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Per chi si affaccia sulla veranda del piccolo chiosco in legno e paglia della spiaggia, per chi passeggia lungo la riva e per chi è all’ombra sotto l’ombrellone, è impossibile non notare la donna distesa su un lettino a pochi passi dal mare e non sentire la musica ad alto volume proveniente dalla sua radiolina rossa.

(Pubblichiamo con molto piacere questo racconto che farà parte di una raccolta di prossima pubblicazione a cura della Giovane Holden edizioni)

Per chi si affaccia sulla veranda del piccolo chiosco in legno e paglia della spiaggia, per chi passeggia lungo la riva e per chi è all’ombra sotto l’ombrellone, è impossibile non notare la donna distesa su un lettino a pochi passi dal mare e non sentire la musica ad alto volume proveniente dalla sua radiolina rossa.

Miss Fregene, eletta la sera di ferragosto del 2009 nella discoteca Lido da una giuria di rappresentanti della politica cittadina, proprio lei che dopo l’elezione aveva attraversato la lunga passerella per raggiungere e baciare sulle guance le deluse finaliste che non erano riuscite a vincere, la Miss maglietta bagnata consacrata da una giuria di turisti in un pomeriggio d’estate a Pescara, Miss bikini eletta durante una crociera lungo il Mediterraneo offerta dal responsabile dell’agenzia ‘Modelle domani’, chiamata semplicemente la Miss nel quartiere Garbatella dove vive con la madre o semplicemente la Bella come la chiamano gli amici della discoteca rionale che non frequenta più da anni sostituita dai locali animati da vip dello spettacolo veline e tronisti, capelli lunghi e ricci, di un biondo squillante, la pelle abbronzata e lucida per l’olio solare privo di protezione, con gli occhi chiusi, è stesa su una delle tante sdraio azzurre che punteggiano la spiaggia di Los Roches.

Compiuti da poco 30 anni, magra ma formosa, il ventre piatto e il seno prorompente e troppo compatto e alto per sembrare naturale, ha una gamba ripiegata e un braccio dietro la testa, alla caviglia una serie di braccialetti colorati, un piercing all’ombelico con una catenella che sfiora l’inguine nascosto appena dal costume rosso di Dolce & Gabbana, un tatuaggio con una farfalla stilizzata su una spalla e un altro in caratteri giapponesi proprio sopra i glutei, rossetto fucsia e ombretto nero sulle palpebre, due strisce di fard marrone che verrebbe la tentazione di toccarle con le dita per sfumarle meglio, orecchini lunghi e piercing sul naso, la Miss fuma senza fretta una marlboro rossa con un braccio appena fuori il perimetro della sdraio e la cenere cade lentamente sulla sabbia dove forma un cumulo nero, come un vulcano in miniatura. Linee sottili di fumo ondeggiano nell’aria pulita, la carta della sigaretta retrocede lentamente verso il filtro lasciando dietro di sé una scia silenziosa di polvere grigia.

Il mare una distesa blu all’orizzonte, la spiaggia bianca come borotalco colorata da secchielli palette e palline dei bambini che giocano e si rincorrono sulla riva, il profilo del bar in legno e paglia che sbiadisce sotto la calura di mezzogiorno, la carta di un gelato alla fragola appena mangiato lasciata per terra, una bottiglia di acqua naturale rovesciata ai piedi della sdraio, vicino a un portacenere creato con una noce di cocco stracolmo di cicche, alcune sulla sabbia bordate di rossetto rosso, un pacchetto di sigarette vuoto e una boccetta di olio solare poggiata sul ripiano dell’ombrellone che cola sulla sabbia formando un piccola pozzanghera marrone come fango, il telo da mare rosa fucsia e blu con lo stemma di Roberto Cavalli che copre l’intera lunghezza della sdraio penzola fuori dal bordo e con un angolo bagnato dall’acqua tocca la sabbia, che rimane attaccata alla spugna come granelli di pane secco.

