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Sime venute accucchiate

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Quella domenica avevo deciso di fare la pasta fatta in casa, ma non la solita pasta. Non mi sarei limitata a infilare i panetti negli ingranaggi della macchinetta Imperia, per poi accogliere come un prodigio le uniformi sfoglie rettangolari.

Quella domenica avevo deciso di fare la pasta fatta in casa, ma non la solita pasta. Non mi sarei limitata a infilare i panetti negli ingranaggi della macchinetta Imperia, per poi accogliere come un prodigio le uniformi sfoglie rettangolari. No, avevo deciso di osare e di imbarcarmi in un’ audace impresa: avrei fatto la sfoglia a mano, alla maniera antica. Sarebbe stata la mia preghiera laica per mia madre e mia nonna. Mi misi allora alla ricerca dello strumento essenziale per la pratica liturgica: dove avevo potuto rintanarlo? In fondo alla credenza della cucina o nell’armadio dello sgabuzzino o magari era finito in qualche scatolone in cantina. Presa dalle mie sofisticate elucubrazioni, propedeutiche al rituale, non mi accorsi subito del rumore che proveniva dalla panca vicino al tavolo.
– Oddio un topo!- sentii uscire dalla mia bocca, senza che il pensiero che l’aveva partorito, avesse avuto il tempo di prendere forma. Rimasi inebetita, mentre nella mia testa tre o quattro idee si esibivano in un battibecco da donnette isteriche. Ne venni fuori, con una risoluzione che mi stupì, quasi che qualcun altro l’avesse presa al posto mio. Avrei aperto l’accesso al giardino, sollevato con cautela il coperchio della panca e poi sarei fuggita dalla cucina, chiudendo la porta alle mie spalle. Stavo mettendo a punto la fase uno, quando sentii arrivare alle mie orecchie una suono roco:
– Steng a ecch!
– Che cosa? – mi sorpresi a rispondere. Non ero più sicura che fosse un topo, poteva essere qualcosa di peggio, magari un’allucinazione; avevo sentito di persone perseguitate da voci, ma finora non mi era mai capitato di soffrire di paranoie. Ansie, fobie, accessi di panico, sì, ma vocine mai. Che fosse arrivato anche il loro turno? Di nuovo:- steng a ecch! – Pensai che quei suoni avevano per me un significato. Sì, nel dialetto abruzzese di mia madre e di mia nonna significavano… “sto qui”
– Chi sei? – mi uscì detto.
– Lu cannelle de le sagne, m’ ive truvenne?
Allora attingendo alla sacralità degli avi, mi avvicinai alla panca, sollevai il coperchio con solennità e, recuperando qualche briciola di coraggio nelle anfrattuosità del mio essere, vi cacciai dentro lo sguardo e iniziai a frugare. Sollevai buste, carte, oggetti di un’estrema inutilità, che da chissà quanto tempo avevano trovato là, il loro comodo e indisturbato alloggio. E poi lo vidi: era proprio lui, il mattarello che stavo cercando. Quel lungo e liscio cilindro di legno chiaro. Quante volte lo avevo visto nelle mani di mia madre e di mia nonna. – Mi scì truvate!- Era lui: stava parlando a me. Lo presi in mano e cominciai a guardarlo come… come Brunilde avrebbe fatto con la sua spada prima di un combattimento.
– Mi hai fatto prendere un colpo: mica capita tutti i giorni di sentire mattarelli che parlano – dissi serrandogli il collo.
– Era da li timpe de la putheche de mastre Nicole ca ‘n parlave e mò, viste che mi sti arliscià, te pozz’addumannà de fa caccòse pe stu cannelle?
– Io… che posso fare, io? – dissi poggiandolo sul tavolo.
– Può può… se tratte de truvà la spianature e la chitarre. Mastre Nicole c’ha fatte venì a lu munne a tutte e tre accucchiate e sime sempre rimaste accuscì fine a quanne si arrivate tu. Te pozzan’ accide!
– E che… che c’entro io?
– c’intre c’intre, mi si lasciate a ecche, pe tutte st’anne e do li sci misse la chitarre e la spianature?
– Ma che ne so’, dopo la morte di mia madre ho dovuto svuotare la casa. Non so dove possano essere finiti.
A quel punto il mattarello aveva cominciato ad agitarsi, percuotendo il tavolo e le sedie e stava per dirigersi verso la credenza a vetri, quando lo fermai cingendolo con tutte e due le mani.
