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respiri, in quella gelida notte, il tuo fiato crea una nuvoletta che vola via, con lei volano via anche i tuoi pensieri, pensi a quanto ti sei divertito alla festa di Jeb e che forse solo la festa di Josh era stata più divertente

respiri, in quella gelida notte, il tuo fiato crea una nuvoletta che vola via, con lei volano via anche i tuoi pensieri, pensi a quanto ti sei divertito alla festa di Jeb e che forse solo la festa di Josh era stata più divertente, dopo tutto Josh aveva regalato a tutti una cassetta per il walkman dopo la festa, forse proprio quello l’aveva resa migliore.
e proprio mentre fai questi pensieri giri la cassetta, quella della festa di Josh. Quanto ti piacciono quelle canzoni, gli Animals sono veramente forti, mentre canticchi la canzone, un bagliore ti acceca – un’ambulanza – pensi – almeno io sto bene – continui a camminare la canzone è quasi finita e tu sei ancora lontano da casa, acceleri il passo, non hai nessuna voglia di vederti zompare addosso un malintenzionato pronto a rubarti quei pochi spiccioli che ti sono rimasti dalla paghetta settimanale – mamma non è mai stata troppo generosa – mormori nel silenzio più totale mentre giocherelli con quel dollaro e mezzo che ti è rimasto.
mentre giochi con quelle monetine una ti cade a terra e col suo rimbalzo produce quel tipico rumore metallico che frammenta il silenzio intorno a te, sei spaventato, pensi che se qualcuno si trova in quella strada adesso sa che sei lì e che molto probabilmente sei una preda facile.
quello che non sai è che qualcuno ti sta osservando da molto prima, da quando hai salutato gli amici dirigendoti verso casa. soltanto che lui è più bravo di te a giocare a nascondino.
finalmente odi un rumore e non sai se essere felice o se cominciare a correre dalla paura, ti tranquillizzi, sono solo dei ragazzi ubriachi che urlano un po’ troppo.
la strada sta per finire, raggiunto l’incrocio devi continuare dritto, ma un qualcosa ti spinge a girare a sinistra, verso la fermata del tram, non sai perché ti dirigi di là, forse sei solo preoccupato che tua madre si arrabbi vedendoti tornare a casa troppo tardi. solo una volta avevi preso il tram, era uno di quei giorni nei quali pioveva dalla mattina alla sera e tu ti eri dimenticato l’ombrello a scuola nell’armadietto accanto a un vecchio fumetto tutto scarabocchiato con una penna rossa. il tram non passa e tu per l’agitazione riascolti le medesime canzoni che avevi ascoltato fino a pochi minuti prima ormai dopo averle ascoltate così tante volte quelle canzoni non ti fanno più effetto, semplicemente ti impediscono di ascoltare il silenzio che ormai riempie ogni angolo del quartiere.
sono le 11 meno un quarto, non è particolarmente tardi ma la fermata è già deserta – il tram non arriva, sto solo perdendo tempo – tiri fuori dalla tasca quel dollaro che ti è rimasto, perché hai visto in lontananza una cabina del telefono e pensi che sia meglio avvertire tua madre che questa sera farai un po’ più tardi del solito.
ti avvicini alla cabina, ma inserendo lo spiccio la macchina non reagisce, sembra morta, in realtà in quel luogo tutto sembra morto, i lampioni spenti, le panchine ancora bagnate dalle piogge trascorse, gli alberi spogli, perfino le incisioni che gli innamorati fanno sulla corteccia a quella poca luce dell’unico lampione ancora acceso in tutta la strada sembrano i graffi di una bestia immonda.
ti allontani dalla cabina camminando verso l’unico lampione ancora acceso, ti posizioni sotto la luce con la speranza che almeno un gatto o un cane vedendoti si avvicini e ti accompagni fino a casa, ma li non c’è nessuno, sei solo.
in realtà qualcuno o un qualcosa si avvicina a te, ma vedi solo il riflesso della luce nei suoi occhi, i suoi profondi occhi neri senza pupilla.
corri pensando ai suoi occhi o almeno a quelli che sembrano occhi. rallenti nonostante hai corso solo un centinaio di metri, l’aria è pesante, fai fatica a respirare. vedi la tua casa con la luce della camera da letto dei tuoi ancora accesa, sicuramente tua madre è in pensiero per te e sarà già pronta ad avvertire la polizia, gli ospedali e qualsiasi altra forza dell’ordine della tua scomparsa. acceleri per gli ultimi metri che ti separano da un letto caldo e un buon libro, oramai sono le 11 e mezza, tu dovresti essere a dormire da quasi un’ora.
ma un ombra si mette tra te e la tua casa, tu fai finta di non vederla, ma lei si posiziona esattamente al centro del marciapiede, tu ti fermi impaurito provi a parlarle dicendogli – chi sei – la tua domanda evidentemente altera l’ombra che si comincia a muovere verso di te molto lentamente. cerchi di fare il duro urlandole – ferma se non vuoi farti male – ma a te la parte di quello forte non viene molto bene, dopo tutto sei alto solo un metro e quaranta e sei anche abbastanza mingherlino, infatti appena quella cosa si avvicina tu dallo spavento indietreggiando cadi sulla ghiaia del viottolo che porta al parchetto accanto all’abitazione, il tuo cuore batte all’impazzata se ti concentri lo riesci a sentire, sudi, il tuo viso è tutto paonazzo e i capelli umidi.
pensi già a quando ritroveranno il tuo corpo sulla strada, a quando tua madre piangerà il suo piccolo figliolo morto squartato a morsi, mentre ti prepari alla tua fine l’essere si ferma e tu ti rialzi, ti avvicini a quella che sembrava un ragazza con dei capelli molto lunghi e rossi, ma non il tipico rosso dei capelli, ma un rosso che si avvicinava di più a quello del sangue. Subito la riconosci, è Kyle la tua migliore amica, la vedi e con un sorriso la saluti, le chiedi cosa ci fa lì a quell’ora e lei ti risponde che è passata a salutarli prima di partire, tu la inviti a entrare dentro casa, ma lei ti risponde che non può e che deve andare, tu allora rassegnato e sempre sorridente la saluti e lei sparisce nell’ombra come era comparsa.
rientri in casa e pensi che tua madre sia già pronta ad urlarti contro pervia del grande ritardo che hai portato e tu giocando d’anticipo ti giustifichi dicendo che ti sei fermato a chiacchierare con Kyle fuori sulla strada.
tua madre risponde in modo strano, ti dice – cosa dici, Kyle è morta, oggi pomeriggio in ospedale – le parole di tua madre vanno in secondo piano.

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