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Anticipazioni

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Accovacciato davanti al mobile del televisore Marco tese il lato superiore della bandiera, fece scivolare la mano destra sul tessuto per eliminare le pieghe quindi infilò i lembi tra il lettore DVD e la base della tv.

Accovacciato davanti al mobile del televisore Marco tese il lato superiore della bandiera, fece scivolare la mano destra sul tessuto per eliminare le pieghe quindi infilò i lembi tra il lettore DVD e la base della tv. Con la testa girata verso il centro della stanza la lupa lo guardava, la partita poteva iniziare. Lazio – Roma, Stadio Olimpico ore 18.00. 18.00? Che orario di merda! Marco era stato costretto a prendere un permesso, aveva sperato di poter vedere il derby in sala riunioni con gli altri colleghi, ma la direzione non aveva dato il consenso. A luglio con tutto il reparto IT aveva visto Italia – Costarica ed erano stati buttati fuori dal Mondiale quindi, a conti fatti, era probabile che l’ufficio portasse sfiga, meglio andare a casa. Visto l’orario, c’erano buone probabilità che Lui non ci fosse. Pieno di speranza Marco guardò il muro che divideva il suo appartamento da quello del vicino. Strizzò leggermente gli occhi, come se in quel modo potesse vedere dentro il salotto di Tommaso Fei.
Tommaso Fei, agente immobiliare, 35 anni, 2 figlie, laziale, abbonato a Mediaset Premuim. Tommaso Fei, il nemico. L’ostilità verso il nuovo vicino era iniziata il 4 marzo 2012 durante Roma – Lazio. Ancora bruciava il 3 – 2 del girone d’andata e quel pomeriggio Marco era teso, dovevano vincere, non c’era alternativa. Passati 7 minuti dall’inizio della partita, proprio un attimo prima che Stekelenburg venisse espulso lasciando la squadra senza portiere, Marco aveva sentito Fei gridare: “Siiii, daje stronzo esci!”. Subito dopo, mentre sullo schermo Hernanes era ancora fermo sul dischetto, l’urlo di esultanza di Fei gli aveva comunicato, pochi secondi prima che potesse vederlo con i suoi occhi, che il rigore era entrato in porta e che la Lazio era così passata in vantaggio. Marco aveva provato una sensazione di vuoto che dalla gola scendeva veloce verso lo stomaco. A causarla non era stato il gol subìto, ma la consapevolezza che i pochi secondi di scarto che passavano tra Mediaset Premium e quella merda di Fastweb tv durante le dirette, sarebbero diventati il problema centrale della sua esistenza.
Era stata sua moglie a insistere per Fastweb perché voleva Sky, per vedere quei programmi del cazzo dove donne emotivamente instabili piangevano provandosi abiti da sposa, dove sedicenni rimanevano incinte o dove si celebravano matrimoni tra perfetti sconosciuti e li si costringeva a vivere insieme per vedere in quanto tempo e in che modo l’uno avrebbe ucciso l’altro. Dopo l’incidente di marzo Marco aveva detto ad Elena che dovevano cambiare abbonamento, costava anche di meno: 26,99 contro 29,99. Ma lei aveva chiuso la discussione mettendo tre euro sul tavolo e dicendogli che glieli avrebbe dati ogni mese per coprire la differenza, ma che a Sky non avrebbe mai rinunciato. Poi era uscita per andare a yoga lasciandolo solo davanti a un programma in cui una donna stava confessando il suo segreto: mangiare pezzetto dopo pezzetto i materassi dei letti che aveva in casa. A Elena piacevano queste stronzate e non avrebbe ceduto. Per lui sarebbe iniziato un campionato difficile.
11 novembre 2012. All’inizio del secondo tempo l’urlo gioioso di Fei aveva anticipato il 3-1 e la rovinosa sconfitta della Roma.
26 maggio 2013. Coppa Italia. Dopo 71 minuti di agonia Fei aveva gridato così forte che Elena si era spaventata e Marco aveva capito 10 secondi prima del previsto che la partita era persa. La gioia della diretta gli era stata strappata via un’altra volta.