La Miss si solleva languida e si mette seduta, poi si volta verso il mare e poggia i piedi sulla sabbia, fa una smorfia di fastidio che le storce la bocca da un lato e solleva subito le gambe, come per una scottatura; si guarda intorno, si sistema i capelli con una mano nel tentativo di renderli vaporosi sui lati e poi si alza di nuovo, con più decisione stavolta, e fa il giro della sdraio velocemente, quanto le consente voler mantenere sempre un rigoroso aplomb nei gesti e nei movimenti del corpo, posizionandosi sotto il cerchio in ombra dell’ombrellone. Dalla borsa rosa che penzola da un gancio la Miss prende un foglio bianco scritto al computer e inizia a leggerlo, tenendolo con la punta del pollice e dell’indice di entrambe le mani, uno dei mignoli orgoglioso verso il cielo. Il suo curriculum è breve ma fitto di caratteri e date, esperienze e successi della sua carriera da modella, opinionista da Amici, intervistatrice per conto della trasmissione l’Isola dei famosi, hostess a Buona domenica, l’intervista al giornale Gossip in cui si era definita una ragazza della porta accanto con un sogno nella vita, quello di plasmarsi per il pubblico e diventare l’ideale di tutti, trasversale come dicono in politica aveva aggiunto, un curriculum che dovrà consegnare al provino che farà per una pubblicità di una casa di cosmetici famosa in Venezuela. Lo legge più volte e si concede un sorrisetto di malcelata soddisfazione, come davanti a un applauso scrosciante.

Verso l’ora del tramonto spegne la radiolina, raccoglie soltanto il telo mare e la borsa e si incammina ancheggiando verso la hall dell’albergo. Il provino è alle 19, ho tutto il tempo per sistemarmi a dovere pensa, e continua ad ancheggiare sotto lo sguardo ammirato del bagnino muscoloso.

Quando entra nell’agenzia che cura la selezione per la ditta di cosmetici Entonces, le va subito incontro il suo agente. Un uomo di mezza età, alto, la nuca liscia e lucida tranne che per una striscia di capelli scuri che gira tutt’intorno alla testa, un paio di occhialetti rotondi da impiegato docile e accomodante ma, dietro le lenti, gli occhi smentiscono subito la prima impressione perché sono rapaci, insinuanti, piccoli. La bocca grande pare annullare quasi del tutto la presenza di denti minuscoli, mangiati come sono da gengive troppo gonfie. La testa è piccola in confronto al corpo possente, sembrano parti di due persone diverse che per uno strano scherzo della natura si sono unite, incoerenti.

“Quando è il mio turno?”

“Hanno appena cominciato, mi fanno sapere appena puoi entrare”

Si siedono nella sala d’attesa, lei le gambe accavallate e la mano ingioiellata con cui si sventola appena, odia sudare prima di un provino e si guarda intorno alla ricerca di una finestra da cui passi un po’ di aria fresca. Ma prima che riesca a individuare una fonte di refrigerio, il suo sguardo è catturato da una ragazza in piedi, appoggiata al muro, una gamba davanti l’altra, lo sguardo che gira intorno alla sala, le braccia conserte.

“Chi è quella là?” La voce è contrariata, acidula.

L’agente alza gli occhi al cielo sentendo quel solito tono da bisbetica e pigramente segue la direzione del suo sguardo. Quando inquadra la ragazza alta e magra, treccine ordinatamente legate insieme in una coda dietro la nuca, pelle ambrata, tubino bianco aderente che lascia poco all’immaginazione, occhi verdi sottolineati da ciglia lunghe e nere, quei tratti delicati che indicano un punto di incontro tra Europa e Sudamerica, sgrana gli occhi e mugugna rumorosamente.

“È finta?” Commenta nervosa la Miss.

“Purtroppo è verissima. Mai vista una bellezza così…”

“Pulisciti la bava alla bocca! Comunque… è impossibile!”

“La natura è un chirurgo implacabile”

“È una lotta impari”

“Già”

La ragazza oggetto di invidia e ammirazione da parte dei due che la fissano, ha appena 18 anni ma il portamento e la sicumera di una donna matura consapevole delle sue armi. Risponde allo sguardo alzando appena il piccolo mento, un ghigno lieve le increspa le labbra, a metà tra l’indulgente e lo scherno. Sorride tra sé e distoglie lo sguardo. I capezzoli scuri si intravedono appena dietro il tessuto leggero del suo abito estivo.

“Difficile competere, mettiti l’anima in pace”

“Stai scherzando?”

L’agente alza le spalle e sbircia l’orologio.

“Devo risistemarmi queste rughe”

“Ci sarà sempre qualcuno più giovane di te”

“Devo correre più veloce del tempo”

“Bella battuta!” Ma il silenzio della Miss che lo fissa infastidita gli smorza sul nascere il divertito ridacchiare.

“Parli sul serio?”

“Hai dubbi?”

Seduta accanto a loro un’aspirante modella che cerca di calmare la figlia seduta sulle sue ginocchia. Tutti la guardano con fastidio. Ma la bambina continua a piagnucolare e la giovane mamma non sa cosa fare.

“Perché le mamme non fanno le mamme? A casa però!” e la Miss sbuffa platealmente, fissando la bambina di fronte a lei.

