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Nikolaj Coster-Waldau dal Trono di Spade a Second Chance

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Dietro le pieghe di una conferenza stampa alla casa del cinema, osservata dal punto di vista unico dell’interprete simultaneo, si rivelano i tratti umani delle star

Nikolaj Coster-Waldau è un gran bell’uomo.

Un vichingo dalle gambe possenti fasciate nei jeans, stivaletti e giacchino di cuoio. Sguardo azzurro e intenso sul viso affilato. Nulla da stupirsi quindi se attorno alla Casa del Cinema di Roma, dove oggi si presenta il film danese di cui è protagonista: Second Chance di Susanne Bier (Oscar 2011 al miglior film straniero con In un mondo migliore) si aggirino ragazze dallo sguardo luminoso pronte ad intercettare un segno della sua presenza. Per loro Nikolaj è Jaime Lannister della famosissima serie fantasy della HBO Trono di Spade. Eroe cinico che scaraventa bambini dalla finestra e ha rapporti incestuosi con sua sorella.

 

Ed ecco una delle ragazze lo raggiunge sulle scale, balbetta, sta per piangere. Il cellulare per l’emozione le balla nelle mani e lei non riesce a scattare la foto.

Nikolaj l’aiuta.  Si offre cortese per lo scatto.

Chissà se le ragazze dallo sguardo luminoso possono immaginare quanto sia diverso da Jaime Lannister il personaggio del film che oggi viene presentato.

Non vi è traccia di cinismo nel vichingo che entra nella saletta oscura delle interviste con un sorriso pieno di riserbo che assomiglia alla timidezza.

Qualcosa in lui ci ricorda Viggo Mortensen.

La stessa lontananza di sogno, lo stesso garbo.

Sarà un caso se entrambi sono danesi giramondo?

 

Prima di parlare del film vogliono sapere qualcosa di lui, della sua vita.

E lui racconta: è nato in un piccolo villaggio della Danimarca. E in quel luogo sperduto ha coltivato un sogno, cominciato con una recita a scuola, “eravamo lì sul palco e la tenda sulla scena è crollata all’improvviso. I compagni si sono spaventati, io invece nel trambusto ho cominciato ad improvvisare. L’insegnante era entusiasta, ed io mi sono sorpreso che mi lodasse per un gesto così spontaneo.”

Arrossisce. Come se fosse ancora lì a scuola, orgoglioso della lode ricevuta e un po’ anche se ne vergognasse.

“E poi c’è stato il film di Sergio Leone. C’era una volta in America. Mi sono identificato completamente con Noodles (interpretato da Robert De Niro), anche se lui viveva a New York ed io in un villaggio danese. E ho pensato che sarebbe stato bello se un giorno fossi riuscito anche io a raccontare storie che arrivavano dall’altra parte del mondo.

Ma era un sogno di cui mi vergognavo. Di cui non parlavo con nessuno. Solo quando mi hanno ammesso alla National Theater School, ho detto a mia madre: Mamma farò l’attore.”

“Ed è venuto giù il mondo?” ride l’intervistatore.

“No, mia madre è stata una donna meravigliosa. Le devo molto.” Dice con dolcezza “Non ha mai interferito con le scelte mie e di mia sorella. Purché le facessimo con passione ed impegno…”

“Il suo sport preferito?”

“Il calcio”

“La sua giornata libera ideale?”

“La mia giornata ideale…” Ci pensa su un istante “Una partita a calcio con gli amici e la sera una grande cena in famiglia”.

“Cosa la diverte?”

“Mia moglie. Mia moglie è una donna molto divertente.”

Sua moglie è venuta con lui in Italia e oggi pomeriggio se ne andranno a spasso per Roma dove nessuno dei due è mai stato. Sua moglie è attrice  e un tempo è stata Miss Groenlandia e racconta che in Groenlandia non ci sono alberi e devi stare attento quando parli perché il vento si porta via le tue parole e potrebbero arrivare ad orecchie indiscrete.

“C’è uno dei suoi film a cui vorrebbe dare una Seconda Chance?” chiede il giornalista facendo eco al titolo del film.

Nikolaj riflette. Poi timidamente dice: “Sì, un piccolo film che ho codiretto agli inizi con un amico. Recitava anche mia moglie.  Sì, mi piacerebbe dargli un‘altra chance… “

E lo dice come se il giornalista avesse davvero la bacchetta magica.