Mancavano ormai solo cinque minuti dal calcio d’inizio quando l’ascensore si fermò sul pianerottolo. Marco lasciò la sua postazione per correre verso lo spioncino e lo vide: Fei, con un cartone da 6 di Peroni stava entrando in casa.
Al nervosismo per la partita si unì quello provocato dall’improvviso rientro del vicino. Avrebbe dovuto vedere il derby da Daniele o da Claudio, ma lo spostamento di orario aveva reso la cosa impossibile e ora si trovava ad affrontare i nemici sia in campo che in salotto.
Il fischio dell’arbitro diede inizio al gioco. Marco, seduto sulla poltrona teneva gli occhi incollati allo schermo. Passavano i minuti e il risultato rimaneva immutato: 0 – 0. Perché non segnavano, porca puttana? Dovevano prendersi il secondo posto! Era lì ad un passo, cazzo! Dalla fascia sinistra la palla raggiunse la testa di Klose che, solo davanti alla porta, saltò per segnare, ma la palla volò sopra la rete. Marco tolse l’audio alla tv, voleva sentire attraverso il muro il dolore di Fei. Ad ogni imprecazione del vicino si sentiva sempre meglio, come se avesse messo in atto una piccola vendetta.
Questo stato di euforia lo accompagnò fino all’inizio del secondo tempo, ma dopo pochi minuti di gioco lo schermo del televisore diventò nero. Marco si voltò per controllare la luce del modem, spenta. Corse verso l’interruttore delle luce del salotto. Su giù, su giù. Acceso, spento. Acceso spento. La corrente c’era. Ovviamente c’era, perché solo quella merda di Fastweb ti lasciava col culo per terra durante la partita dell’anno! Marco corse verso il modem, lo staccò dalla presa elettrica e lo riavviò. Con ansia attese la lucina verde che segnalava l’accensione dell’apparecchio, ma la luce rimaneva ostinatamente spenta. Tentò di nuovo di rianimare il modem tre, quattro, cinque volte fino a che non sentì l’urlo di disperazione di Fei. Avevano segnato? Oppure la Lazio aveva sbagliato un tiro? Che cosa era successo?
Marco prese il cellulare, avrebbe visto lì il risultato, ma la ricezione era pessima e la piccola “E” sul lato sinistro del display gli comunicò beffarda che mai sarebbe riuscito a caricare la pagina diretta.it. Mannaggia alla puttana! Perché non ti connetti?!
Poi la gioia di Fei fece irruzione in salotto con grida ripetute che non lasciavano dubbi: la Lazio aveva segnato. Ma qual era il risultato? Pareggio o vantaggio? Doveva sapere, così si appoggiò al muro divisorio con tutto il corpo, fece aderire l’orecchio destro alla parete, ma l’unica cosa che riusciva a sentire era il lieve brusio della televisione. Ma perché cazzo non alzava il volume? Infame maledetto! Non potendo più resistere Marco scese in strada per riuscire a caricare sul cellulare la pagina con i risultati, ma dopo pochi secondi fu investito da grida festose provenienti dai palazzi circostanti. Un altro gol. Istintivamente Marco alzò la testa verso le finestre dell’appartamento di Fei, come se solo lui in quel momento gli potesse far conoscere il risultato, ma era inutile. Da laggiù non poteva distinguere il suo grido da quello degli altri. Intanto la scritta. “Nessun servizio” aveva preso il posto di “Tim” sullo schermo del telefono. La partita doveva essere ormai terminata da pochi minuti, ma come? Rientrando a casa, Marco incontrò Fei sulle scale e gli rivolse il solito cenno di saluto astioso. Quello stronzo sa chi ha vinto, sa cos’è successo in campo, sa se il siamo in Champions oppure no. La smania di conoscere il risultato travolse Marco costringendolo a domandare: “Beh, com’è finita?”
“Ma vaffanculo, va” – rispose il vicino continuando a scendere le scale.
Ma come vaffanculo?
Marco esitò solo un momento prima di inseguire Fei giù per le scale. Quando lo raggiunse lo afferrò per un braccio dicendo:
“No, davvero, com’è finita?”.
Fei si girò infastidito, lo sguardo fisso sulla mano che Marco teneva stretta intorno al suo braccio.
“Oh, ma che insisti?”
Con uno strattone Fei si liberò dalla presa. Marco sapeva che avrebbe dovuto lasciar perdere, il vicino sembrava sul punto di incazzarsi, eppure non si fermò.
“No senti, dico sul serio, non lo so com’è finita…”
“Se vabbè” – tagliò corto Fei e riprese a scendere le scale. Arrivato alla fine della rampa si girò e aggiunse: “Comunque c’avete avuto culo … Quello non ha mai segnato in tutta la stagione, proprio oggi doveva comincià?”
La frase di Fei apriva una possibilità per Marco che riconobbe in quelle parole la voglia incontrollabile di commentare una partita appena conclusa. In quel momento il fatto che ad ascoltarlo ci fosse uno stronzo romanista che gongolava per la vittoria, non aveva alcuna importanza per Fei. Così Marco lo raggiunse alla fine della rampa. Ora che conosceva il risultato avrebbe potuto sbeffeggiare il vicino e andarsene, ma rimase con lui a parlare della partita così come spesso aveva immaginato.
Attraverso le parole di Fei Marco riuscì a vedere le azioni di cui non aveva potuto essere testimone. Scoprire quello che era successo in campo nell’esatto momento in cui il vicino lo descriveva rese Marco euforico. Fei gli stava restituendo quello che per anni, inconsapevolmente, gli aveva tolto e lo stava facendo nel migliore dei modi.

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