La maison de la radio

di

Data

Viaggio attraverso le immagini nel cuore della radio. Philibert racconta il suono.

È quasi impossibile credere che l’interesse di uno fra i più brillanti documentaristi degli ultimi anni si sia posato su qualcosa di lontanissimo dall’immagine. Ma che Nicolas Philibert fosse attratto dagli altri sensi quasi quanto dalla purezza dello sguardo era ormai chiaro fin dai tempi di “Etre et avoir” (2000) quando la telecamera indugiava sulle mani dei bambini, ansiosi di conoscere il mondo attraverso il tatto, più che attraverso gli occhi. Per esplorare la realtà spesso il cinema non basta: il regista francese ci ha insegnato proprio questo. E infatti il lavoro di Philibert è tutto fuorchè cinematografico: difficile capire dove inizia un senso e dove finisce l’altro. Quasi impossibile capire su cosa si poserà il suo sguardo: bambini, animali, natura, capaci di evocare odori e sensazioni tutt’altro che mediati. Scegliere di raccontare un medium con un altro mezzo è sempre un’impresa audace: eppure nel suo ultimo lavoro “La maison de la radio” , Philibert decide di portarci nel mondo del suono e di concretizzarlo nelle immagini degli studi radiofonici di Radio France. Dopo averci condotto nella straordinaria quotidianità di una scuola di campagna, aver esplorato il cuore pulsante di un’organizzazione ( La voix de son maitre, 1978) , Philibert decide di dare un volto a ciò che non può essere mostrato. Impossibile guardare il suono, più semplice osservarne la sua naturale evoluzione. La radio con la sua silenziosa pervasività è stato il mezzo del XX secolo, il testimone di guerre, lacrime, passaggi storici, cambiamenti di epoche. E se nel cuore delle persone è rimasta l’immagine rassicurante di una radio che ci accompagna, con la sua malcelata presenza nel corso della vita, non è difficile immaginare perché Philibert abbia deciso di raccontarla. Il mondo sonoro rappresenta l’ultima sfida del documentario: raccontare attraverso le immagini ciò che non può essere visto. Rumori, voci, suoni ritornano prepotenti sulla scena, riacquistando il loro antico potere. Lo stesso potere, altrettanto invisibile, che il silenzio aveva ne “Il paese dei sordi” ( 1992): c’è il diritto al rumore, ma c’è anche il diritto al silenzio. Difficile capire cosa sia più complicato da osservare.

Altri racconti
in archivio

Sfoglia
MagO'