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Il telegiornale

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Sulla parete bianca, sospesa, una cornicetta bianca inquadra un quadrato di cartoncino bristol con su scritto “al papà migliore del mondo” e poco più sotto l’occhio sbatte contro un arcobaleno di pastelli; strisce di giallo, arancio, smeraldo,

Sulla parete bianca, sospesa, una cornicetta bianca inquadra un quadrato di cartoncino bristol con su scritto “al papà migliore del mondo” e poco più sotto l’occhio sbatte contro un arcobaleno di pastelli; strisce di giallo, arancio, smeraldo, azzurro e viola se ne stanno a penzoloni tra un sole giallo senza raggi e una nuvola grigia rigonfia di gocce bluastre di pioggia, e sulla poltrona di pelle marroncina lì davanti se ne sta seduto lui,  il padre migliore del mondo.  Guarda la TV immobile e muto con la gamba sinistra piegata a rana sul bracciolo sinistro della poltrona di pelle marroncina, la gamba destra allungata sul tavolino di vetro basso, la mano sinistra dimenticata in appoggio sulla gamba a rana e la mano destra che sorregge appena un telecomando nero, tenuto obliquo, su cui si erge, pronto a pigiarne i pulsantini, il pollice, unica appendice vitale di un corpo sfiatato e pigro come un palloncino a festa finita.

La  piccola autrice del quadretto porta allegramente i suoi tre anni trotterellandogli intorno. Nello  spazio tra la gamba a rana e la gamba dritta gli va ciondolando davanti un bambolotto e va dicendo che dev’esser cambiato, papà dev’esser cambiato, agitando il sederino del bambolotto con la manina appoggiata sulla gamba a rana, ma sullo schermo c’è Mentana. Lui sposta la testa per schivare il bambolotto e schivare la faccia di lei e lei va saltellando sempre più in alto per farsi vedere. Lui continua a fissare lo schermo con sguardo incantato sul plasma, verde acceso brillante, verde acceso brillante, e colle righe parallele biancoazzurre e colle righe parallele biancoazzurre, dietro i ricci grigi del giornalista che parla dei guai del mondo, dei guai, i guai del mondo e delle cose importanti e delle cose importanti.

Lei correndo al baule va cercando un cambio gioco, sta già tornando con la palla che a lui piace di più, rimbalzandola sul tappeto, calciandola bene, bene come sa fare papà puntandola proprio bene verso la pianta del piede di lui che è il papà migliore del mondo, lui lascia che la sfera rimbalzi sul piede e pigia col pollice sul più per alzare il volume che non sente bene che la palla fa rumore. La piccola inseguendo la palla rotolata a vuoto sotto al tavolino e riprendendola tra le manine troppo piccole per contenerla, scivola e ci riprova, prendi la palla papà vuoi prendere la palla, ma c’è il telegiornale ci sono i guai e le cose importanti. Lei correndo al baule va cercando ancora un cambio gioco sta già tornando col lego e costruendo un mattoncino alla volta torri alte e colorate un mattoncino alla volta e sulla base verde come un prato va montando bambini e va montando un recinto per la fattoria e sistemando le mucche il maialino e le pecorelle, poi tornando davanti a lui sta indicando col piccolo indice verso il lego, papà hai visto che bel villaggio che ho fatto, si bello ma c’è il telegiornale, spostati che mi copri la televisione, così lei inciampando sul bordo del tappeto finisce sopra il villaggio, i bambini, le mucche e le torri si spezzano mentre il pollice schiaccia ancora più forte sul più, che i mattoncini hanno fatto rumore; e lei rialzandosi tra le macerie del villaggio si va arrendendo in cameretta sua e abbracciando forte il suo orsetto si addormenta senza bacio.

Io da quassù, come un’astronauta in vestaglia, sospesa, galleggiando a piedi nudi, coi capelli sciolti nella mia veste bianca, scendo più che posso in cameretta a due metri dal lettino e soffio forte sulla tenda della finestra e soffio ancora più forte e la tenda si alza e si abbassa, si gonfia e si sgonfia si rigonfia di più e quando si sgonfia l’orlo accarezza la guancia della mia bambina. Soffio tante volte, più carezze che posso, e quando vedo che il sonno è sano e profondo torno galleggiando in salone e vedo il mio uomo poggiare flosciamente la nuca dentro al cuscino della poltrona con lo sguardo dritto nel vuoto, il vuoto che gli gira intorno da mesi senza mollarlo mai, come uno sgradito compagno di ballo.

Da quando quella sera sono stata portata quassù lasciandoli soli troppo presto, lo vedo tacere, piangere senza lacrime, uscire all’alba per il lavoro e tornare al tramonto senz’anima in una casa a luci spente senza profumo di soffritto. E mentre la tv continua a parlare di bulli nelle scuole e di depressi suicidi e di spietati agitatori di bandiere nere, mi avvicino e gli sussurro in un orecchio che molti di quelli sono stati bambini cresciuti in villaggi di macerie, andati a letto per troppi anni senza bacio della buonanotte.

Lui non mi può toccare, vedere, sentire, ma sa interpretare anche i silenzi come ogni uomo innamorato. Lo vedo alzarsi con rinnovata energia, procedere a passo svelto nella cameretta della bimba, chinarsi in ginocchio verso il lettino, e finalmente lacrimare, guancia ruvida su guancia morbida, e prenderla in braccio, e portarla a dormire tra le lenzuola del lettone e lei pur continuando a dormire, sente filtrare sotto la pelle il calore e il colore dei baci del papà come quando arriva il sole con l’arcobaleno dopo la pioggia.

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