Dopo aver fatto il provino, aver posato per qualche foto, aver risposto alle domande sulle sue esperienze da modella e donna di spettacolo, come lei tiene sempre a sottolineare, esce dalla stanza. Il suo agente sta chiacchierando con la diciottenne dai tratti europei e la Miss non cela il fastidio e sospira, richiamandolo a sé con un cenno sbrigativo della mano, senza avvicinarsi.

Si incamminano verso l’uscita.

“Niente da fare” le dice.

“Hanno preso quella là?”

“Ovvio!”

“Ovvio? E tu che ci stai a fare?”

“Te l’ho detto che è impossibile competere”

“Impossibile competere” scimmiotta gesticolando, “E pensi che io rimanga a guardare?”

“C’è chi spara le ultime cartucce e chi ha un fucile nuovo di zecca. Fai tu”

La Miss torna in albergo, butta la borsa per terra, toglie le scarpe lanciandole contro la finestra, sbraita contro la cameriera che le sta sistemando la stanza dicendo che vuole rimanere sola, poi prende il cellulare dalla tasca dei suoi calzoncini che le coprono appena la rotondità artificiale del lato b e clicca il pulsante ‘chiama’ sul display. Risponde la voce vellutata della segretaria del chirurgo plastico più richiesto del Venezuela, caro come se vendesse ville a Montecarlo invece che facce tirate. Prende un nuovo appuntamento, l’ha già operata al seno e ai glutei quindi ha un canale preferenziale e l’appuntamento le viene dato di lì a due giorni.

“Voglio stirare un po’ gli occhi e aumentare gli zigomi, li voglio più alti, tipo la Ferilli, ha presente?”

“Sì conosco la Ferilli”

“Ecco, così!”

“Si può fare tutto”

“Ottimo. A presto allora”

Dopo l’operazione, è stesa sul lettino della camera singola della clinica privata più costosa di Caracas e l’infermiera le sta togliendo le bende che le coprono gli occhi. L’espressione di malcelato stupore della donna agita la Miss.

“Che c’è?”

“Forse si devono solo sgonfiare un po’, è normale dopo un’operazione”

Si fa portare uno specchio e quando si guarda allo specchio urla “Che cazzo significa?”

Gli occhi sono gonfi, uno più piccolo dell’altro, gli zigomi spuntano fuori dalle guance come se sotto la pelle ci fossero due palloncini perfettamente circolari, due palline proprio sotto gli occhi, compatte, rotonde, dure al tatto.

Prova a parlare ma quando lo fa la pelle del viso si tende e un occhio si chiude appena.

“Che diavolo succede?”

Lancia lo specchietto contro la parete, si frantuma in tanti pezzi che finiscono sparsi sul pavimento, alcuni proprio ai piedi dell’infermiera che la guarda impassibile.

“È normale un po’ di gonfiore”

“Voglio parlare con il chirurgo. Subito!”

Mentre l’infermiera esce dalla stanza, il pianto isterico della Miss stesa a letto aumenta di tono e riempie la stanza, esce dalla porta, attraversa i corridoi, gira intorno alle piante che abbelliscono le camere, si infila tra le fessure delle porte, sfiora le orecchie delle altre ricoverate, segue i medici in giro per la clinica. Ma nessuno pare farci caso.

Il chirurgo entra nella stanza con un sorriso aperto e fisso, come se fosse una posa studiata allo specchio prima di varcare la soglia della stanza.

“Il gonfiore è normale, lasci passare qualche giorno”

“Ma due mie amiche l’hanno fatto ed erano subito perfette”

“Dipende, ognuno di noi reagisce a suo modo, il corpo è una macchina diversa in ognuno di noi”

“Mi rioperi allora!”

“Scherza? è troppo presto”

“E io che faccio nel frattempo?”

“Deve avere pazienza”

“Se fossi una tipa paziente starei qui secondo lei?”

Il chirurgo, messo da parte per quei minuti di conversazione il suo sorriso prestampato, lo ritira fuori d’un tratto, come fosse a comando. È il segno che non ha più niente da aggiungere e che sta per uscire dalla stanza.

Tornata in albergo, coperta da occhiali neri e grandi alla Audrey Hepburn, si chiude in camera e non esce per giorni. Guarda la tv, fuma, sgranocchia noccioline, mangia gelati, a volte decide di vomitare perché le sta venendo la pancia a via di rimanere immobile sul letto per ore. Ogni mattina si tocca le guance prima ancora di prendersi il caffè e di guardarsi allo specchio. Le due palline sono sempre lì. Compatte, sode, circolari. Passano giorni nella stessa scansione del tempo ferrea, rigorosa: la mattina mangia patatine, panini, fuma e beve tutto quello che trova nel frigo bar e il pomeriggio si provoca qualche conato. È riversa con la testa nella tazza del bagno quando sente il suo cellulare squillare. Si passa velocemente una mano davanti alla bocca, sputa per terra l’ultimo rimasuglio che sente tra i denti e reprime a fatica un ennesimo conato.

