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Forse Esther di Katja Petrowskaja

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Forse Esther di Katja Petrowskaja è un viaggio nel tempo e nello spazio. Se fosse un film sarebbe un road movie della memoria.

Forse Esther di Katja Petrowskaja è un viaggio nel tempo e nello spazio. Se fosse un film sarebbe un road movie della memoria, ricco di incontri e storie, che cominciano all’aeroporto di Berlino davanti a una criptica insegna pubblicitaria e finiscono davanti a un semaforo rosso che diventa verde e poi di nuovo rosso all’incrocio di due strade di Kiev.

Forse Esther è la storia di una famiglia di origine ebraica che si dedica da sempre all’insegnamento ai bambini sordomuti, è la storia, fin dalla metà dell’Ottocento, degli spostamenti della famiglia, voluti o meno. È la storia dei luoghi attraversati nel corso dei decenni. È la storia di un viaggio fatto non tanto alla ricerca di radici, perché Katja Petrowskaja le sue radici le conosce benissimo, quanto fatto per assaporare lei stessa le sensazioni provate dai suoi familiari nel corso degli anni, a Vienna, a Odessa, a Kiev, in Polonia, in Russia, ancora in Austria, dovunque lei abbia saputo si fossero trovati. Per assaporare anche le sensazioni più tragiche, a Auschwitz, descritta senza mai nominarla o a Mauthausen, raccontata con drammatica leggerezza.

I personaggi di Petrowskaja sono tutti molto poetici, i bambini sordomuti salvati a Leningrado o la zia zitella, il nonno tornato a casa dopo una guerra e quarant’anni, o, a loro modo, lo zio terrorista per caso o il ruvido montanaro austriaco. Ma indimenticabile è la nonna Forse Esther, “forse” con la f maiuscola, perché fa parte del nome, perché di preciso il nome non se lo ricorda nessuno, che i familiari Forse Esther la chiamavano semplicemente “nonna” o “mamma”. Abbandonata dalla famiglia, forse abbandonata, perché è la stessa autrice che ci insinua il dubbio, insieme a un ingombrante albero ficus, nella Kiev assediata dai nazisti, perché non c’era posto per tutti sul carretto della fuga. Forse Esther, che si avvia ormai sola, passetto dopo passetto, con grande ritardo, senza sapere cosa l’aspettava, come gli altri ebrei rimasti a Kiev del resto, verso Babij Jar, la fossa comune dove ne saranno ammazzati tra i cento e i duecentomila. Uccisa Forse Esther, con una rivoltellata, forse per crudele noncuranza o forse per crudele pietà, da un ufficiale cui aveva chiesto la strada per arrivarci.

“Pensavo in russo, cercavo i miei parenti ebrei, scrivevo in tedesco”, sono parole di Katja Petrowskaja, il viaggio è stato lungo e ci ha coinvolto tutti, “Dio ci googla la strada, affinché non smarriamo il cammino” dice Petrowskaja. E la strada è la storia.

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