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Fuga di cervelli che scrivono

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In dieci anni, in Italia, non ho mai ricevuto risposte agli innumerevoli invii, nemmeno negative; in America è bastato un mese per ricevere una proposta editoriale

Cara Italia, io ti amo; ma quanto mi fai incazzare!

Vivere nel nostro Paese, senza dubbio, ci regala molti vantaggi, come quello di crescere nel “bello”, annegati nell’arte del passato. Chiunque stia leggendo, però, può stare tranquillo perché non è mia intenzione sproloquiare sui difetti e sui pregi del nostro Bel Paese: non avrebbe nulla di originale. Mi pareva comunque doveroso esordire in questo modo e capirete il perché.

Con questo articolo desideravo narrare la mia esperienza che, a detta di molti, appare piuttosto singolare.

Nel 2005, nel pieno di uno dei miei più grossi lavori come filmmaker, cominciai il mio primo libro. Si trattava di un noir satanistico con tanta violenza, tanta voglia di sfogarmi e impressionare. Poca roba, mi verrebbe da dire ora; fatto sta che l’esperienza mi piacque tanto che da allora non smisi più di scrivere. In dieci anni ho sfornato otto libri, di cui uno pubblicato come ghost writer. L’esperienza come “fantasma” è poco interessante (per questo articolo, intendo, non in termini di esperienza) e poco utile per un ipotetico curriculum da scrittore.

Diverso è il discorso per uno degli altri sette.

Ebbene, tiriamo già le somme, scrivo da dieci anni senza sosta e non sono ancora riuscito a pubblicare… in Italia!

Qual è il problema? Poco talento? Può essere; mai sottrarsi alle critiche. Il genere che ho scelto? Altrettanto probabile, considerato che il fantasy, l’horror, lo splatter, lo steampunk o la letteratura di genere trovano poco spazio nel mercato italiano, dove regna il mainstream. E come causa mettiamoci pure una certa devianza delle storie che in alcuni casi fa uscire i miei libri dalla letteratura di riferimento dei rispettivi generi. I motivi possono essere molti e di certo non voglio pormi come accusatore di un sistema. Forse però la mia esperienza può essere di qualche stimolo per convincere persone come me ad investire su loro stessi.

L’idea di affacciarmi oltre la frontiera è sempre stata forte: prima come filmmaker (quando ho curiosato per un po’ di tempo in quel di Los Angeles con poca fortuna) e poi come aspirante scrittore. Ad essere sinceri avevo sempre considerato, erroneamente, l’idea di far tradurre uno dei miei libri in inglese come un’eventualità da canna del gas. Per carità, in molti mi consigliavano questo passo e non ultimi i nostri magistri Enrico e Paolo (all’epoca frequentavo il loro laboratorio). Non sapendo più dove sbattere la testa, decisi di seguire i consigli e lanciarmi in questa avventura.

In principio non avevo idea a chi rivolgermi. Ne parlai con alcuni amici ma con scarso successo anche perché io ricco non sono e i prezzi non erano dei più economici. Tradurre un libro, tra le altre cose, è difficile e necessita di una certa sensibilità per cogliere sfumature e… quelli che non saprei come altro definire se non come “intenti visivi”  dell’autore. Insomma, un semplice madrelingua non bastava. Un semplice traduttore o perfetto conoscitore della lingua non bastava.

Accadde un giorno, però, che organizzai un weekend in montagna col mio panettiere. Avevo voglia di annegarmi nelle rapide di un torrente facendo hydrospeed. Quindi partimmo e durante il viaggio in treno gli raccontai della mia ricerca, così, tanto per passare il tempo. Tornato a Milano, un paio di giorni dopo, tra un pezzo di focaccia e una brioche, mi ritrovai in mano un biglietto da visita. Apparteneva ad una signora titolare di un’agenzia di traduzioni, roba tecnica o industriale come brochure, manuali e cose del genere. La chiamai e lei mi mise in contatto con una ragazza inglese, Sarah, che collaborava con la sua agenzia e che desiderava cimentarsi con della narrativa vera e propria. Cosa più importante, però, Sarah amava la narrativa di genere. Mi sembrava perfetta! Ci accordammo sul prezzo e per fortuna mi venne incontro. Da quel momento partimmo con gli invii dei capitoli e con gli incontri su skype. Ci mettemmo un bel po’, dato che lei doveva incastrare i suoi lavori e che io, disilluso da tanti tentativi falliti,  in fondo, non ci credevo ancora tanto. Impiegammo otto mesi e ci soffermammo su molti brani. Dovetti fidarmi delle sue intuizioni perché, sebbene l’inglese lo conosca discretamente, non avevo idea se quella particolare parola o quell’espressione che mi sottoponeva riuscissero a rendere allo stesso modo l’animo cupo della storia oppure la visione nichilista del mondo del protagonista. Ah già, forse c’è bisogno di una parentesi. Stiamo parlando di una storia fantasy-horror in cui il guerriero protagonista, uscito di testa da varie esperienze passate, è chiamato a salvare una ragazzina speciale finita nelle viscere delle Terre Morenti, popolate da mostri tipo zombies e altre creature sanguinarie. Per rendere l’idea in termini cinematografici, un incontro tra Valhalla Raising di Refn e The Walking Dead. Il titolo, ora, mi fa sorridere: “Il camminatore della frontiera”.

Un eroe che trova la sua avventura al di là del confine!

Altro aspetto curioso della mia esperienza è stata la scelta di questo libro. Non il migliore, non il più originale, ma quello più corto e che mi sarebbe costato meno.

Finita la traduzione mi ritrovai un po’ sperduto. Non sapevo a chi mandarlo, dato che il mio mercato si era spaventosamente ampliato. Inghilterra? America? Australia? Alla fine mi feci coraggio e navigai un po’ su internet; selezionai non le case editrici più grandi ma quelle specializzate sul genere della mia storia. Le mail partirono soprattutto verso gli States nella speranza non facessero la fine del Titanic.

In dieci anni, in Italia, non ho mai ricevuto risposte agli innumerevoli invii, nemmeno negative; in America è bastato un mese per ricevere una proposta editoriale. A rispondermi è stata una piccola casa editrice il cui nome mi si addice proprio: Damnation Books. Di tutte le case editrici contattate è stata l’unica a dimostrarsi interessata. Perlomeno le altre hanno tutte risposto e una addirittura si è scusata del molto tempo impiegato per la valutazione: quattro mesi!

Io sono dell’idea che sia meglio un no secco piuttosto che l’oblio.

Ad oggi il libro non è ancora uscito e i tempi sono lunghi per l’editing e la copertina ma il contratto è firmato.

Sono arrabbiato e contento allo stesso tempo e nessuno mi toglie dalla testa il detto: nessuno è profeta in patria.

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