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Matteo Lolli: “Viviamo in una civiltà satura di violenza distruttiva e autodistruttiva”

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Venerdì 10 e sabato 11 aprile al Teatro Millelire è andato in scena l’anteprima de “Il Festival del Suicidio” autoprodotto da “Potevano essere rose”, nome dietro il quale troviamo il regista Matteo Lolli e l’attore Alessandro Lori.

Venerdì 10 e sabato 11 aprile al Teatro Millelire è andato in scena l’anteprima de “Il Festival del Suicidio” autoprodotto da “Potevano essere rose”, nome dietro il quale troviamo il regista Matteo Lolli e l’attore Alessandro Lori. Quando ho visto la locandina e ho letto il titolo dello spettacolo, ho pensato che dovevo assolutamente andare a vederlo e venerdì mi sono presentata con un po’ di anticipo al Teatro Millelire, un piccolo spazio in zona Prati. La biglietteria è un salotto, con musica, libri e memorabilia ovunque. C’è anche un bel cagnolone che dorme su una delle poltrone in velluto. C’è un’atmosfera fuori dal tempo e io mi bevo un caffè nel piccolo bar arredato come un bazar uscito dalla fantasia di Stephen King. Non so niente dello spettacolo, sono solo molto incuriosita. Il mood dicevo, si vede già dalla locandina, a cura di Andrea Scavone, che al primo impatto è elegante e retrò con due leggiadre ballerine di varietà ma che, ad uno sguardo più attento, risulta inquietante, come un carillon rotto: le ballerine, infatti, hanno le orbite vuote e i bouquet gocciolano sangue. Ottimo, mi dico, e sono pronta ad entrare nel buio della sala, oltre il tendone di velluto bordeaux. Il teatro è piccolo e scarno, ma la magistrale prova degli attori, Alessandro Lori e Camilla Corsi, non ha bisogno altro: un’ora e mezzo di spettacolo scivola via senza che lo spettatore se ne renda quasi conto, forte di uno humor nero affilato come un coltello, di una varietà di registro incalzante e di una struttura che è la parodia di un festival di musica leggera, con tanto di valletta, momento promozionale e vincitore finale. Un festival del suicidio? Perchè no, poco ci manca ormai, nella nostra società dell’apparire a tutti i costi, della spettacolarizzazione di ogni momento della nostra vita. Ogni aspetto della nostra vita e la cultura stessa sono in mano ad un’ipocrisia dilagante e non ci resta che scherzarci su, ma non troppo. A fine spettacolo ho fatto qualche domanda a Matteo Lolli, il regista dello spettacolo, uno delle due menti dietro i progetto “Potevano essere rose”. Ecco il resoconto della chiacchierata.

la locandina dello spettacolo

1) Che cos’è “Potevano essere rose”?

Potevano essere rose nasce nel 2003, anno in cui io, regista, e Alessandro Lori, attore, abbiamo dato vita al Faust-Marlowe-Burlesquedi Aldo Trionfo e Lorenzo Salveti, nostra prima opera teatrale. Da allora in poi, per altri progetti, ci siamo avvalsi della collaborazione di diversi artisti a vario titolo coinvolti senza mai istituirci come compagnia o associazione culturale e, quindi, auto producendo tutti i nostri lavori. “Potevano essere rose”, ovvero, lo sputo in faccia, la beffa umana, l’insulto del tempo al quale i nati oppongono le loro fragili barchette costruite più o meno ad arte. In uno dei momenti più alti dei suoi Quattro quartetti Eliot scrive: O buio, buio, buio. Tutti vanno nel buio/ Nei vuoti spazi interstellari, il vuoto va nel vuoto/ I capitani, gli uomini d’affari, gli eminenti letterati/ I generosi patroni dell’arte, gli uomini di stato e i governanti/ Gli esimi funzionari, i presidenti di molti comitati/ I capitani d’industria/e i piccoli imprenditori, tutti vanno nel buio …
Ecco, “Potevano essere rose” è un’attesa nel buio, in silenzio, senza speranza, senza amore e senza pensiero.

