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Fotografie mentali

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Spesso la fotografia scattata dalla nostra mente è più importante di quella immortalata da una modernissima macchina fotografica. Perché contiene la forza e l’intensità del ricordo.

Ricordo un paio di anni, fa, il concerto di Renato Zero a Roma, ci ho portato mamma, sorcina ultra settantenne, da sempre (se legge che ho reso pubblica la sua età si arrabbia pure, magari). Renato, da artista qual è, ci ha redarguito, ci ha sgridato per quell’ossessione di fotografare e di girare video con i telefonini. Non solo per le luci dei flash e degli schermi che a lui danno fastidio e creano disorientamento ma anche, e soprattutto, per la nostra ormai dimostrata incapacità di ricordare. Fissare la propria attenzione su una fotografia, cercando di catturare un’immagine, ci fa perdere la concentrazione, quella concentrazione che ci lascia orfani della memoria e della capacità di fissare un ricordo nella nostra mente. Vero, verissimo, maestro. Quando siamo a un concerto, in un parco o viaggiamo, siamo così distratti dalla nostra fotocamera che, spesso, perdiamo il momento, il sapore di una luce, di un tramonto che ci accarezza le palpebre, di un vento che si smarrisce fra i capelli. Quando siamo in un momento intenso, dovremo provare a scattare una fotografia mentale, fissare nella memoria non solo le immagini ma anche, e soprattutto, le sensazioni, gli odori, il clima, le emozioni, i suoni, i profumi, l’energia, l’equilibrio, i dettagli di quel bel momento. Perché non farlo per poi evocare tutto prima di addormentarsi?

Smettiamo di vivere esperienze filtrate da schermi, di respirare luci, rumori metallici e tasti ticchettanti. Non è facile, in un mondo in cui potenti e scattanti apparecchi possono riprodurre il minimo dettaglio. E sebbene adori fotografare, comprendo che, a volte, dopo qualche scatto, si deve posare la macchina, non pensarci più, bisogna lasciarla andare dolcemente, farla riposare (e noi con lei) e concentrarsi solo sulle sensazioni, fissare nella mente i colori e i sentimenti provati durante quei momenti felici e liberi. Anche questa può essere leggerezza. Qualcuno suggerisce anche come fare. Guardare, dividere, osservare, contare, chiedersi, chiudere gli occhi e immaginare, controllare. Certo che si deve guardare, ossia cogliere ciò che la curiosità desidera cogliere. Si può anche dividere l’immagine in più parti, se essa è grande, e osservare i particolari, per indagare ogni piccolo elemento. Ma quello che conta è porsi delle domande, chiedersi qualcosa su quello che si vede, capire quali sono le sue caratteristiche, perché ci colpisce, quasi a voler creare un sentiero nella mente con tracce che le permettano di ritrovare con maggiore facilità le informazioni che si cercano quando ne se ne avrà bisogno. Si chiudano gli occhi, poi, per immaginare uno alla volta, ogni singolo pezzo d’immagine, mettendolo a fuoco, modificandone la nitidezza, il colore, finché l’immagine interna diventa familiare e chiara. Si aprano gli occhi, per controllare il risultato. Se tutto questo vi pare troppo scientifico e poco creativo, non esitate. Basterà ignorare ogni suggerimento e fermarsi a sentire. Scattate, allora, semplicemente, un’immagine mentale, senza computer o carte lucide e patinate. Quatta quatta, la fotografia mentale arriverà da sola, a scaldarvi le freddi notti invernali e a rinfrescarvi le afose giornate estive. Perché il solo ricordo profumato dei vostri momenti sarà accanto a voi. Solo lui.

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