“Allora, ti sei ripresa?”

“Ce la farò!”

“Meglio per te perché ti ho fissato un provino per la linea di costumi della Cartes, non sarebbe male fare qualche sfilata”

“Ma ora non posso, sto gonfiore del cazzo ancora non passa…”

“Ma chi te l’ha fatto fare”

“Necessario, lo sai. Bando alle ciance, quando c’è il provino?”

“Tra due giorni”

“Così presto?”

Piagnucola al telefono mentre l’agente allontana il cellulare dall’orecchio e osserva pigramente il via vai di fighette sulla spiaggia. Fa l’occhietto a una ragazza che gli passa accanto, sembra non aver ancora superato la soglia dell’adolescenza, una gazzella bionda dalle gambe lunghe, come piacciono a lui.

La mattina del provino si alza dal letto e decide di tentare. Si prepara, si trucca, anche se non riesce a truccare gli occhi in modo uguale perché uno si ostina a rimanere leggermente chiuso, si guarda allo specchio cercando di non urlare e esce dall’albergo. Fa finta di non sentire quando da dietro il bancone dell’hotel un tipo la chiama due volte. Sarà per quella maledetta carta di credito che continua ad essere rifiutata, pensa tra sé, ma la cosa la infastidisce giusto il tempo di varcare la soglia d’ingresso dell’albergo. Infila gli occhiali neri e sale sul taxi.

Quando la chiamano davanti alla cinepresa, il selezionatore si toglie gli occhiali da vista e le si avvicina. Dopo averla osservata per qualche secondo in silenzio, la voce esce fuori acuta, un po’ stridula, con una nota di riso nascosta appena tra le righe.

“La signorina ha fatto a pugni…”

Un coro di risate soffocate riempie la sala mentre le guance gonfie della Miss si colorano di un rossore violaceo. Sospira.

“Mi dispiace”

“Come può pensare che io possa anche solo considerarla in questo stato?”

“Ma si sistemerà tutto presto”

“Si è guardata intorno?”

Lei alza un sopracciglio per ostentare un atteggiamento a metà tra il fastidio e l’indifferenza altera, anche se l’effetto non è quello voluto perché il sopracciglio sollevato sgrana a dismisura l’occhio alzando la palpebra e mostrando una pupilla piccola come una pallina che vaga nel mare. Intorno a lei ragazze giovanissime dalla pelle tesa e ambrata.

“E cosa sono quelle cicatrici alle gambe?”

Lei abbassa lo sguardo e ammira le sue gambe lunghe. Rialza la testa.

Il selezionatore le si avvicina e si abbassa sulle ginocchia.

“Sono stata operata”

“Ha fatto un incidente?”

“Non proprio…”

“Quindi?”

“Ho fatto l’allungamento” Sorride la Miss, senza nascondere una punta di orgoglio.

“L’allungamento delle gambe? Per quale motivo?”

“Sono più alta così”

“Lei è matta, mi sa. Queste cicatrici circolari quindi sono per i ferri che ha tenuto?”

“Sì. L’allungamento dura mesi, ogni tanto un millimetro…”

“E tutto questo per essere più alta di una manciata di centimetri?”

“Cinque per la precisione”

“Cinque… Ne è valsa la pena?”

“Ovvio!”

“Avere tutte queste cicatrici, intendo”

“Sono disposta a soffrire per raggiungere i miei obiettivi”

“Per ora l’unico obiettivo che raggiunge è l’esclusione dal provino”

“E perché mai?”

Lui la guarda perplesso, le labbra stirate in un riso che cerca di nascondere tra i peli della lunga barba, poi si volta e grida “Avanti con i provini!”

“Ma che fa?”

“Può andare signorina”

“Lei non capisce un cazzo!”

Grida contro il selezionatore, mentre un vigilantes in divisa inizia a spingerla bruscamente verso l’uscita.

Esce borbottando dalla palazzina e sbatte il portone con violenza alle sue spalle. Ripensa a tutti i suoi sacrifici. Alle notti in cui si svegliava per il dolore e si guardava i piedi gonfi come zampe di maiale, a quando l’infermiere doveva disinfettare le ferite aperte attraversate dai ferri due volte al giorno, a quando era costretta a camminare per 4 ore al giorno, su e giù per la casa, a quando un ferro era rimasto nella gamba e a un certo punto spuntava fuori dal polpaccio come un punteruolo, di quelli adatti a infilzare una forma di parmigiano. Ne è orgogliosa, piange e borbotta ma è orgogliosa e nessuno riuscirà a farla sentire una sconfitta. Ci vuole coraggio cazzo, continua a ripetere, ci vuole coraggio!