Invece l’intervistatore ha fretta. Il tempo stringe e del film ancora non si è parlato.

 

Della trama di Second Chance è bene dire poco per non rovinare la storia. Nikolaj è Andreas un poliziotto che vive una vita felice, ha una bella moglie, da cui ha appena avuto un figlio. Con il suo lavoro Andreas sente di servire la causa del bene, della giustizia. Poi un giorno, a seguito di una segnalazione di violenza domestica, Andreas ritrova un ex compagno di scuola. Spacciatore. La sua compagna si prostituisce. Anche loro hanno appena avuto un bambino.

Le scene iniziali in cui Andreas fa irruzione nella casa dello spacciatore disturbano. Si ha voglia di non guardarle. Di dire basta. Mettete questa gente dietro le sbarre e buttate via la chiave.

È la reazione di Andreas e la reazione del pubblico. Ma il film con le sue vicende lentamente ci accompagna lungo un’altra strada. Ci mostra altre verità. Sono i temi dei migliori film di Susanne Bier: la linea incerta che separa il bene dal male. La fretta con cui istintivamente giudichiamo, incaselliamo, condanniamo.

“Andreas come tanti di noi crede di avere una morale ferma e solida. Ma poi nascono circostanze che lo inducono ad agire in un modo che non avrebbe mai immaginato” Dice Nikolaj.

 

“Come è stato lavorare con Susanne Bier? ” gli chiedono “In un ruolo così duro, in un’atmosfera così cupa? Lei è sempre in scena, deve essere stato pesante”

E Nikolaj a volte scherza. “Il film è duro ma Susanne Bier sa apprezzare i piaceri della vita: la buona cucina. Le passeggiate in montagna. È poi è una grande lavoratrice.   E ha una mano speciale con gli attori da cui ottiene interpretazioni straordinarie”

Nikolaj Coster-Waldau era molto curioso di vedere il lavoro di Susanne Bier con gli attori.

E ha scoperto in primo luogo che Susanne Bier non ti loda mai. Da lei non ti viene mai un complimento. E ovviamente, all’inizio, ci vuole un po’ per abituarsi. “Ma alla fine capisci che per il tuo lavoro è meglio. Perché un attore sta sempre lì a chiedersi: Ho fatto bene o no? Sono stato bravo o no? Invece lei ti dice solo: questa è buona passiamo alla prossima e in questo modo alla fine ti leva  di dosso un gran peso, capisci che è un lavoro di squadra. Che state lavorando al film e non a quanto sei bravo tu.… Susanne Bier scava, scava. E non si ferma finché non arriva alla verità di ogni scena. Non dà mai nulla per scontato ed è pronta a cambiare tutto in nome di quella verità. Ovviamente è un film molto duro. Ma sono felice che Susanne abbia voluto dargli quella fine. Che il film finisca come finisce. Il prezzo che il mio personaggio deve pagare serve comunque a qualcosa, a qualcuno. Alla fine c’è una speranza…”

Sorride.

“E cosa ha imparato da questo film?”

“Ad aspettare prima di giudicare, almeno spero. Credo che siamo troppo rapidi nel trarre le nostre conclusioni. Soprattutto in un periodo come questo. È un film che riflette sul perché noi esseri umani facciamo quello che facciamo. Cosa determina le nostre scelte? Cosa ci porta ad agire in un certo modo?  Sono temi su cui io mi interrogo sempre. E mi piace quando un film, come questo, mi accompagna nella mia ricerca.”

“E Andreas chi è?”

“Andreas è un essere umano. E come tale imperfetto.  Vorrebbe riparare l’irreparabile. Non vuole accettare la tragedia che lo ha colpito. Vuole vestire i panni di Dio. Ma l’uomo questo non può farlo” Dice con malinconia.

 

Le interviste si susseguono incalzanti, ma lui non dà cenni di stanchezza o almeno non la lascia trasparire. (C’è chi mormora che certi attori italiani non si prestano più a queste cose, te lo fanno pesare, oppure prendono e se ne vanno. Invece lui è magnifico. Così vichingo e pure tanto signore. Non si nega mai per una foto, o un autografo. (Come Viggo Mortensen di nuovo) Qualcuno ogni tanto, dall’ufficio stampa, deve intervenire per dargli respiro. Lui chiede solo se fuori c’è ancora il sole. Qui nella stanza oscurata non si vede. Di certo pensa alla passeggiata romana che lo aspetta.

