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Bernard Quiriny – Qui habet aures (un assaggio di…)

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Qui habet aures… Il 15 marzo del 1965, alle sei di sera, Renouvier ascoltò una conversazione tra il direttore e il vice direttore della succursale della banca dove era impiegato da quattordici anni. Il direttore: Questo Renouvier mi sembra che nel lavoro metta sempre meno impegno. Il vicedirettore: ah, direttore, riconosco che negli ultimi tempi faccio fatica con lui.

Pubblichiamo le prime quattro pagine di Habet Aures, un racconto di Bernard Quiriny contenuto in nella raccolta dal titolo Racconti Carnivori, Omero editore.
Il libro lo potete trovare qui: https://www.omero.it/catalogo/fantareale/racconti-carnivori/

Qui habet aures…

Il 15 marzo del 1965, alle sei di sera, Renouvier ascoltò una conversazione tra il direttore e il vice direttore della succursale della banca dove era impiegato da quattordici anni.
Il direttore: Questo Renouvier mi sembra che nel lavoro metta sempre meno impegno.
Il vicedirettore: ah, direttore, riconosco che negli ultimi tempi faccio fatica con lui.
Il direttore: Bisognerà scuoterlo, la avverto.
Il vicedirettore: non mancherò, signore.
Il direttore: Che ne è del dossier della SIMN?
Il vicedirettore (lamentoso): non è per niente avanzato, purtroppo. Gliel’ho sollecitato tre volte questa settimana.
Il direttore: non possiamo continuare così. Si ritarda tutto il lavoro.
Il vicedirettore: È quello che gli ho detto, direttore. Sollecitudine e puntualità, glielo ripeto tutto il giorno.
Il direttore (con voce ferma): Voglio trovare il dossier rilegato sulla mia scrivania domani, è chiaro?
Il vicedirettore: Domani è in trasferta a Beauvais, direttore. Il direttore: ah, è vero. Diciamo allora, dopodomani, all’una. avrà ancora meno scuse da accampare se non finisse in tempo. e se continua a battere la fiacca, gli darò io stesso una bella strigliata.
Il vicedirettore: e io gli starò col fiato sul collo da domattina. non lo dimenticherà così presto.
Il direttore (sospirando): Dio l’ascolti.
Renouvier prima gridò allo scandalo. Se il dossier della SIMN era in ritardo non era per colpa sua ma a causa del vicedirettore, al quale aveva chiesto da più d’un mese che gli firmasse le pratiche e gliele rimandasse indietro. Incolparlo al posto suo significava avere una bella faccia tosta! Renouvier avrebbe senza dubbio imprecato se non avesse preso tutto a un tratto coscienza che la conversazione gli era arrivata alle orecchie mentre leggeva il giornale sul tavolo della sua cucina, a casa sua, a cinque chilometri dalla banca dove aveva avuto luogo.

Il giorno dopo, Renouvier si presentò dal vicedirettore e, con tono garbato ma fermo, gli ricordò che aspettava sempre i documenti relativi al dossier della SIMN, dossier che iniziava ad accumulare ritardo. aggiunse, «con rispetto parlando, signore», che questo non gli sembrava conforme alle regole che lui intendeva osservare nell’esercizio della sua professione, a cominciare dalle due basi fondamentali del lavoro ben fatto che sono la sollecitudine e la puntualità. Senza contare che il signor direttore avrebbe potuto adombrarsi per il ritardo, e che sarebbe stato giusto presentargli il dossier rilegato al più presto possibile.
Sbalordito, il vicedirettore balbettò qualche parola di circo- stanza e promise a Renouvier di portargli i documenti nella mattinata. Soddisfatto, Renouvier tornò nel suo ufficio e si immerse nel lavoro. Il vicedirettore fu di parola e, verso mezzogiorno, Renouvier poté lasciare nella segreteria del direttore il dossier della SIMN debitamente completato da un biglietto scritto a penna nel quale gli presentava i suoi rispetti.

Erano passate da poco le tredici quando Renouvier, che mangiava come ogni giorno in un ristorante a due passi dalla banca, ebbe la sua seconda epifania. Stavolta ascoltò sua madre che discuteva con un’amica.
La madre: Pensa un po’, non mi chiama da settimane!
L’amica: Quando penso a tutti i sacrifici che hai fatto per lui, questa cosa mi rattrista proprio.
La madre: Che vuoi farci, i figli sono fatti così.
L’amica: non tutti. Quello della mia vicina, per esempio, torna ogni sabato dalla madre con un dolce in una mano e dei fiori nell’altra. Pranza con lei, la porta per tutto il paese e se ne riparte la sera. Certo, è pur vero che non ha una fidanzata.
La madre: Io non chiedo tanto a Édouard, ma se potesse chiamare la sua povera madre una volta ogni tanto, questo mi farebbe comunque piacere.
Impietrito, Renouvier guardò dappertutto attorno a lui: sua madre ovviamente non era lì. Passò la mano sotto al tavolo per verificare se un burlone ci avesse incollato degli altoparlanti, ma non trovò nulla. appetito non ne aveva più. abbandonò il suo posto, chiese il conto e uscì dal ristorante chiedendosi se non stesse diventando matto.

Per tutto il pomeriggio lavorò come un forsennato per non pensare più a quelle strane illusioni uditive. Verso le sette di sera richiuse le sue pratiche d’ufficio e tornò a casa; dopo aver fatto il bagno prese il telefono e chiamò sua madre, che viveva a cento chilometri da casa sua. «ah! fece lei. figlio mio! figurati che poco fa parlavo proprio di te alla mia vecchia amica Lucie.»

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