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Un mondo perfetto

di

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La domenica mattina l’odore di caffè arriva come fumo dalla lampada di un genio. Quando è Elena a prepararlo. I vapori si materializzano nella camera da letto e si appiccicano alle cose. Allora respiro come se qualcuno avesse spalancato la finestra, come se il giorno, insieme all’aria nuova, portasse una promessa di buono.

La domenica mattina l’odore di caffè arriva come fumo dalla lampada di un genio. Quando è Elena a prepararlo. I vapori si materializzano nella camera da letto e si appiccicano alle cose. Allora respiro come se qualcuno avesse spalancato la finestra, come se il giorno, insieme all’aria nuova, portasse una promessa di buono.
Mi alzo e li trovo lì, madre e figlio che se la ridono. Lei gli dà dei pizzicotti per gioco, lui ha nella bocca un dolce alla crema che gli fa esplodere le guance.
«Sciao a-à».
«Ciao anche a te. Comunque deglutisci prima di parlare. Te lo dico ogni volta, benedetto Dio. Che bisogno hai di infilarti il cibo in bocca tutto in una volta?»
«Smettila» fa Elena sulla difensiva. «È un bambino. I bambini fanno così». Lo pizzica ancora sui fianchi. Lui urla e sbrodola sulla maglietta. Poi corre in giardino afferrando Teo per la coda. La testa ciondola come se il collo non la reggesse.
«Ha sette anni» sussurro continuando a fissare lui e il cane attraverso la finestra. Poi allontano il vassoio dei dolciumi per fare spazio.
«Lo porterai oggi, vero?»
«Dove?» faccio con la voglia di tornare dentro al letto.
«La partita. Gliel’hai promesso la settimana scorsa».
«Pensi che se ne ricordi?»
«I bambini non dimenticano niente».
«E lui ha tanta memoria là dentro».
Elena mi guarda e i suoi pensieri mi precipitano addosso come qualcosa di consistente. Riesco a toccarli.
«Non sono uno stronzo» dico. «Non lo sono».

Quando ci dissero che Mattia sarebbe nato con la testa grossa Elena era ormai vicina al parto.
«Grossa quanto?»
«Alcuni nascono così, signora» fece il ginecologo osservando minuziosamente le nostre teste e poi quella di nostro figlio nell’ecografia. «Però, quando la macrocefalia non è ereditaria di solito si normalizza».
Ci siamo stretti le mani, mia moglie e io. «Tranquilla» le sussurrai sforzandomi di sorridere, «andrà tutto bene».
Sono trascorsi sette anni da allora, ma non è andato tutto esattamente per il meglio: la testa di Mattia è cresciuta ancora, a dispetto del corpo. A dispetto anche dei miei sforzi. Lo spingevo a manovrare giochi che richiedevano forza e cercavo cibi che gli rimpolpassero i muscoli. Avevo letto da qualche parte che per far sembrare una testa più piccola basta rendere più grande il resto.
Ma il corpo di mio figlio è sempre rimasto secco come un leccio.
Le notti che sostava nel nostro letto con la sua testa ingombrante, non riuscivo a toccarlo. Sua madre lo baciava, lo abbracciava, se lo teneva stretto. E solo dopo che si era addormentato lo sollevava tra le braccia per riportarlo nella cameretta. La fronte di Mattia gli piombava sulla spalla facendo rumore. Allora fingevo di non vedere, voltandomi dall’altra parte col cuore che diventava piccolo nel petto.

«Non lo tocchi mai».
«Ho paura di fargli male».
«È per la sua testa. È così?»
«Ho paura di fargli male ti ho detto».
«È una bugia, Rico. È la sua testa a fare male a te. Vuoi tagliargliela?»

Vorrei che non ci fosse, questa è la verità. Non l’ho mai detto ad alta voce, me ne guarderei bene. Però vorrei tornare ai tempi in cui Elena e io eravamo soli e ci tenevamo stretti, quando i problemi erano solo dossi da saltare insieme. Adesso, con Mattia, ogni piccola cosa è una montagna che scaliamo in solitaria.

