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Il viaggio di Ulisse

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Narrami, o musa, dell’eroe multiforme, che tanto vagò, dopo che distrusse la sacra rocca di Troia… Io ci ho provato, Ulisse, a leggermi l’Odissea, però ho tempo solo la sera e mi viene sonno.

Narrami, o musa, dell’eroe multiforme, che tanto vagò, dopo che distrusse la sacra rocca di Troia… Io ci ho provato, Ulisse, a leggermi l’Odissea, però ho tempo solo la sera e mi viene sonno. Troppo lunga, troppo in poesia. Allora, senza scomodare la musa, mi chiedevo se non potresti venire tu a casa nostra a raccontarcela. Abbiamo tutti voglia di avventura, soprattutto io e mia moglie. Sarebbe bello averti con noi per qualche giorno e sentire cosa hai passato prima di arrivare a Itaca e come hai ammazzato tutti quelli che volevano sposare la tua signora. Non ci devi mica dire tutto, solo le cose principali, tipo il cavallo di Troia, Polifemo oppure le tempeste, come hai fatto a cavartela sempre, se hai avuto paura, cose così. Mia figlia ci chiede storie su storie, non ne sappiamo più. Solo una settimana, Ulisse, che ti costa? Ci faresti davvero felici. Abbiamo una stanza con divano letto.

Eccolo qua il multiforme Odisseo, l’astuto, il sapiente, il pari a un Dio, colui che pugnò per dieci anni a Ilio e per altri dieci vagò per mare tra rischiosissime avventure, inchiodato per il settimo e ultimo giorno in casa di questi miserabili. Io che ho attraversato il Mediterraneo per lungo e per largo, che sono sceso agli inferi e sono tornato vivo, chiuso in una cameretta a guardare il cielo tra le sbarre di questa finestra al piano terra di un condominio.

Eppure, era iniziata bene. Appena arrivato, festa grande per me, loro gentili, la bambina eccitata, cenetta, buon cibo, ottimo vino. Sono partito con la presa di Troia, piace sempre. Invento la trappola del cavallo di legno e mi ci chiudo dentro con i migliori di noi, i troiani ci cascano e ci portano in città, strisciamo fuori di notte, apriamo le porte, le fiamme, la strage. In realtà sono arrivato solo alle fiamme, poi sono voluti andare tutti a letto, ero stanco anche io.

La sera dopo, primi problemi. Storia di Polifemo, tutto liscio fino a quando lui si addormenta ubriaco, ma quando arrivo al tronco rovente nell’occhio mi fermano e dicono alla bambina che il ciclope si è svegliato prima di farsi male, si è messo a ridere e ci ha mandati via tutto contento. Ma si cambiano così i fatti? “Si impressiona” ha detto lui. Telemaco non si impressionava. Però è maschio. Come ho ucciso i proci a uno a uno se lo sono fatti raccontare quando la piccola era a letto. La moglie continuava a dire “oddio, ti prego, ma dai”. Quando anche lei è andata a dormire lui mi ha chiesto com’è andata con Penelope dopo, ho detto: “Bene”, stupito, lui ha insistito ammiccando: “Proprio tutto bene? L’hai lasciata che era una ragazzina, l’hai ritrovata chissà quanti anni dopo…”. Allora me sono andato a letto anche io.

Poi hanno smesso di chiedermi storie. La terza sera hanno detto che toccava a loro parlarmi dei loro viaggi. Abbiamo guardato foto e filmini, soprattutto di campeggi in Italia, c’erano loro abbronzati in spiaggia a giocare con la sabbia, in acqua, sotto l’ombrellone, oppure sudati e lucidi per il flash in grandi tavolate all’aperto la sera, la bambina alla baby dance, i balli di gruppo, molti panorami marini tutti uguali, qualche escursione in qualche paesino. Dopo un’ora ho finto male un mal di testa e mi sono chiuso in stanza, steso sul divano letto. Del resto, è impossibile muoversi nella stanza quando è aperto il divano letto.

La mattina dopo ho capito che, meschini, si erano offesi. Mi hanno detto che la sera dovevano uscire e gli spiaceva, ma sarei rimasto solo. Quel giorno, mentre loro erano a lavoro e la bambina all’asilo, sono uscito per il quartiere con il mio travestimento da mendicante. Mi sono fermato a un incrocio e c’era un altro mendicante con un secchio d’acqua e uno spazzolone che mi ha  guardato male, ha lasciato il secchio e ha alzato lo spazzolone. Ho proseguito. La gente si scostava. Poi si è fermata una macchina della Polizia, sono scesi in due, mi hanno  chiesto i documenti, non ne avevo, mi hanno chiesto a brutto muso il nome, ho detto “Nessuno”, che in genere funziona. Uno mi ha sibilato a un centimetro dal viso: “Ora prima di rompo il culo, poi ti rimando in Albania”, l’altro gli ha messo una mano sulla spalla e l’ha tirato via dicendo: “Questo è uno zingaro, lascia stare, magari è pure italiano”. Se ne sono andati. Ero spaventato, sono tornato a casa e non sono uscito più.

Quella sera ho guardata la tv. C’era Ulisse il piacere della scoperta. Io non c’ero e la scoperta erano tutte storie sugli antichi romani. Niente di interessante. Sono andato a letto prima che rientrassero.

I miei ospiti il giorno dopo mi hanno chiesto quando me ne sarei andato. Sono cascato dalle nuvole: “Avevate detto una settimana, non posso cambiare la data, ho già presto il biglietto“. “Vabè” ha detto lui e io ho capito che non avrei più raccontato nulla in quella casa e nemmeno avrei potuto chiedergli, come speravo, di rimborsarmi il viaggio. Stronzo. Da quella volta non sono uscito quasi più dalla cameretta, ho cercato di incrociarli il meno possibile, senza nemmeno fingere di stare poco bene. Le mattine mi lasciavano la colazione e un panino, la sera la bambina bussava e mi portava la cena in camera. Solo a lei sono riuscito a raccontare qualche altra storia e anche la strage finale a Troia e l’occhio cavato al gigante. Le sono piaciute. Per lo più, però, ha voluto giocare a “facciamo che mi devi ricopiare?”, con me che dovevo fare e ripetere tutto quello che faceva e diceva lei, smorfie comprese. In un altro gioco lei era una bambina piccolissima e io la dovevo imboccare. Oppure il contrario.

Stanotte parto, senza salutare, mentre dormono. Avevo pensato di sventrarli nel sonno, vendere la bambina come schiava, bruciare la loro casa. Però mi sarebbe dispiaciuto per la piccola e non sarebbe stata una bella storia da raccontare. Sono vecchio, sono stanco, voglio tornare a Itaca, a casa mia. Penelope non voleva che partissi. Ed è lì che aspetta il multiforme Odisseo, l’astuto, il sapiente, il pari a un Dio.

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