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Per la vetrina

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“Io non ci vengo con te: non ci vengo, non ci vengo, non ci vengo!” Tu si’ bellella, ma resti pa’ vetrina”. “Che vuol dire?” “Vuol dire che per quanto tu sia carina, se non cambi carattere nessuno ti piglia!” “Io non ci vengo a trovare la vecchia. E se poi nessuno mi piglia, resterò per sempre con te”.

“Io non ci vengo con te: non ci vengo, non ci vengo, non ci vengo!”
Tu si’ bellella, ma resti pa’ vetrina”.
“Che vuol dire?”
“Vuol dire che per quanto tu sia carina, se non cambi carattere nessuno ti piglia!”
“Io non ci vengo a trovare la vecchia. E se poi nessuno mi piglia, resterò per sempre con te”.

La vecchia in questione era Bice, l’amica di mia nonna, che aveva una paralisi facciale e quando parlava, non si capiva niente.
“Bice te lo dice!”, mi prendeva in giro mio fratello: io trovavo ingiusto che fossi l’unica a cui fosse riservata questa tortura. Mia nonna mi costringeva ad accompagnarla una volta a settimana a farle visita. Diceva che non avevo carità cristiana.
Bice bofonchiava qualcosa, come se si fosse cacciata una patata in bocca, e lei traduceva per me:
“Dice che ti sì fatta accussì bellella. E chissà quanti corteggiatori ca’ tieni!”
“Io non ne tengo di corteggiatori”.

Mia nonna chiamava me e mia cugina bambola nera e bambola bionda.
Mia cugina era la bambola bionda, tutto quello che faceva era fatto bene, soprattutto perché andava sempre a trovarla e le raccontava per filo e per segno tutti i fatti suoi.
Io invece ero la bambola nera, perché avevo la pelle scura ma anche perché ero quella cattiva, che non le diceva mai niente, nonostante la sua abilità nel rivolgermi gli interrogatori.
“Dove sei stata? A che ora sei tornata? Quanti eravate?” E le mie risposte erano sempre seguite da un “Uh Gesù!”
Qualsiasi cosa facessi, non le pareva fatta a modo. E quindi, pur di non sentirmi le sue prediche, cominciai a tenermi le cose per me.

Mia nonna aveva anche la capacità innata di riuscire a rovinare qualsiasi pranzo di famiglia: se la prendeva con mio zio perché era un disgraziato che aveva lasciato la moglie; con la moglie di mio zio perché si era fatta lasciare e con mio padre e mia madre perché mi facevano fare troppo i comodi miei. Diceva che io ero una comandessa e un’avvinciuta, perché volevo sempre comandare e averla vinta su tutti.
Mia cugina, invece, continuava a fare sempre tutto bene, per non parlare di mio fratello che era l’unico nipote maschio e non ne sbagliava una.

Quando i miei partirono per un viaggio e mi affidarono a lei, controllava abilmente ogni mia mossa. Ero certa che origliasse anche alle mie telefonate, mettendosi dall’altro capo dell’apparecchio. Quando me ne accorsi, per dispetto decisi di non tornare a casa dopo scuola e me ne andai a spasso con un ragazzo.
Lei prese il mio diario, frugò nella rubrica e chiamò a casa sua:
“Scusatemi se mi sono permessa di disturbare, ma vostro figlio chiama sempre qui!”
La madre gli rispose a tono: “E pure vostra nipote chiama sempre qua. Mio figlio non ci sta. Che vi voglio dire? Sono ragazzi!”.
Quando me lo raccontò, cancellai tutti i numeri di telefono dal mio diario e non le parlai fino al ritorno dei miei genitori:
“Bambola nera!” urlava per casa “E’ inutile che tieni questa faccia appesa. Tu ti devi stare accorta con i uaglioni!”.

Quando le presentai il primo fidanzato, invece, diventò subito il suo cocco: il ragazzo della bambola bionda non era altrettanto benvoluto e quel babbione di mio fratello di ragazze a casa non ne portava ancora. La domenica ogni tanto invitava a pranzo soltanto me e lui, e lo metteva sotto torchio per farsi raccontare tutti i fatti miei. Preparava sempre la pasta in casa e, quando arrivavamo al caffè, ci doveva mettere pure un cioccolatino dentro per renderlo più speciale.
“E’ la fine del mondo!” ti diceva quando ti portava a tavola un piatto.
E quando andavamo via, noi concordavamo che nessuno batteva mia nonna ai fornelli: i suoi pranzi ci lasciavano sempre a bocca aperta, come se quel giorno avessimo assistito davvero alla fine del mondo.