– Calmati, ora che ci penso, la spianatoia è nello sgabuzzino e la chitarra, come la chiami tu, sì, l’attrezzo per fare i maccheroni, potrebbe stare in uno scatolone in cantina, insieme alle cose di mia madre.
– Beh allore, truvele, purtece tutte e tre ‘n mezze a la campagne e appiccia lu foche, accuscì, sime venute accucchiate e ce ne jmme accucchiate.
Mi misi alla ricerca dei due personaggi in questione e in men che non si dica avevo piazzato sul tavolo spianatoia, chitarra e mattarello.
Disposi la farina a fontana sulla spianatoia, spaccai le uova e cominciai a impastare con le mani. Mani che a volte erano quelle di mia madre, poi quelle mie e poi di mia nonna. Le dita in fondo non erano che un’ossatura su cui l’impasto si attaccava, un’ossatura che poteva aver superato i valichi del tempo finito. La pasta liscia e tonda era pronta. La misi a riposare sotto una ciotola di coccio, come un’ostia nell’ostensorio e poi la coprii con un panno di lino. Passato il giusto tempo, tagliai un pezzo della pasta e cominciai a stenderlo col mattarello: ne feci una sfoglia sufficientemente sottile, che gli arrotolavo intorno e poi rilasciavo con uno slancio dei polsi in avanti. La sfoglia sbatteva dolcemente sulla spianatoia, producendo un clap che riecheggiava nelle cucine della memoria. Il mattarello aveva finalmente ritrovato la sua spianatoia e se la carezzava con lingue di pasta. Non osavo interrompere quel religioso silenzio, in cui suoni, carichi di significati, riecheggiavano di lontano.
– Ci si fatte nu belle regale! – disse il mattarello.
Lo accarezzai , guardandolo teneramente: la polvere bianca era un tutt’uno con le fibre del legno; si poteva dire che ormai gli era entrata nel sangue e non ne poteva fare più a meno. Forse per lui era davvero meglio morire, invece che starsene soffocato e inutilizzato in una panca.
– Spero che ora ti siano passati i propositi incendiari e comunque non contare su di me.
Non rispose. La sfoglia era sufficientemente asciutta e potevo sistemarla sulla chitarra: un attrezzo rettangolare, composto di quattro fasce di legno, sulla cui superficie superiore se ne stavano ben tirate una serie di corde metalliche. Cominciai a passare il mattarello su e giù sulla sfoglia, che veniva così compressa sulle corde. Una sonora vibrazione risuonava nell’aria per via dello sfregamento della verga di legno sui fili metallici. Ero la sacerdotessa che presenziava all’ incontro d’amore tra chitarra e mattarello, anzi prestava se stessa all’espletamento dell’amplesso, dirigendone le strida amorose. La spianatoia, come un largo utero, accoglieva su di sé i maccheroni che, aiutati dal pizzicato delle dita sulle corde, si lasciavano cadere mollemente gli uni sugli altri. Come la secrezione di un atto tenero e appassionato.
– Stenghe stracche… ma come dice lu sturnelle “vulesse fa remenì pe n’ora sole lu tempe belle de la cuntentezze quanne pazziavame a vola vola e te cuprè de vasce e de carezze…” e tu, lu tempe belle, me li scì fatte a riturnà…
A quelle parole sentì che la gola si stringeva e gli occhi si bagnavano: quante volte avevo sentito quelle parole cantate da mia madre, quante volte lei aveva fatto cantare a quegli strumenti il loro canto d’amore. Ed era stato il nostro cibo quel canto.
Andai a prendere dalla cassetta degli attrezzi chiodi e martello: avrei tolto i quadri appesi alla parete della cucina e ci avrei attaccato la chitarra e il mattarello. La spianatoia l’avrei piazzata, sulla stessa parete, dietro alla panca. Si sarebbero potuti guardare e li avrei avuti a portata di mano per eventuali liturgie festive.
Mi ci volle un po’ per compiere l’impresa, ma alla fine riuscii a recuperare anche della fettuccia per legarli ai chiodi. A fine operazione, mi misi seduta a contemplare la mia nuova parete: stavano proprio bene, lu cannelle dritto e la chitarre leggermente inclinata, e sotto la spianature, che faceva capolino da dietro la panca.
– Grazzie – sentii dire – Sime venute accucchiate e duvevame rimanè accucchiate, e pe’ ricumpenzatte de chelle che sci fatte, te voje recurda che lu cannelle nun serve sole a fa le sagne, ma pur’ a dda le mazzate!

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