TanzZeit – Tempo di danza

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TanzZeit è un modulo di insegnamento di danza contemporanea, un laboratorio, un filo che attraversa le scuole tracciato da corpi danzanti

Forse sono i profumi delle strade tra viale della Primavera e via dei Sesami che si mescolano con quelli di stagione e che mi hanno confuso, forse è il traffico del venerdì pomeriggio che impazzisce verso fuori Roma, ma quando arrivo alla scuola elementare dedicata al piccolo schiavo ribelle pakistano Iqbal Masih sono in ritardo, e i bambini hanno già iniziato. Mi aspetto un saggio di danza, bambini che eseguono movimenti predeterminati, genitori che guardano, maestre che sorvegliano. E invece i bambini sono intorno a una pista, con quattro di loro al centro. Due coppie. In ogni coppia c’è un bambino a occhi chiusi e un altro che lo guida in una serie di evoluzioni apparentemente casuali. È “il viaggio a occhi chiusi” spiegano. Alla fine del viaggio i due bambini a occhi chiusi raccontano le loro esperienze, davanti a tutti, senza esitare. Il primo dice a me è piaciuto molto, mi sono abbandonato. A me non è piaciuto molto, dice invece il secondo, ho avuto un po’ paura, sì, mi fidavo del mio amico, ma a occhi chiusi avevo paura, però non è successo niente e ora di lui mi fido di più.

TanzZeit è un modulo di insegnamento di danza contemporanea, un laboratorio, per le scuole che nasce a Berlino una decina di anni fa e arriva a Roma nel 2013 grazie all’incontro di TanzZeit – Zeit für Tanz in Schulen di Berlino con il Teatro Valle Occupato. Il laboratorio di quest’anno è stato condotto nella scuola Iqbal Masih da due danzatori berlinesi, Francesca Patrone e Ante Pavic, affiancati da professionisti italiani. Alla base del laboratorio ci sono il movimento e l’espressione creativa dei bambini, a cui viene data la possibilità di andare oltre le dinamiche consolidate dei gruppi, oltre le differenze di cultura, di ruolo e di genere.

L’incontro, aperto a tutti, arriva dopo i cinque giorni di laboratorio. Le bambine e i bambini si mettono in cerchio intorno a una serie di fogli, ogni foglio con una frase scritta in stampatello: la danza è il linguaggio spirituale del corpo; per me la danza è gioco e arte; con gli occhi chiusi è più bello; convincere i genitori; ho superato il mio limite; quando si perde l’equilibrio (fisico) si scoprono cose nuove e incredibili. E molti altri. Capirò solo dopo che le frasi non sono state suggerite ai bambini, ma le hanno pensate proprio loro, dopo una discussione durante il laboratorio. Quello che ci interessa nel laboratorio è il processo, mi spiega Francesca Patrone, ogni piccolo passo del processo di lavoro è il nostro risultato, è il momento dove avviene la trasformazione. La nostra sorpresa, ogni volta, dice Francesca, è come in soli cinque giorni i bambini riescano a acquisire confidenza e profondità.

A turno i bambini prendono uno dei fogli, lo leggono e spiegano al pubblico le sensazioni che vogliono trasmettere. La frase sarà il tema della loro esibizione. Poi chiamano a danzare con loro l’amico o l’amica, tutta la classe, o i genitori, o le maestre. O tutti insieme. I loro movimenti sembrano andare oltre la danza, sono vere e proprie esperienze sensoriali. La danza ti fa scoprire nuovi lati di qualcuno che conosci, dice Alexander, che farà la seconda o la terza elementare. Sono seri e concentrati, sono leggeri e divertiti. Sono bambini. Poi arriva la campanella.

Il progetto è realizzato con il sostegno del Goethe-Institut Rom.

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