Un caso da risolvere in fretta per l’ispettore Randelli

di

Data

Può uno squalo, in qualche modo, aiutare un commissario a risolvere un caso nel giro di qualche ora? Ebbene: la risposta è sì!

Allora… devo prendere ancora rasoio, dopobarba, spazzolino, carica batterie del cellulare…

Il ripasso mentale del commissario Miro Randelli venne interrotto dall’aprirsi della porta del suo ufficio. Era l’assistente Ricci, che restò sulla soglia.

– Commissario hanno trovato un cadavere in un’auto in via Bolsena, zona Ponte Milvio.

 Cazzo un cadavere di 15 agosto no!, gridò mentalmente il commissario, togliendo i piedi dalla scrivania, un cadavere a cinque ore dalle ferie proprio no!. A Fregene, in una bella casetta a pochi passi dal mare, lo stavano aspettando Anna, la moglie, e Martina, la figlia di quasi sei anni. Loro erano partite già da una decina di giorni, e lui, come da promessa, le avrebbe raggiunte quel giorno stesso. La voce rotta dal pianto della figlia gli si materializzò all’istante nei timpani: papà ma come non vieni, ce l’avevi promesso a me e alla mamma che stavi qui oggi pomeriggio e andavamo al mare tutti insieme e che restavi con noi un sacco un sacco di giorni! Sei cattivo papà, cattivo cattivo cattivo…

 La voce incalzante del giovane Ricci lo scosse dalla triste allucinazione acustica.

– Commissario…

– Ho capito Ricci ho capito!

Randelli afferrò il cellulare e si alzò. Mentre raggiungeva la porta, facendo un bel respiro per prepararsi al meglio all’imminente cazziatone della figlia, selezionò il numero della moglie. Stava per chiamare, ma si fermò e decise di farlo più tardi, giustificando il gesto con l’alibi, inattaccabile in effetti, che le sue due regine a quell’ora stavano sicuramente ancora dormendo.

Ore 08.20

Piazza di Ponte Milvio era deserta, non c’era anima viva. Via Bolsena era una piccola e nascosta traversa all’inizio di via Cassia, e lì, diverse anime vive erano presenti, e gravitano tutte intorno all’auto parcheggiata della vittima: qualche curioso defilato sul marciapiede opposto, una volante e i due rispettivi agenti, la scientifica e il medico legale. Quest’ultimo, presumibilmente, aveva anche già finito i primi accertamenti, visto che stava fuori dall’auto e si stava togliendo i guanti. Ricci parcheggiò in doppia fila, e in pratica non fece in tempo neanche a fermarsi che il commissario era già sceso. Salutò tutti in modo generale, quindi, senza perdere tempo, infilò la testa nell’auto, una Polo nera. Un uomo sui quaranta al posto di guida, camicia jeans, bermuda neri, alto, corpulento e abbronzato. La nuca con pochi capelli brizzolati sul poggiatesta, gli occhi neri ancora aperti, sangue dappertutto e un coltello piantato nella stomaco, altezza diaframma.

– Che mi dice? – chiese il commissario al medico, riportando fuori la testa.

– La morte è recente commissario, risale a ieri sera. Indicativamente tra le otto e le dieci. Un colpo solo, allo stomaco, mano destra.

Ricci riapparve in quel momento con i due agenti della volante. Uno di loro si rivolse a Randelli.

– Commissario l’uomo si chiama Carlo Fanari, cinquant’anni, rappresentante di prodotti di cancelleria. L’auto è intestata a lui. Siamo stati noi a trovarlo mentre eravamo in giro di pattuglia. La vittima è sposata, e vive a Trevignano con la moglie, tale Roberta Poletti. Abbiamo già chiamato la polizia locale, che sta andando ad avvisarla. Inoltre non credo sia stato un omicidio a scopo di rapina commissario, visto che nel suo portafogli, oltre ai documenti, c’erano cento euro. Abbiamo fatto anche qualche domanda a quelle persone lì sul marciapiede, ma nessuno ha visto né sentito niente. E’ tutto.

L’attenzione del commissario si era bloccata sulla parola Trevignano, e le pupille gli erano scese istintivamente sulle lancette dell’orologio, che procedevano spietate. Si mette sempre peggio cazzo!, imprecò senza muovere le labbra, questo pure così lontano doveva abità!. Dopo aver rivolto un frettoloso ma sincero “bravi buon lavoro ragazzi” ai due agenti, Randelli li congedò e si guardò intorno. Diede un’occhiata ai muri dei bei palazzi della via. Cercava telecamere, ma non ce n’erano. Si avvicinò quindi a uno degli agenti della scientifica, nell’auto a lavorare sul cadavere.

– Trovato qualcosa?

– Sul coltello nessuna impronta commissario – rispose pronto l’agente – però c’è una macchiolina interessante sulla pietra di questo anello d’argento. A una prima occhiata mi sembra sangue.

