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Quell’album dei Gentle Giant

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Me la ricordo ancora, la Carter: sì, la penna, quella dannata penna che mi prestasti prima dell’inizio dell’estate. Ricordo che te l’aveva regalata tuo padre, che ci tenevi tantissimo ma che l’avevi comunque data a me, con un sorrisetto addosso e la promessa categorica di riportarla a settembre, quasi a volermi costringere a tornare.

Me la ricordo ancora, la Carter: sì, la penna, quella dannata penna che mi prestasti prima dell’inizio dell’estate. Ricordo che te l’aveva regalata tuo padre, che ci tenevi tantissimo ma che l’avevi comunque data a me, con un sorrisetto addosso e la promessa categorica di riportarla a settembre, quasi a volermi costringere a tornare. Ogni volta che ci salutavamo, sembrava quasi temessi di non rivedermi mai più.
Io però odiavo quella penna, ricordo che non capivo proprio perché avessi scelto un oggetto così costoso.
Ricordo le ore passate al negozio di vinili, a cercare qualcosa per farmi perdonare. Non potevo mica tornare così, senza la penna, pensavo. Ricordo mio fratello che sbuffava, perché toccava a lui pagare alla cassa. “Oltre al danno la beffa,” si lagnava “io li odio pure i Pink Floyd!”. Eri arrabbiatissimo. Non mi ricordo più quanti giorni impiegasti a ricominciare a parlarmi, ma ricordo nitidamente le tue parole: “però, potevi pure scegliere un album migliore!”.
Ricordo quando di domenica mattina ti venivo a svegliare per andare al lago: prendere il trenino delle sette a Piramide ti infastidiva tantissimo, ma sapevi che ne valeva pena e non ti opponevi mai. Ricordo i lanci dei ciottoli sull’acqua: facevamo a gara a chi ne avrebbe fatti di più in un solo lancio. Hai sempre odiato perdere, ma non ho mai voluto lasciarti vincere. Te ne saresti accorto.
Ricordo l’odore dell’umido e il freddo, le giacche usate come tappeti e i discorsi assurdi sul pornofemminismo e sulla birra, su quell’album dei Gentle Giant dove c’è una lingua che lecca qualcosa che sembra proprio un culo. Ricordo quando ti davo un sacco di pugni sulla spalla fingendomi seccata. Volevi finire il conservatorio e sfondare con la Band, ricordo quando mi dicesti che un giorno avrei scritto la tua biografia.
Sei sempre stato orgolioso, Leo.
Eri cardiopatico, mica pedofilo o che so io. Pensa che io ho l’asma e ho perso tre cappelli Carhartt solo in questo mese.
Ricordo quando mi facesti vedere Marina, da lontano, prima di riportarla a casa col motorino. Non era affatto male, ti guardava come un serpente guarda il flauto dell’incantatore. Ricordo che voleva a tutti i costi che vedessi quel film con Jim Carrey, in cui lui diventa una sorta di monomaniaco, che ti aveva detto di andarlo a guardare da lei uno di questi giorni. Tu, scemo, ancora ti chiedevi se fosse interessata a te.
Sei sempre stato un timido, Leo. Timido e orgoglioso.
La nostra scuola non è mai stata provvista di alcun tipo di materiale né del personale qualificato a qualsiasi tipo di emergenza medica, e questo era sempre uno degli spauracchi usati dai ragazzi che spingevano per l’occupazione. Ne eravamo tutti indignati, ma non abbastanza da far altro se non discuterne con una sigaretta in mano davanti al caffè dell’istituto, tra un mezzo slogan antiberlusconista e la data del prossimo compito in classe.
Poi sei caduto.
In palestra, mentre giocavate a basket e tu stavi facendo il cretino dondolandoti sul canestro. Sei caduto con una bestemmia e tutti ci siamo messi a ridere; ricordo che  incitavo a punzecchiarti, tra le risate. Ricordo la voce tremante di Giacomo.
Ragazzi.
Ragazzi, non si muove.
Cazzo, ragazzi, Leo non si muove più.
Ricordo il silenzio.
Il serpeggiare immediato del panico.
Noi ti spingevamo ma tu continuavi a non muoverti e nessuno, nemmeno la professoressa grassa e isterica di educazione fisica, aveva idea di cosa fare. Ci guardammo tutti come congelati, non c’era alcun tipo di materiale medico e dannazione, tu non avevi detto a nessuno che sei cardiopatico.
Ricordo tua madre che viene a scuola tre mesi dopo, ad inaugurare il defibrillatore in tuo nome, col viso spento e il corpo consumato dal dolore.
Eri tu a temere sempre che non sarei più tornata. Adesso invece tocca a me. Leo, ti prego, smettila di essere morto. Vieni a svegliarmi domenica mattina e dimmi che è tutto uno stupido scherzo.
Per favore.

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