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Il salto

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Irrigidiva la schiena nuda contro la spinta delle loro grida. Ritto in equilibrio sullo sperone, con le braccia lungo i fianchi e la testa china, si fissava le dita dei piedi aggrappate all’orlo della roccia, poi tuffava gli occhi nel vuoto, giù in fondo fino all’acqua, sulle onde distanti e la schiuma.

Irrigidiva la schiena nuda contro la spinta delle loro grida. Ritto in equilibrio sullo sperone, con le braccia lungo i fianchi e la testa china, si fissava le dita dei piedi aggrappate all’orlo della roccia, poi tuffava gli occhi nel vuoto, giù in fondo fino all’acqua, sulle onde distanti e la schiuma. “Salta!”,”Non ci pensare tanto, vai!”. Stretti l’uno all’altro in una nicchia della falesia in cima alla scogliera, gli altri due erano pochi passi dietro di lui. “Dai!”, lo incitava il ragazzo.

Tre piccoli esseri umani tra la montagna e il mare, abbronzati e magri nei loro costumi da bagno. “Zitti, mi tuffo quando c’è silenzio”. Quelli ridacchiarono eccitati, la ragazza si copriva la bocca con la mano. “Se non salti sei un buffone”, disse l’altro, poi rimasero in silenzio. Non ci riesco. Respirò e guardò il cielo del pomeriggio. Pensò alla sera, a casa. Devo saltare. Si immaginò sollevarsi in aria e poi scendere al rallentatore. Non ce la posso fare. Ci sono altri scogli là sotto, muoio.

“Dov’è tuo fratello?” chiese la madre continuando a leggere. “È andato agli scogli con gli amici nuovi, il ragazzo e la ragazza della villa”, rispose il bambino. “Perché non sei andato anche tu?”. “Non mi vogliono. Sono piccolo”. Lei alzò lo sguardo dalla rivista, torse il collo e osservò il figlio rannicchiato sui ciottoli all’ombra della sua sdraio. Sorrise. “Quando diventerai grande, sarai tu a dire a tuo fratello che non vuoi giocare con lui”. “Io voglio giocare con lui”.

La donna sfogliò la sua rivista, poi frugò nella borsa da mare e tirò fuori l’orologio. “Vallo a chiamare. Digli che dobbiamo salircene, a casa sta arrivando papà”. Il bambino sporse la testa fuori dall’ombra. “Ha detto di lasciarli stare”. “Ma che stanno combinando?” “Non lo so”. La madre lo guardò negli occhi aggrottando la fronte. “Vai, digli che se non viene immediatamente mi arrabbio”. Il bambino si mise in piedi aggrappandosi all’ombrellone, infilò le ciabattine di gomma e si avviò verso gli scogli correndo sul bagnasciuga.

”Dai, non possiamo stare qua tutto il pomeriggio”. La ragazza rise. Lui immaginò l’impatto con l’acqua là sotto. Respirò ancora. Padre nostro, che sei nei cieli. Salta. Padre nostro, che sei nei cieli, sia santificato. Salta. Dio, dio, dio, dio, dio. Salta. Allargò le braccia, le sollevò fino alle spalle e si piegò poco sulle gambe unite, ma la spinta si smorzò nei malleoli. Sbandò e fece un passo indietro. Senza girarsi si mise le mani sui fianchi e abbassò la testa. “Che fai, le finte?”. Zitto. “Se voglio posso metterci anche un’ora. Ho detto che saltavo, non ho detto che lo facevo subito”.

Il bambino si fermò all’inizio della scogliera e seguì il sentiero verso l’interno scavalcando il primo gruppo di rocce, poi iniziò ad salire. Nei passaggi più difficili si aggrappava con le mani, cercava un gradino o un buco in cui infilare il piede e si tirava su. Poi ricominciava. Quando fu quasi in cima si girò indietro, guardò in basso ed ebbe paura. Poi sentì le voci, oltre gli ultimi massi neri, e accelerò.

“Ti stai cacando sotto” disse quello da dietro. Poi, parlò la ragazza: “Mi sono scocciata, per me ce ne possiamo pure andare”. Allora si girò verso di loro: “No, aspetta, salto. Ora”. Incrociò lo sguardo di lei, che strinse gli occhi e sorrise, poi si girò di nuovo e tornò sulla punta dello sperone. Quando le dita dei piedi aggrapparono l’orlo provò nausea. Devo prendere la rincorsa, sennò sbatto. Fece qualche passo indietro e decise.