La sua professione di attore, per lui,  non è lusso che renda arroganti. È un mestiere. E autografi e interviste fan parte del mestiere. Come attore gli piace lavorare per le nuove serie TV. Per la HBO. Anche gli sceneggiatori, dice, ne hanno scoperto i vantaggi. Si può tornare a raccontare sui tempi lunghi. Sui risvolti delle storie. Si può scavare in un personaggio. Rivelarne  le sfumature. “Con le nuove serie abbiamo ritrovato la grande arte narrativa dell’800”.  Gli piace lavorare in America.E gli piace tornare a lavorare in Danimarca di tanto in tanto. Gli piace la varietà, la possibilità di mettersi in gioco.

È stato fortunato, dice. La fortuna è molto importante per un attore: essere al posto giusto nel momento giusto. La tenda che crolla durante la recita scolastica e gli permette di rivelarsi a se stesso nell’improvvisazione. L’amico che lo filma e il filmino che convince Ridley Scott a dargli la parte in Black Hawk Down con cui l’America gli ha aperto le porte. Il talento da solo non basta. Serve molta fortuna. Ripete umilmente.

 

E poi via al photo call sui prati di Villa Borghese. Nikolaj Coster-Valdau rifulge nel sole di marzo e una signora di passaggio gli scatta una foto. “Chi è ?” chiede il marito “Non lo so” dice la moglie “ma è tanto bello”.  Ora alla Conferenza ci sono ragazze sedute in prima fila. Lo guardano con occhi adoranti. Sono belle e luminose, piene di gioia. Ma non parlano: non hanno domande. Alla prima ragazza che gli ha chiesto cosa farà Jaime  Lannister nella nuova stagione è stato detto che non è questa la sede. Siamo qui per parlare del film. E allora le ragazze lo guardano felici e silenziose. Trattenendo il fiato, sprizzando amore da ogni poro e sono gli uomini a parlare. I padri presenti in sala. Qualcuno dice che le scene che ha visto sono tra le più dure. Quando ci sono di mezzo i bambini si fa fatica.

E Nikolaj annuisce. Come negarlo? Succede nel film quello che nessun genitore vorrebbe mai succedesse. “Venivano le mamme con i neonati. E per certe scene dovevamo coprirli di escrementi. È stata dura”

Però una cosa lo ha colpito molto come padre: che sia stata proprio una regista donna a mostrare l’intensità del rapporto tra un padre ed un neonato. Nei film in genere si parla di rapporti tra padri e figli adolescenti. “Come se fino a quel momento il padre fosse un fantasma ed invece io, per esperienza diretta, so che non è così. Io ho adorato le mie figlie e ho cercato di esserci per loro sin dall’inizio. È strano che sia stata proprio una regista donna a parlarne.”

E ancora:

“Il film ci invita a fare un passo indietro. Ci presenta due mondi. Uno all’apparenza perfetto l’altro immondo. Ma non tutto è oro ciò che luccica. Don’t judge a book from its cover. “

Non giudicare un vichingo dal suo aspetto.

 

Sarebbero ancora tante le cose di cui parlare in questo film. Ma il tempo stringe e il silenzio non si trasforma in parola.

 

E Nikolaj è felice che tutto sia finito e che fuori ci sia ancora il sole.

Si slancia su per le scale con la foga di un ragazzo, ora questo tempo che resta è tutto per lui e  per Miss Groenlandia che lo aspetta. Andranno a passeggio e lei, come ha detto, lo farà divertire.

Lo guardiamo andare via e ripensiamo alle sue parole:

“La natura dell’uomo è imperfetta. Ci sono cose che vorremmo risolvere, riparare, ma non si può.

Sebbene uno non smetta mai di desiderarlo.”

Quando gli abbiamo chiesto: questo suo cognome insolito,  Coster- Waldau, da dove viene?

Lui ha risposto:

“Sono i cognomi di mio padre e di mia madre.

Loro hanno divorziato ed io ho voluto tenerli ancora insieme.”

Anche Nikolaj Coster-Waldau è un essere umano. E come tale imperfetto.

Meraviglioso e imperfetto.

 

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