L’anello d’argento in questione era un anello massiccio con una pietra nera incastonata dentro, infilato nel dito medio della mano sinistra della vittima. Randelli notò che non aveva la fede, e che intorno al dito c’era solo il segno bianco che lascia l’abbronzatura. Chiese all’agente se per caso l’aveva trovata nella macchina, ma la risposta fu negativa. Il commissario a quel punto, sbuffando, guardò di nuovo l’orologio. Poi richiamò Ricci e risalirono in auto.

– Ricci lo sai come si arriva a Trevignano?

– Cassia bis.

– Bravo! E allora muoviti! Forza!

Ore 09.15

Ad aprirgli la porta fu un signore sui settanta, piccolo e magro. Era il signor Poletti, suocero della vittima. Qualche secondo per le presentazioni, poi il signore, con voce afflitta, invitò Randelli e Ricci ad accomodarsi.

– Due agenti sono venuti una mezz’ora fa ad avvisare mia figlia – continuò Poletti, di sua iniziativa – mi ha chiamato al telefono in preda al panico. Non abito lontano e… sono venuto subito.

Ricci rimase in prossimità della porta. Randelli invece iniziò a girare per il soggiorno, grande e in stile rustico, come tutta la casa.

– Dov’è sua figlia? – gli chiese il commissario, mentre ammirava il bel camino alla sinistra della sala.

– In camera da letto, è sconvolta e… ora pare si sia addormentata. Infatti commissario volevo chiederle, sempre se è possibile naturalmente, di… ecco sì… se potevate tornare tra una mezz’ora… un’ora.

Pure!, borbottò nella sua testa Randelli, serrando le mandibole dal nervoso; e stava per dirglielo al vecchio che non era possibile e di andare a svegliare sua figlia senza tante storie, quando gli occhi gli caddero sul titolo della pagina aperta di un giornale tutto stropicciato buttato sul divano: AVVISTATO UNO SQUALO SUL LITORALE DI FREGENE

Cazzo!, gridò ancora in silenzio, ci mancavano anche gli squali a Fregene ora!. E senza prenderlo tra le mani, lesse il nome e la data del quotidiano: era il Messaggero del giorno prima, 14 agosto.

– Senta Poletti – disse stizzito, con il pensiero di nuovo a sua moglie e sua figlia – una mezz’ora, non di più.

ORE 09.25

Ricci fu il primo ad uscire dall’ascensore. Il commissario lo seguiva a testa bassa, con lo sguardo sulla tastiera del cellulare. Aveva appena riselezionato il nome della moglie, e stava per chiamarla, quando di colpo si bloccò di nuovo. Ma questa volta non fu per l’orario, ma per un altro motivo. Un’immagine, una visione rapidissima, gli era appena passata davanti agli occhi. Qualcosa che aveva visto poco prima dentro casa, per un attimo, e che non riusciva a focalizzare. Fu ancora la voce di Ricci a riportarlo alla realtà.

– Commissario che c’è?

– Niente Ricci, niente! – gli rispose, rimettendosi il cellulare in tasca – Andiamoci a prendere ‘sto caffè!

DIECI SECONDI DOPO.

Fu esattamente in questo preciso momento, alle 09.25 e 10 secondi, sul corridoio che dall’ascensore portava verso il portone, grazie al PORCA PUTTANA appena esclamato da Ricci per aver rischiato di cadere rovinosamente a terra a causa della troppa cera che era stata passata sul pavimento, che il commissario riuscì a mettere a fuoco quella visione di una manciata di secondi prima. E tutto gli fu subito chiaro.

– Ricci torniamo su, veloce! – ordinò; e Ricci ubbidì, tornando indietro, questa volta però con una mano ben poggiata al muro.

 Ore 09.26

– Ma aveva detto una mezz’ora!

– Svegli sua figlia! – tagliò corto il commissario, entrando e prendendo subito il giornale sul divano.

Aveva visto bene. Sulla stessa pagina dello squalo, in basso, c’erano anche gli annunci per le relazioni sociali. Quello, aveva notato di sfuggita. Ce ne erano una decina, alcuni solo con i numeri di telefono, altri anche con l’indirizzo. Il commissario li lesse uno per uno, e alla fine sorrise.

In quel momento, Roberta Poletti, una bella donna, anche lei sui quaranta, si materializzò in soggiorno. E il commissario, vedendo il suo volto, un volto che non sembrava affatto né sconvolto né assonnato, sorrise una seconda volta: sullo zigomo destro della signora c’era un taglio, ancora piuttosto fresco. Forse faccio in tempo! Forse faccio in tempo, gli venne da pensare d’istinto.

La signora Poletti, sotto gli sguardi del padre e dell’assistente Ricci, si avvicinò a Randelli.

– Dica commissario – esordì decisa e aspra, guardandolo negli occhi.

– Signora ho ragione di credere che ieri sera lei abbia ucciso suo marito, deve seguirmi.

La donna rivolse subito uno sguardo al padre, di colpo attonito. Poi si rigirò verso il commissario, con un ghigno cattivo.

– Lei ha una macchina vero? – incalzò Randelli.

– Una smart, nel box, con questo?

