dato loro un compito qualsiasi, uno dei tanti compiti inutili che si danno in queste buche chiamate trincee, e ho confessato io, per loro, il misfatto. Adesso il traditore sono io, non più loro. Adesso, se la guerra non li porterà comunque via, Stefano e Pietro Migliori possono provare a fare qualcosa di buono per il loro paese, senza che il marchio d’infamia pesi sulle loro spalle.
Non merito nessun premio per questo e non chiedo nulla a lei, se non conservare nel cuore la consapevolezza che i suoi figli sono ormai uomini di cui andare fieri. Stefano e Pietro Migliori meritavano di vivere perché sono la speranza, anche per me, anche se non ci sarò più. E io, almeno per questa volta, ho fatto davvero il bene per il mio paese. Questo mi basta.
Mi auguro solo che tornino sani e salvi a casa. Altrimenti sarà stato tutto inutile.

Con osservanza,

Capitano Amilcare Giusti.

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