“Mario! Mario!”. La testa del bambino era sbucata da dietro la roccia. Il ragazzo frenò la sua rincorsa alla fine dello sperone e si girò di colpo. “Che fai qua? Vattene!”. “Devi tornare! Ha detto mamma che se non torni subito si arrabbia. A casa sta arrivando papà”. “Che vuoi? Vattene, non me ne frega che si arrabbia”. “Dai, che il tuo fratellino ti ha salvato” rise l’altro ragazzo. “Torna dalla mamma.

Noi ce ne andiamo”. Si girò e iniziò scendere, seguito dalla ragazza. Lei lo salutò con la mano guardandolo per un attimo mentre si girava.

Osservò le loro teste sparire dietro i massi. “Dovevi fare il tuffo?” gli chiese il fratello. Una rabbia densa gli riempì lo stomaco. “Ti avevo detto di non venire”. “Perciò stavate qua? Dovevi fare il tuffo? È altissimo”. “Fatti i fatti tuoi, bambino di merda. Non ti voglio con me, non ti voglio, capito?” gli gridò in faccia. Il fratello strinse gli occhi con una smorfia e rimase zitto. “Che sei venuto a fare? Sei uno scemo!”. Quando quello ridacchiò all’insulto, la sua ira esplose e gli diede uno schiaffo. Il bambino barcollò, cadde sulla roccia e si coprì la faccia con le mani. Ora mugulava senza dire una parola. “Così impari. La prossima volta ti prendo anche a calci”. Lo lasciò dov’era. “Buttati di sotto, bambino” gli gridò prima di iniziare la discesa.

Il tuo fratellino ti ha salvato. Torna da mamma. Mamma, mammina. Ti sei cacato sotto. Venne giù dalla scogliera senza prestare attenzione, scorticandosi le ginocchia e le caviglie sulla pietra. Pensava al salto e alla ragazza e a quell’altro. Mamma ha detto di tornare. Che figura di merda.

Una volta giù prese fiato e sentì la rabbia scivolare via insieme alla fatica. Pensò al fratello. Si fermò ad aspettarlo. Strappò un giunco dal bordo del sentiero e prese a frustare la terra di un formicaio. Le formiche si sparpagliavano sotto i colpi, poi riprendevano a scatti i loro sottilissimi percorsi. Il sole stava tramontando. Guardò in alto. Il fratello non si vedeva. Gridò il suo nome. Niente. Buttati di sotto, bambino. Una fitta allo stomaco. Gettò il giunco per terrà e si lanciò sui massi per risalire.

Il cuore gli pompava sangue in testa mentre continuava a chiamare il fratello. Aveva il fiatone. Afferrava la roccia con forza per tirarsi su, strusciava le gambe sulla superficie ruvida, ora le punta delle dita gli sanguinavano come le ginocchia. Buttati di sotto, bambino. Pensò a sua madre che li aspettava in spiaggia. Dio no ti prego, ti prego. La prossima volta ti prendo a calci. Buttati di sotto bambino. Quando arrivò dietro l’ultimo masso dall’altro lato c’era silenzio. Smise di chiamarlo, si affacciò trattenendo il respiro e lo vide.

Il fratello era sulla punta dello sperone. Carponi. Sporgeva la testa di sotto. Gli sembrò un cagnolino.

Quando lo sentì dietro di se, il bambino si girò a guardarlo. “È altissimo qui. Davvero sai tuffarti?”. “Perché non rispondevi? Sei pazzo?” “Mi hai dato uno schiaffo”. “Ero arrabbiato. Perdonami”. Il bambino lo guardò con gli occhi arrossati. “Ce la fai davvero a saltare da qui?” “Non lo so, credo di sì, non l’ho mai fatto. Ci stavo provando”. “Vuoi provare adesso?”. “No, sono stanco”.

Rimasero zitti per un po’, seduti accanto, a guardare il mare, finché il sole toccò l’acqua. “Mamma griderà ora che torniamo” disse il bambino. “Non fa niente, ci inventeremo qualcosa” rispose suo fratello. Si alzò, il bambino gli andò dietro e scesero insieme, inseguendosi tra le rocce mentre imbruniva.

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