– Con questo ora le spiego – ribatté il commissario, camuffando ottimamente una certa sollecitudine nel chiudere la pratica. Le mise davanti agli occhi il giornale, e iniziò.

– E’ tutto molto semplice signora… ah, prima di tutto le comunico che sull’anello d’argento di suo marito abbiamo trovato del sangue, ancora dobbiamo analizzarlo, ma credo proprio che arrivi da quella ferita che ha sullo zigomo. Ora veniamo alla dinamica, che deve essere andata più o meno così: ieri, nel tardo pomeriggio, verso le sette, suo marito decide di andare qui – e il commissario le indicò uno dei trafiletti in questione – da questa certa Pamela, via Bolsena 8, la stessa via dove lo abbiamo trovato questa mattina. Probabilmente, di 14 agosto, avrà dovuto inventarsi una scusa, a cui lei però naturalmente non ha creduto. Però gliel’ha fatto credere, e lo ha fatto andare. Poi, dopo un po’, munita di coltello, è uscita anche lei con la sua Smart e…

La donna interruppe di netto il commissario, e gelida proseguì lei.

– E sì! Sono arrivata lì che il porco già stava su dalla puttana. Erano circa le otto. Ho visto la sua macchina parcheggiata poco distante, ho parcheggiato la mia e l’ho aspettato davanti al portone del palazzo. Non girava anima viva. E’ sceso dopo un’ora, e appena m’ha visto, furioso, m’ha trascinato nella sua auto. Io non dicevo niente. Era lui che urlava, oltretutto. Diceva che dovevo farmi i cazzi miei, che non dovevo impicciarmi, e che se non l’avessi fatto un giorno o l’altro m’avrebbe ammazzata. Poi mi ha colpito con il dorso della mano e con quel suo maledetto anello. E’ stato lì che ho tirato fuori dalla borsa il coltello, e ho fatto quello che ho fatto. Sta ancora in macchina, ancora sporco. Tanto… non mi ero minimamente illusa di passarla liscia.

La donna, finito di parlare, si voltò di nuovo verso il padre, immobile, che non sembrava neanche respirasse più. Il commissario intanto aveva ancora un altro paio domande da fare, e le fece.

– Scusi… ma come ha fatto a capire, tra tanti posti, che suo marito sarebbe andato proprio lì?

– Semplice – rispose lei, tenendo sempre gli occhi sul padre – mi disse che doveva incontrarsi subito a Roma con un cliente che prima di partire per le ferie voleva saldargli un vecchio ordine che gli aveva fatto, e che entro due, massimo due ore e mezza sarebbe rientrato. Figuriamoci! Di 14 agosto un cliente che vuole pagarti! Patetico! Io sapevo dove stava andando, ormai da un anno lo faceva spesso, e spesso usava quel giornale lì e… bè… in effetti aveva anche l’accortezza di trovare pretesti più ingegnosi. Comunque, appena è uscito non ho fatto altro che aprire quella pagina, prendere il cellulare e con la mappa scoprire quale tra quegli indirizzi era quello più vicino all’imbocco della Cassia bis, quello che gli avrebbe permesso di tornare a casa nel breve tempo che mi aveva detto. Via Bolsena, era l’unico.

– E la fede? Lo abbiamo ritrovato senza. Gliel’ha tolta lei?

– Sì, e poi l’ho buttata da ponte Milvio nel Tevere. E c’ho buttato anche la mia. Lì stanno bene, nella merda.

E poi, avvicinandoglisi, si rivolse al padre sconvolto.

– Era un puttaniere, malato, in un anno si è mangiato quasi tutti i risparmi che avevamo, le ultime quattro rate del mutuo ancora sono da pagare. Mi dispiace papà, mi dispiace.

Ore 12.00

Anna rispose al secondo squillo.

– Ciao amore mio, sono partito sì, sto già sulla Roma Fiumicino, mi sono fermato a prendere un caffè qui alla stazione di servizio, faccio il pieno e poi dritto da voi. Sì sì come no, ho letto qualcosa dello squalo ma… appena arrivo mi racconti tutto tu ok? Senti la piccolina? Passamela un attimo. Allora principessa? Sei pronta per farti il bagno con papà? Vuoi fare i tuffi? E quanti tuffi vuoi fare? Tanti e altissimi? Allora preparati che tra un po’ papà sta lì. Come? Va bene, ti porto una bella sorpresa. Ciao stellina mia, ciao.

Il commissario attaccò, entrò nell’autogrill e prese il suo caffè. Quindi si diresse verso il reparto giocattoli. Decine e decine di costruzioni, di puzzle, di bambole, di palloni, Peppe Pig, Orsi Yoghi, Violette gli si stagliarono davanti agli occhi. Il commissario li passò in rassegna uno ad uno, indeciso, confuso. Poi lo sguardo gli cadde su una cesta in un angolo semi nascosto stracolma di peluche. Si avvicinò, e in cima a tutto, vide un pupazzetto a forma di squalo, rosa. I suoi dubbi finirono lì. Prese il morbido squaletto, e sorridente si avviò alla cassa.

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