Poi lo lasciai, e mia nonna mi rimproverò: “E perché l’hai lasciato? A me piaceva!”
“E pure a me mi piaceva!”
“E che r’è? Mo’ nun t’ piace cchiù?”
Non sapevo cosa risponderle.
“Tu hai sempre tenuto un brutto carattere. Ti credi che puoi fare quello che vuoi. E invece ti dovresti imparare ad accontentare.”

Io, invece, non mi accontentavo per niente e avevo l’ansia di scoprire tutto quello che la vita avesse da offrire. E così, trovai un lavoro a Londra e, senza pensarci troppo su, mi trasferii, con l’idea di restarci per sempre.
Mia nonna ormai la vedevo soltanto durante le vacanze di Natale: ogni volta si offendeva perché non trovavo mai abbastanza tempo per lei.
“Tu stai troppo sciupata! Vedi che cadi malata! Quando te ne torni a vivere qui?
“Nonna, io a Napoli non mi trovo. Non penso che tornerò.”
“Aè! Ma tu lo sai chi viaggia? Viaggiano i cretini. Non lo sai che ognuno è ricco solo ‘a casa soja? Qua tieni la tua famiglia, tra poco je mor’ e tu preferisci stare lontano.”
“Tu stai fresca e tosta, non parlare come una vecchia.”

Mentre ero a Londra, mia nonna mi chiamava sul cellulare inglese ogni sabato, alla stessa ora.
Era sempre la prima a farmi gli auguri di compleanno.
Era l’unica a farmi gli auguri di buon onomastico.
Ogni tanto provava a farmi dei ricatti morali:
“Io prego sempre per te a Santa Rita”
“Brava, e cosa le chiedi?”
“Santa Rita è la protettrice delle cause impossibili e delle donne sole. Le chiedo di vederti sistemata.”
“Tu preghi per te, mica per me! Io mi sono già sistemata: solo che non mi sono sistemata come dici tu!”

Una volta, non rispettò il nostro appuntamento e mi chiamò di giovedì sera. Voleva dirmi che era in ospedale.
“Come in ospedale?”
“Sto bene, mi devono fare dei controlli. Poi ci vediamo a Natale, eh? Quanto manca?”
“Mancano ancora sei mesi.”

Era la prima volta che mia nonna andava in ospedale. Diceva sempre che sarebbe voluta morire lì perché non accettava che chi non poteva soffrire, entrasse in casa sua per darci le condoglianze, mentre il suo corpo era ancora lì.
Quella sera comprai un biglietto per tornare a Napoli.

Ogni volta che atterravo a Capodichino, avevo la sensazione di conoscere tutti: le persone cercavano i miei occhi e mi guardavano così a lungo che pareva fossero lì lì per salutarmi. Gli inglesi non mi guardavano mai in faccia e non ci ero più abituata.
Gli inglesi si facevano i fatti loro, mica come a Napoli che tutti devono intricarsi dei fatti tuoi.
All’aeroporto, quella volta, però riconobbi davvero qualcuno: erano mio padre e mio fratello che mi abbracciarono e cominciarono a piangere.
Mia nonna era morta da poco.

Quando la vidi, pensai che doveva essere un’altra delle sue trovate per farmi tornare a casa.
La accarezzai, sperando che si alzasse di scatto dal letto e aspettai di sentirmi chiamare di nuovo “Bambola nera”.
E invece non successe niente.
E sarei io quella col brutto carattere?
E tu? Che nemmeno mi aspetti? Che ti costava aspettare un paio d’ore?
Un paio d’ore in più nella tua vita che differenza facevano? Dovevi aspettarmi!

Sul suo viso c’era un’espressione contrita, come se sapesse che se ne era andata senza aver lasciato tutto a posto.
Quel giorno, me ne stetti lì, a stringerle la mano e a baciargliela di tanto in tanto per accertarmi che fosse ancora calda: quando sentii che era ormai diventata fredda, mi sentii una vera cretina e capii che quella volta non sarei ripartita. Era arrivato il momento di tornare a casa.

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