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Pattinata sul ghiaccio con John Cheever

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John Cheever si chiude la zip del giaccone e si china sui suoi pattini. Impiega un bel po’ di tempo a allacciarli, le mani sono quasi gelate, e i loro movimenti sono resi goffi dall’età e imprecisi dall’eredità di abuso di alcol che lo ha portato sull’orlo della morte.

Fa freddo, fa molto freddo sul sedile della macchina, adesso che ha aperto lo sportello. John Cheever si chiude la zip del giaccone e si china sui suoi pattini. Impiega un bel po’ di tempo a allacciarli, le mani sono quasi gelate, e i loro movimenti sono resi goffi dall’età e imprecisi dall’eredità di abuso di alcol che lo ha portato sull’orlo della morte. È stato un gesto stupido, quello, molto stupido, ma è stata la sua vita, non la rinnegherà: rinnegarne quella parte sarebbe come volerla condannare tutta.

È molto tardi, la cena dai Martin, la solita inutile cena dai Martin si è protratta molto, molti sono stati i sorrisi di circostanza, le pacche sulle spalle che simulavano fraternità, mentre la televisione in sottofondo trasmetteva la partita dei Giants, si ripetevano con sempre maggiore frequenza gli sguardi carichi di un desiderio selvaggio verso le bottiglie raggruppate nel carrello degli alcolici. Aveva avuto il tempo di considerare ancora una volta che il succo della sua letteratura consisteva nello scavare, portare alla luce un desiderio, ripulirlo, e poi contrastarlo, condannarlo, farlo vincere o perdere.

Adesso è notte, una notte fredda e limpida, l’aria ha un odore metallico e penetra come distillata nelle narici e nei polmoni. La neve ammanta di silenzio le case vicine e attutisce fino a farlo scomparire il brusio della città lontana.

Ecco, ora i pattini sono allacciati; il vecchio scrittore fa un respiro più gonfio e soddisfatto dei precedenti, esce dalla macchina aiutandosi con la maniglia sopra lo sportello. Sa che tutta questa difficoltà nei movimenti sparirà tra poco. Ha parcheggiato proprio al margine della strada, là dove inizia quello che d’estate è uno stagno, e dove ora l’acqua è coperta da uno spesso strato di ghiaccio.

Tutto è silenzioso e illuminato da una luna pallida e gelida, come una lampadina. L’unico trascurabile rumore è il tintinnare di bicchieri e posate che proviene dall’ultima villetta della schiera prima dello stagno; ogni tanto qualche scoppio di risa, magari stanno prendendo in giro il presidente Carter  per i suoi dentoni.

Con pochi gesti, improvvisamente diventati precisi e coordinati, John Cheever è nel mezzo dello slargo ghiacciato. Si ferma lì, proprio nel centro, sotto la luna. La bocca emette un fumetto tiepido. Poi lo scrittore riparte, comincia a percorrere il cerchio imperfetto dello stagno, a volte tagliandolo trasversalmente.

Lì, nel pattinare, scompaiono i fardelli della sua vita, la dedizione all’alcol che ha corroso relazioni e mangiato il tempo, la lotta interminabile con i principi, la fatica dei combattimenti all’ultimo sangue con i suoi personaggi e le frasi, la fatica e l’ansia di crescere i figli, e nello stesso tempo la lotta quasi sempre fallimentare e spesso volutamente persa in partenza con le pulsioni, l’attrazione per altre donne, l’attrazione per altri uomini, la cura psichiatrica, l’insoddisfazione perenne per l’imperfezione di alcuni racconti che continua a perseguitarlo anche dopo il Pulitzer e i riconoscimenti dei critici.

Lì, nella accuratezza naturale dei gesti del pattinatore, nel silenzio alla luce della luna, questi fardelli arretrano, questa pesantezza di vita si alleggerisce, lasciando in campo solo la affilatura della lama del pattino che rende quasi nullo l’attrito con il ghiaccio liscio, uno scorrere e non un ammasso di grumi.

Ma non è un tornare all’infanzia, quello che vive in questi casi, si rende conto lo scrittore, di tornare a un tempo benedetto prima che questi fardelli si formassero. Non è neanche un liberarsi di quei fardelli o negarli: sa benissimo che lo aspettano in macchina, appena avrà slacciato i pattini.

Qui, nella radura, solo e accurato, John Cheever semplicemente riesce a trovare la calma per farsi largo nella giungla dentro di sé, aggirandosi tra grovigli di slanci, pulsioni, frustrazioni, vizi e sconfitte, fino a arrivare a contemplare quel laghetto limpido e incontaminato, fatto di pura vita, che ha difeso per tutti questi anni da tutti gli attacchi, e che tutti noi ci portiamo dentro.

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