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Come sono diventato scrittore (parola di Etgar Keret)

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Un estratto dell’imperdibile manuale La Palestra dello scrittore di Enrico Valenzi, edito da Omero Editore. Dove scoprite qual è l’atteggiamento con cui affrontare la complicata vita del narratore grazie a una confessione di Etgar Keret

Di seguito un estratto dell’imperdibile manuale La Palestra dello scrittore di Enrico Valenzi, edito da Omero Editore. Dove scoprite qual è l’atteggiamento con cui affrontare la complicata vita del narratore grazie a una confessione di Etgar Keret.

Ho fatto il servizio militare insieme al mio migliore amico. Un giorno il mio amico si è ucciso, ma prima del suo suicidio abbiamo avuto tanto tempo per parlare della vita. Mi ero assunto il compito di convincerlo a vivere ed evidentemente non ci sono riuscito. Nella settimana della sua morte ho scritto la mia prima storia, forse per cercare di spiegare perché io invece continuavo a vivere. Il racconto l’ho finito durante un turno di guardia. I turni di guardia hanno l’inconveniente di essere molto solitari e se scrivi un racconto durante un turno ti ritrovi ad aspettare anche 26 ore prima di incontrare il tuo primo potenziale lettore. È comprensibile quindi che smaniassi dal desiderio di sottoporre a qualcuno la mia opera. Mi sono rivolto al commilitone alto e mingherlino venuto a darmi il cambio. “Ho scritto una piccola storia mentre ero qui, vuoi leggerla?”, ho detto allungando i fogli verso lo spilungone alle prime luci dell’alba. “Ma vaffanculo”, è stata la sua risposta lapidaria. Lungo la strada di ritorno verso casa mi sono detto: alla prima persona che mi viene incontro sorridente gli chiederò di leggerlo. Ma non sembrava funzionare. Chi è già in piedi all’alba non ha in genere molta voglia di perdersi in chiacchiere, così strada facendo mi sono ritrovato sotto casa di mio fratello e ho citofonato. “Sono io, ho appena scritto un racconto posso salire a leggertelo?”. A mio fratello non è sembrata una buona idea. Il citofono aveva svegliato la sua ragazza; era meglio se scendeva lui, ne avrebbe approfittato per portare a spasso il cane e intanto avrebbe letto la mia storia. A mio fratello la storia piaceva molto, al cane invece no, perché ai cani si sa, quando vanno a spasso, piace fare certe cose da cani, e il suo padrone che leggeva tenendolo al guinzaglio gli faceva perdere l’equilibrio. Per fortuna del cane di mio fratello io sono uno scrittore di racconti molto brevi. Mio fratello ha concluso la lettura in fretta e dopo qualche minuto di andatura incerta e tortuosa il cane ha potuto final- mente liberarsi in santa pace, senza più disperdere in giro le sue feci. “È una storia bellissima!”, ripeteva mio fratello, “Ne hai altre copie o questa è l’unica?”. “No”, lo ho rassicurato, “esistono altre copie del racconto”. “Bene”, ha detto mio fratello. È stato nel momento in cui ho visto mio fratello raccogliere la cacca del cane con la copia del racconto che ho capito di voler diventare uno scrittore.

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