Come è nata l’idea del “Festival del Suicidio”?

Da una piccola folgorazione senza senso. Ci colpì, me e Alessandro, mentre leggevamo non ricordo quale libro di Giorgio Manganelli, forse Hilarotragoedia, l’espressione “Festival del suicidio”. Ci prese un riso, appunto, senza senso. Forse un piccolo esorcismo inconsapevole di qualcosa che ci riguardava? Non saprei dire. Quello che importa è stato un progressivo, ludico, lucido, germinare d’idee in cui poeti e scrittori suicidi, vissuti nel passato, rivivevano le loro morti nel più squallido e bestiale circo dei nostri tempi.

Camilla Corsi ed Alessandro Lori nei panni dei presentatori

Lo spettacolo cela un’indagine approfondita sull’essere umano. Viviamo in una civiltà suicida?

In pieno antiumanesimo, come ho scritto nelle note, c’è almeno il problema, aperto come una ferita, di ritrovare l’umano nella sua complessa totalità. Quell’umano che si trova ancora, forse, in forma residuale, in alcuni aspetti del patologico. Ma da questo punto si generano molti luoghi comuni nei quali vorrei evitare d’insabbiarmi. Viviamo in una civiltà satura di violenza distruttiva e autodistruttiva oltre che di simulacri e artifici che nascondono il vero sé con uno fittizio. In questo Festival del suicidio, ho cercato, ridendo con stridore di denti, il correlativo oggettivo, il simulacro, del male che c’è dentro di me in quanto uomo del mio tempo e, forse, per altri versi, di ogni tempo.

Sul palco si avvicendano vari personaggi realmente esistiti. Poeti per lo più, incompresi e tormentati. La morte prematura per un personaggio pubblico può essere la consacrazione finale?

Per quanto mi riguarda la consacrazione di un personaggio pubblico morto prematuramente (si dice “era caro agli dei”) è il triplice assassinio di un suicidato dalla società. Tre volte assassinato: la prima morte gli si insuffla nei polmoni una volta deformato in “personaggio pubblico”; la seconda è quella che si auto infligge per sortir fuori dall’incubo di esser nato, nel vero senso della parola, poeta. In fine, terza, la consacrazione dopo la morte conferma la radice profonda della cattiveria di tutti gli umanoidi spettatori, assassini gaudenti, ipocriti in frac.

Camilla Corsi in una delle scene più forti

Qual è stata la parte più difficile nel preparare questo spettacolo?

Faticoso è stato interrompere e riprendere di continuo il lavoro delle prove in spazi sempre diversi, a volte ostili. Un lavoro fatto di bruschi arresti e riprese che, tuttavia, in fin dei conti, hanno consentito una crescita. La parte più ardua e faticosa è stata quella dei tre giorni in teatro: il primo giorno abbiamo dovuto adattare uno spazio ostile e polveroso alle nostre esigenze, l’ultimo giorno effettuare le riprese video dal primo pomeriggio e la sera andare in scena, prima dello smontaggio finale. Faticosissimo. Soprattutto per gli attori e il direttore tecnico nonché autore del disegno luci Javier Delle Monache.

 Come è stata l’accoglienza del pubblico?

Due repliche in un teatro sono poche per dirlo. Mi sembra che tutto sommato sia stata buona.

 Quali sono i vostri progetti futuri?

Di progetti ce ne sono diversi. Anche questo “Festival del suicidio” è un progetto in fieri. Siamo alla ricerca di altri spazi in cui farlo vivere ma per il momento non abbiamo ulteriori date. Nel cassetto ci sono altri progetti: ELLE, un atto unico e mai rappresentato in Italia, di Jean Genet, e una Tentazione di Sant’Antonio di Gustave Flaubert. Per il resto, continua l’attesa nel buio, in silenzio, senza speranza, senza amore.

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