Il giorno seguente l’agente passa a trovarla.

“Sei impazzita? Mi hai fatto fare una figura di merda con quell’atteggiamento da pazza isterica. Io non posso perdere lavoro così stupidamente, ancor meno rimetterci il nome! Forse è il caso che torni in Italia…”

“Mi scarichi così?”

“Mia cara io sono un agente, devo far frullare le mie modelle, solo così guadagno”

“Ma io finora…”

“Finora. Io non vivo di rendita”

“Ma siamo amici io e te”

“Rimaniamo amici infatti, ti sto solo scaricando come modella”

Lei cerca in ogni modo di convincerlo, l’ultima carta è il sesso, pensa d’un tratto. Così si toglie la maglietta, si abbassa i pantaloncini fino alla curva dell’inguine e lo guarda con gli occhi socchiusi, invitanti. Lui la fissa corrugando la fronte per lo stupore e poi guarda il seno, gli occhi sono piccoli e concentrati ma senza energia, come spenti, avvicina le mani e con le dita afferra i capezzoli, “Vedi”, dice tirando appena verso di lui e poi a destra e a sinistra quei riccioli di carne, “non si muovono neppure, sono così immobili e gonfi…”

Lei abbassa lo sguarda e fissa le sue dita sui suoi capezzoli.

“Che ci devo fare con due tette immobili quando posso averne una dozzina fresche e morbide?”

L’uomo va via e lei resta per un po’ così, ferma nel centro della stanza, col seno scoperto come due palloncini in un cielo senza vento, gli occhi spalancati. Si abbassa, prende il top, se lo infila dalla testa e poi si avvicina alla finestra, come in trance. Poi prende il cellulare e richiama il chirurgo. Gli dice che i due zigomi gonfi sono sempre lì, sembrano due nasi rossi e rotondi da pagliaccio, tirano la pelle delle guance, le labbra rimangono socchiuse, con gli angoli all’insù, come un accenno di ghigno costante.

“Aspettiamo ancora qualche giorno e poi la visito di nuovo”

“È ancora lì?”

“Sì, io e i miei zigomi”

“Stia tranquilla. A presto Miss”

Se la chiama Miss anche il chirurgo estetico delle più belle donne del mondo, qualche speranza c’è, pensa toccandosi il viso con le mani smaltate.

Guarda fuori dalla finestra e osserva la spiaggia. La sua attenzione è catturata da due ragazze che parlano e ridono sedute sulla riva, una si alza, ha un tanga striminzito, un fisico perfetto, tonico e armonioso, avrà 16 o 17 anni pensa, la fissa, col sole accecante della mattina venezuelana che punta sulla sua finestra, la fissa finché le lacrimano gli occhi, stringe le labbra e aggrotta la fronte. Se il chirurgo delle donne più belle del mondo la vedesse in questo momento, penserebbe che in fondo non è così bravo se l’espressione del volto della Miss, più che un viso ringiovanito e sodo, pare un puzzle fatto di tessere che non combaciano perfettamente. La Miss continua a osservare la spiaggia, la ragazza con il tanga, la sua amica che chiacchiera con il bagnino, e poi le carte che punteggiano la riva, i mozziconi di sigarette sparsi qua e là, le bottigliette di plastica rovesciate sulla sabbia, a pochi metri dalla riva dove il mare azzurro lambisce i bordi della spiaggia, lievi voci in lontananza, gabbiani che volano all’orizzonte, il profumo d’oceano, e su tutto un cielo terso e infinito che si muove sopra la testa dei turisti pigramente avvolti dal calore dell’estate sudamericana, un cielo pulito che poi corre lontano verso altre terre, attraversa altri mari, si avvicina ad altri angoli di costa e di terraferma, osserva imperturbabile altri bicchieri di plastica, lattine dimenticate, cicche di sigarette, buste di plastica appallottolate lungo i marciapiedi, percorre altre strade, passa sopra vicoli che odorano di piscio e di immondizia lasciata a marcire per strada, giardini pubblici trascurati e aiuole calpestate, vicoli bui  e lampioni rotti a sassate, fiumi schiumosi e laghetti opachi, montagne di rifiuti e colline senza alberi, un blu pieno, lontano, noncurante, un cielo terso e indifferente che continua a illuminare un mondo che corre veloce verso l’ombra.

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