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I baffi di Hitler

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La diagnosi del dottor Bolch era stata chiara e inconfutabile. L’aveva mandato a chiamare in grande segretezza a Linz, dove abitava, e il suo fidato medico non aveva avuto dubbi.

La diagnosi del dottor Bolch era stata chiara e inconfutabile. L’aveva mandato a chiamare in grande segretezza a Linz, dove abitava, e il suo fidato medico non aveva avuto dubbi.

Caro Adolf, mi spiace molto ma si tratta di alopecia areata, si è localizzata a chiazze sul viso e in particolare proprio lì, sui tuoi illustrissimi baffi.

Hitler si era guardato allo specchio ed era impallidito. I suoi schnurrbart, vanto della grande Germania e del Nazismo intero presentavano al centro un grosso bottone bianco. Una vile e femminea macchia sul suo nero e gagliardo vessillo.

–       Non è possibile non è possibile! –  cominciò a sbraitare Adolf

– Fra qualche giorno mi aspetta il comizio al Lustgarten di Berlino per la festa dei lavoratori. Non posso presentarmi senza i miei baffi, ne vale del mio onore e di quello dell’intera Germania. Ci vuole una cura !

– Non ci sono cure-  replicò serio il dottor Bloch –

– Come non ci sono cure…Deve pur esserci un rimedio contro questa dannatissima alopecia.

 Non ne conosco, mio fuhrer.

– Un momento…la vecchia zia Franziska, esperta di erbe…  Lei potrebbe aiutarmi. La manderò a cercare a Banaum: mi darà qualche antico rimedio.

Per Adolf, quella che arrivò, fu una notte piena d’incubi. Nella scena onirica troneggiava il palco del comizio, mentre sullo sfondo svettava un enorme cartello con la scritta HITLER, da cui si staccavano le teutoniche H iniziale e R finale, lasciando timide e spoglie le 4 letterine ITLE, proprio come un labbro superiore spogliato dei poderosi baffi. Poi le lettere si separavano, barcollavano e si ricomponevano formando un LEIT-coretto di monogrammi, che lo beffeggiava, anzi lo baffeggiava senza ritegno.

Appena sveglio si precipitò allo specchio per il solito sopralluogo: la chiazza bianca sembrava ingrandita a dismisura e il nero del suo peloso trofeo ridotto ad una striminzita aureola.

Era bastato uno scambio di vocali per trasformare  il suo virile baffo  in una femminea beffa.

Il giorno dopo arrivo la zia Franziska, ricevuta anche lei in segreto nella stanza da letto del fuhrer. La zia Franziska era stata informata del grave problema e aveva portato con sé una borsa di stoffa, contenente boccette e cartocci di polveri. Esaminò l’ enorme bottone tra i peli e poi gli disse

–       Prova a strofinarci polvere di peperoncino più volte al giorno e la sera questa lozione alle ortiche. Serviranno a riattivare i bulbi dei peli.

Adolf afferrò cartoccetto e flaconcino e la cacciò via, minacciandola di spedirla al castello di Hartheim, se i rimedi non avessero funzionato.

Cominciò a strofinare diligentemente la polvere di peperoncino, che lo fece intimamente ululare per il bruciore. Ma Adolf, per coprire i guaiti, intonò il  Die Fahne hoch e a passo di marcia lenì gli effetti ustionanti del medicamento.  La sera poi si chiuse in bagno e si dedicò con solerzia all’applicazione degli impacchi di ortica. Strinse le natiche e concentrò mente e muscoli, come se dovesse stendere il braccio per l’Hitlergruss: l’unico effetto che ne ricavò fu un latrato e un eczema rosso e pruriginoso. Il cerchietto pilifero al contrario continuava a ridursi, finché nei giorni a venire non ne rimase che un vago ricordo. E per ringalluzzirlo non poteva far altro che sfogliare l’album delle foto o i giornali di qualche mese prima, visto che negli ultimi tempi aveva sospeso le uscite e limitato gli incontri a quelli con i fedelissimi.

Alla fine arrivò il giorno del fatale appuntamento. Non poteva sottrarsi: a Berlino lo attendevano migliaia di lavoratori convenuti per ascoltare il loro idolatrato fuhrer.  Non poteva presentarsi senza i suoi baffi, quelli che lo avrebbero consegnato alla futura memoria.  Non poteva tradire la sua stessa immagine.

Fu allora che gli venne in aiuto quella sua vecchia passioncella. Dove li aveva infilati? Gli erano stati fedeli nella sua difficile giovinezza. Lo avevano confortato e sostentato. Si mise a cercarli nelle vecchie casse che teneva gelosamente custodite e li trovò: pennelli e colori, per niente secchi, in perfetto stato di conservazione. Cercò il nero, scelse il pennello dalla punta più adatta, si procurò dell’acqua e si piazzò quindi davanti allo specchio. Avrebbe  dipinto dei bei baffetti, diventando il primo imitatore di sé del futuro.

Ritrovò la mano sicura del giovane artista, che si era guadagnato da vivere dipingendo cartelloni pubblicitari di negozi e imbiancando pareti di ricchi palazzi e con quella ripassò l’immagine che per tanti anni aveva visto nello specchio.  Utilizzò il pennello, applicando delle minute spatolate, in modo da dare corpo al colore, perché non rimanesse una mera e piatta pittura. Alla fine si guardò, si riconobbe e pensò che il simbolo di se stesso era salvo.

Il giorno del grande incontro arrivò e Adolf Hitler si appressò allo specchio per compiere la sua opera d’arte, quella che l’avrebbe consegnato alla Storia e al suo sogno di artista. Quel giorno avrebbe mostrato al mondo anche il suo talento di pittore, quello a cui lui aveva votato intimamente se stesso, già dai primi anni della sua vita.

Dette con maestria le virili spatolate per consegnare ai posteri, come Van gogh, il proprio autoritratto. Osservò compiaciuto l’immagine, quindi con passo sicuro si avviò all’appuntamento col futuro.

Salì sul palco e guardò la folla che lo acclamava: oltre un milione di persone erano lì ad ascoltare la parole di uno che non era nato in un castello ma era uno di loro, autentico quasi in tutto, baffi a parte.

Il caldo cominciava a farsi sentire in quel lontano 1° maggio del 1936 e Adolf Hitler, stretto nella sua accollata divisa, infervorato dalle appassionate parole, cominciò a sudare. Si asciugò più volte la fronte col fazzoletto, poi cominciò a sentire delle goccioline che si formavano sul labbro superiore, in mezzo ai pintabaffi.  Un pensiero allora cominciò a ottenebrargli la mente. Le parole uscivano come un torrente in piena “al mio fianco si trovano tedeschi di ogni estrazione sociale…” ma i suoi pensieri si erano localizzati sul labbro superiore, tra le pennellate abili di un giovane artista in cerca di gloria. Un sapore amarognolo gli arrivò sulla bocca. Con un rapido colpetto di lingua si apprestò a ripulire il labbro superiore e a ingoiare gocciole di sudore e colore. Continuava a leccare ingurgitare e parlare, parlare ingurgitare e leccare.

Se avesse potuto guardarsi allo specchio, avrebbe visto una striscia bianca verticale che si faceva largo tra le pennellate brune. Una cicatrice bianca nel simbolo nero dei baffetti alla hitler.  Una lagrima degna delle migliori inquadrature di Chaplin.

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