«Ti rendi conto di quello che hai combinato?» mi ha detto una sera mentre Mattia allontanava la sedia dopo aver divorato un’enorme quantità di patatine fritte.
«Cosa ho combinato, Elena? Illuminami».
Mi ha fatto segno di tacere. «Parleremo quando lui si sarà addormentato».
Ho dato un buffetto alla spalla di mio figlio augurandogli la buonanotte. L’ho seguito con lo sguardo fino al corridoio, mano nella mano con sua madre, poi ho ripulito il tavolo impilando i piatti nel lavandino. Ho aspettato che Elena tornasse.
«Adesso possiamo parlare» ha fatto lei sedendosi davanti a me.
Ho taciuto.
«Ha telefonato il direttore della scuola: ha detto che al colloquio dei genitori hai picchiato l’insegnante. È vero?»
Istintivamente ho riso. Mi sono ricordato le parole del tizio.
«Ha detto che nostro figlio è un testone. Testone, capisci? Cioè uno con la testa grossa. Meritava quel pugno».
«E tu sei un idiota, Rico. La tua coda di paglia prenderebbe fuoco col calore del termosifone. Il poveretto intendeva ‘testardo’. Ma tu pensi che il difetto di Mattia sia motivo di ironia perché è insopportabile a te».

Quella notte le gocce di Valium sono scivolate nella gola come acqua. Ci sono volute ore perché mi addormentassi. Ho sognato, però: Mattia che giocava con la pista per automobiline da corsa regalatagli per il compleanno. Una ha deragliato. Scivolando dalla sua traiettoria è rimbalzata contro il muro ed è rimasta lì, con le ruote all’aria, a dondolare come una tartaruga sul carapace. Mattia ha piegato il busto e allungato la mano, ma prima di afferrarla la testa è andata giù, battendo sul pavimento con un tonfo. A quel punto ha gridato e io sono corso ad aiutarlo. Ma quando l’ho tirato su non era più mio figlio: ero io.

Sentirmi giudicato non è la cosa che mi piace di più. Sentirmi in colpa, ancora meno. Così una sera ne ho parlato con Filippo, l’unico vero amico che ho, mentre le nostre mogli erano indaffarate in cucina e la carbonella tirava a meraviglia nel barbecue in giardino. Mattia giocava sul prato con Teo.
«Anche tu pensi che sia un padre da due soldi?»
«Perché dovrei pensare una cosa del genere?»
«Non faccio le cose giuste con Mattia».
«Andiamo, Rico, stai esagerando».
Ho sistemato la carne sulla griglia. «L’ho accompagnato dall’oculista, qualche giorno fa».
«Sì, ho visto che Mattia porta occhiali colorati».
«E hai visto anche in che modo si tengono su?»
«No, dovrei…»
«Con un elastico, Filippo. Li tiene su con un elastico perché le normali stecche non raggiungono le orecchie. Guardalo. Cazzo, dico io, è come se la sua faccia fosse concentrata in un triangolo piccolo piccolo e tutto quello che c’è intorno è in più».
«Calmati, adesso».
«Hai idea di come lo guardano i suoi compagni, a scuola? Lo prendono in giro mentre lui non si accorge di nulla. Li ho visti, sai?»
«I bambini non hanno peli sulla lingua. Possono mostrarsi cattivi senza esserlo veramente».
«E nei negozi, nei bar, nei cinema? Per strada? Stessa cosa, dovunque andiamo. La sua vita non sarà mai normale, dovrà sempre difendersi e io… io… non so se lui sarà in grado di farlo».
Ho sentito qualcosa chiudermi lo stomaco e di nuovo il cuore farsi piccolo. Ho infilzato il forchettone nella bistecca e l’ho lasciato lì, mentre le mani di Filippo mi afferravano le spalle.

Sono almeno tre settimane, giorno più giorno meno, che Elena mi chiede di andare al lago. Da quando il medico ci ha detto che Mattia dovrà portare un tubicino infilato nella testa, affinché il liquido che si forma là venga eliminato da qualche parte e non prema sul suo cervello.
«Domenica, lunedì, martedì… un giorno qualunque, Rico, ma trovane uno. Mattia ne sarebbe felice».
«Come fai a saperlo?»
«Non fa che ripetermelo».
«Perché non l’ha detto anche a me?»

Approfitto di qualche ora di assenza di mia moglie e mio figlio per chiudermi in garage. Frugando negli scatoloni trovo il casco della moto. Lo tengo per un po’ tra le mani, prima di spingerlo sulla testa allacciandolo stretto. A quel punto inizio a muovermi. Teo abbaia un paio di volte, poi prende a seguirmi in silenzio. Entro in casa abbandonando la camicia nel cesto dei panni sporchi. Nell’armadio, la fila ordinata di magliette a cui devo rinunciare: la mia testa non mi permetterebbe di indossarne neanche una. Batto la nuca un paio di volte sotto i pensili della cucina e contro lo stipite della porta, prima di rifugiarmi in camera di Mattia. Lascio scivolare sotto al letto una delle sue automobiline. Mi piego per recuperarla. Con il casco è impossibile raggiungerla e sento le vene gonfiarsi per la pressione. Teo si sdraia accanto a me e il suo naso umido mi sfiora il braccio. Comincio a piangere. Un pianto che inizia silenzioso e finisce a singhiozzi. Piango e picchio la testa sul pavimento. Non so per quanto tempo continuo così. Forse finché il rumore ottuso della mia fronte diventa quello di un’altra fronte. Un’altra testa.

