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Eneide di Krypton revisted

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Torna trenta anni dopo l’Eneide di Krypton, scritta da Giancarlo Cauteruccio e con le musiche originali dei Litfiba. Ed Enea è un profugo, in cerca di una terra e in fuga da una guerra persa.

Siamo fuori dal teatro Argentina.

“Pensa che io avevo la cassetta, delle musiche dello spettacolo. Me l’aveva registrata Luca, credo.”

“Ma di che anno è?”

“Dell’ottantatré, mi sembra.”

“Ma avevi undici anni, allora.”

“Sì, ma lui me l’avrà registrata quando mi sono infatuato dei primi Litfiba, sarà stato il novanta; e questa cassetta l’ascoltavo a ripetizione, poi con il vantaggio che era tutta strumentale, per cui le parole non mi distraevano.”

“Noi li ospitammo alla festa dell’Unità, i Litfiba, sarà stato l’ottantacinque.”

“Io penso che la cazzata più grossa che hanno fatto è stata quella di rinunciare a Aiazzi, e poi a Maroccolo.”

“Eh già.”

“Come lo chiamavano, quello che facevano dopo? Latin rock, o roba del genere.”

“Robetta del genere.”

“Infatti. Che cazzoni.”

Entriamo. Inizia lo spettacolo. Nascosti dietro delle specie di grossi scudi, ecco Magnelli, Maroccolo e Aiazzi che aggeggiano con gli strumenti musicali, tastiere, basso. Sembrano ancora giovani, come gli Immortali. E la loro musica è sempre accurata, ben miscelata. Davanti, al centro della scena, Cauteruccio, seduto e con in mano una specie di lancia elettronica tipo spada di guerre stellari. Comincia a declamare. La sua pancia e goffaggine parlano dei trenta anni trascorsi dalla prima rappresentazione.

Poi si accendono i laser, che realizzano un mare blu virtuale, in tempesta – più tardi rappresenteranno le fiamme che incendiano Troia. Ammiro, stupefatto e coinvolto – sono un figlio degli anni ottanta, alla fin fine. Anche il ballerino-soldato che spunta a un certo momento, malgrado le bizzarre movenze, non stona, ma rafforza il richiamo di quell’arruffio kitsch che furono gli anni ottanta.

A questo punto la recensione si potrebbe dire più o meno conclusa: bellissime le musiche, bella la scenografia multimediale, datati ma meravigliosi i laser. E si potrebbe chiosare in gloria dicendo che “non si esce vivi dagli anni ottanta”.

Ma c’è un però.

E questo però va a afferrarmi il cuore proprio in un punto che mi preme e mi duole e di cui parlo sempre quando mi riferisco alla mia pur scarsa conoscenza dell’epica classica.

Perché a un centro punto sul fondale virtuale, fatto di una proiezione di colonne sulla parete, si intravvede la figura di Didone, cui dà voce, fuori campo, Ginevra di Marco. Vediamo cosa dice la regina nella versione originale dell’Eneide: “non così chiuso il cuore abbiamo noi Puni, non così opposto a Tiro aggioga il sole i cavalli. Che voi l’Esperia grande, la terra saturnia, o i campi d’Erice scegliate e il re Alceste, io partire vi farò confortati, vi darò quanto posso. Voleste anche fermarvi con me in questo regno, vostra è la rocca che alzo: tirate in secco le navi.

Ecco di cosa parla oggi l’Eneide di Krypton: profughi, clandestini e migranti. E il grido di Cauteruccio, pochi minuti prima, che riprende il primo libro dell’Eneide, il grido “Libia, Libia” spiega ancora meglio. Enea in fondo, per quanto principe e sostenuto da alcuni dei, è un profugo, in cerca di una terra e in fuga da una guerra persa.

Ma per onorare il nome della nostra bella scuola di scrittura, vediamo come Omero ci racconta quale accoglienza, prima ancora di presentarsi, Telemaco e Pisistrato ricevono a Sparta: “e piatti di carne lo scalco servì, e d’ogni sorta scegliendola, e coppe d’oro pose loro davanti: e salutandoli il biondo Menelao disse loro: “prendete il cibo e godetene. Poi, quando sarete sazi del pranzo, chiederemo chi siete tra gli uomini” … disse così, e offerse loro, nelle sue mani prendendolo, il grasso tergo arrostito d’un bue, che a lui servirono, a onore. Essi sui cibi pronti e serviti le mani gettarono.

Lacrime mi scendono sulle guance, lo ammetto, mentre mi dico “che cazzo abbiamo combinato” e mi domando “quando e come abbiamo perso tutto questo?”

È perfino didascalica, a questo punto, sul finale, la battuta di Cauteruccio: “ricordarsi che l’ accoglienza è un valore”.

Non rimane che -giunti in proscenio i musicisti, rigorosamente in abiti scuri, e poi gli altri della compagnia – non rimane altro che battere le mani fino a spellarsele.

Non è finita. Il giorno dopo, per uno di quei famosi giochi della memoria, riprendo Un weekend postmoderno di Pier Vittorio Tondelli, scorro l’indice, e scopro che c’era, l’articolo di cui avevo sentore: si intitola quasi come il mio, “Krypton”, è a pagina duecentoquarantatré. Mi sa che è vero, che non si esce vivi dagli anni ottanta.

 

 

Eneide di Krypton

un nuovo canto

scritto e diretto da Giancarlo Cauteruccio
musiche Litfiba – Beau Geste
musiche eseguite dal vivo da Gianni Maroccolo, Antonio Aiazzi e Francesco Magnelli

con Giancarlo Cauteruccio
e con la voce off di Ginevra Di Marco
corpi in video Massimo Bevilacqua e Claudia Fossi
progetto scenico e allestimenti
Loris Giancola
progetto luci
Mariano De Tassis
elaborazioni digital – video
Alessio Bianciardi e Stefano Fomasi
costumi e assistente alla regia
Massimo Bevilacqua
operatore laser
Michele Barzan

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