Ho appena caricato le canne da pesca sul fuoristrada e impostato il navigatore.
«Si parte. Il Trasimeno ci aspetta» ho detto spalancando la porta della cucina. «Aspetterò che voi due finiate la colazione».
Mia moglie mi fissa interdetta. «Così, all’improvviso…»
«È sabato. La giornata è splendida e pensavo voleste andare a caccia di lucci e carpe. Ho capito male?»
Elena guarda Mattia: ride con la bocca e con gli occhi, mentre finge di lanciare la lenza nella tazza del latte e arrotola un immaginario mulinello tra le dita.
«E va bene» fa lei accarezzando la guancia di suo figlio, «datemi solo il tempo di preparare qualche panino».

Il lago è uno specchio verdazzurro. Mattia sembra fuori di sé, non fa che parlare e indica un paio di garzette e un germano reale che ha riconosciuto dalle immagini sul computer. Preparo la barca, mentre Elena stende un plaid quadrettato in un punto a riva non coperto da canneti. Un punto da cui vede tutto: me che governo Mattia, Mattia che governa la canna piegata nell’acqua in cerca di trofei.

«Guarda, papà, guarda. Una cosa che luccica».
«Hai ragione. Dev’essere una bella carpa. Rimettiti seduto, però».
«La prendiamo, papà? È vero che la prendiamo?»
«Ci proviamo, Mattia. L’importante è che resti seduto. Lo sai che per pescare serve pazienza». Lo obbligo a mettersi giù e sollevo la mano verso Elena, per dirle che va tutto bene. Lancio la lenza in acqua, ma di pescare non ho voglia. Penso a quello che ho appena detto, all’importanza della pazienza, a quanta io non ne abbia mai avuta.
Penso alle stelle, Mattia, a quelle di cui mi chiedi nelle notti senza luna sdraiato nel letto e rivolto alla finestra. A pianeti giganti e buchi neri. Al perché Teo scava buche nel giardino nascondendo ossa che nessuno ruberebbe mai. A cosa ti ho raccontato nel lunapark quando sei corso agli specchi “fatati” per vederti uguale agli altri bambini.
Ricordo la tua faccia impiastrata di zucchero filato, mentre ti parlavo di come tutto esista per un preciso motivo, di come tutto sia costruito in modo perfetto, anche se non lo capiamo. Ricordo di averti mentito.
Chi sei, Mattia? Cosa ci fai nella mia vita?
Guardo la tua testa: il cranio di un vecchio, con le vene bluastre che corrono sotto la pelle tesa e i capelli radi. Lanugine che il vento può spazzare via in ogni momento.

«Papàààà».
L’urlo risuona come un battaglio dentro una campana. Mi scuote all’improvviso. Vedo Mattia sporto dalla chiglia, in bilico dietro la canna che disegna un arco. La lenza spinge verso il fondo con colpi ritmici e vigorosi, eppure le sue braccia tese non vogliono saperne di mollare la presa. Così mi muovo verso di lui con tanta irruenza da far ondeggiare la barca, ma non riesco ad afferrarlo e cade giù.
Mattia, Mattia! Grido, ma nessun suono esce dalla bocca spalancata.
Mi getto in acqua e vedo il suo corpo: magro, distorto, simile a una larva acquatica che torna al suo elemento. Le braccia, ali bagnate che non spiccheranno nessun volo. Poi finalmente lo afferro e spingo entrambi verso l’alto.
«Sei fuori, Mattia, non aver paura» dico appena riprendo fiato.
È spaventato. Sento il suo cuore che batte all’impazzata dentro il mio orecchio. Allora lo abbraccio più forte. E rido. Così, senza sapere bene perché, finché tutto rallenta e torna placido come le acque del lago. Ridiamo insieme, mio figlio e io.
Intravedo Elena, in piedi e con le braccia strette al petto. Sembrano ore, i secondi in cui patisco il suo respiro.
«Salutiamo la mamma» dico a Mattia sollevando la mano.
Lui mi imita e ride ancora, poi le dita mi toccano la faccia, esplorano il naso, la bocca, la fronte. I palmi premono un po’ sugli zigomi. Finché la testa gli torna pesante e si appoggia sulla mia.
«Non sei arrabbiato, papà?»
«Perché dovrei?»
«La carpa. L’ho fatta scappare».
Chiudo gli occhi. Lascio che l’acqua ci culli ancora un po’.
«Ce ne sono molte altre, Mattia» faccio indicando la superficie che scintilla. «Tutte per noi».

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