Condividi su facebook
Condividi su twitter

Be Filmaker in Gaza, quasi Egitto

di

Data

Un Filmaker che adesso si trova a Gaza e che ogni giorno racconta La Striscia vista da un giovane professionista che di mestiere usa gli occhi per inventare immagini.

Il reportage completo del Filmaker Valerio Nicolosi a Gaza lo trovate sul sito dell’Associazione Nazionale Filmaker e Videomaker Italiani. Eccovi intanto un assaggio di quello che Valerio sta vedendo giorno dopo giorno nella Striscia.

La sveglia è improbabile. Sergio, che dorme accanto a me perché nella divisione delle stanze io e lui dormiamo in una camera e Cristina nell’altra, mi dice:”c’è un corteo qua sotto, andiamo a vedere”. Ci affacciamo di corsa e vediamo uno gruppo di militari con la classica divisa nera della polizia di Hamas che corre per la strada e fa addestramento cantando qualcosa che ricorda i classici cori militari. Si fermano precisamente davanti al nostro palazzo e mentre continuano a cantare fanno esercizi fisici. Dopo qualche minuto, giusto il tempo di scattare una fotografia, ripartono e spariscono nella confusione del traffico di Gaza.

Sono solo le 7.40 quindi ci rimettiamo a letto per riposare un po’, ancora sentiamo la stanchezza accumulata durante il festival. La nuova sveglia, un’ora dopo, viene accompagnata dalla prima colazione nella nuova casa e finalmente oltre al tè abbiamo anche dei biscotti e della frutta che non mangiamo da quando siamo partiti e che insieme ad altre piccole cose un po’ ci manca. Nell’hotel la cucina tipica era buona ma la colazione era principalmente salata con salse e verdure tipiche palestinesi e non è che mi attirasse particolarmente.

Scappiamo all’ufficio visti del ministero dell’interno insieme a Sami, palestinese che ha vissuto per molto tempo in Italia e che ci ha aiutato tantissimo nei giorni scorsi. Oggi sarà lui il nostro cicerone. Il rinnovo è “solo” per un mese ma assicurano che non ci saranno problemi per tornare nei prossimi mesi nella striscia, bene!

Dopo la pratica noleggiamo una macchina e puntiamo a sud, nelle zone che hanno subito di più la guerra. È il primo giro che facciamo in queste zone e l’impatto è forte. Arriviamo in un villaggio bombardato dall’esercito israeliano, ci fermiamo e una famiglia a cui è rimasto solo un piccolo forno per fare il pane che prontamente ce lo offre. Nella povertà ho sempre incontrato tanta dignità, oggi più che mai. Ho mangiato il pane che mi ha offerto questa famiglia e insieme a loro ho bevuto il tè appoggiato sulle macerie della loro casa. Abbiamo parlato, mi hanno raccontato che sono stati i caccia e i droni israeliani a bombardare tutto il villaggio, li hanno avvertiti:”abbandonate le case che bombarderemo tutto” e cosi è stato. Uno dei missili lanciati dagli aerei non è esploso e l’hanno rimosso gli artificieri, 6 metri di lunghezza, 3 tonnelate di peso, fa male solo a pensarci. Il villaggio è stato completamente raso al suolo e ora vivono in piccoli container in lamiera e plastica forniti da un’associazione inglese, caldi d’estate e freddi d’inverno, ma per il momento c’è questo. Scatto qualche foto e saluto ringraziando in Arabo.

Ci rimettiamo in marcia, la strada da percorrere non è tanta ma le strade sono spesso disastrate. Sami ci spiega che quando troviamo tratti non asfaltati è perché la è caduta una bomba e ha distrutto tutto. Più ci inoltriamo verso sud e più il paesaggio cambia, non ci sono più i piccoli agglomerati urbani tipici dei paesi arabi ma campi coltivati e belle case sparse qua e là. A differenza di quanto potessi immaginare il sud della striscia somiglia più all’Emilia che al deserto. La terra è fertile la vegetazione rigogliosa, se non fosse per le 3 guerra subite dal 2008 a oggi sarebbe anche piena di ulivi. Anche la tipologia di bombardamenti sembra cambiare, le case completamente distrutte sono poche mentre nella maggior parte delle case sono visibili dei buchi enormi sulle pareti, il resto è tutto intatto. Arriviamo a casa di Farred, un amico di Sami che prima della guerra faceva il tassista e aveva una casa molto bella, mentre ora vive in un container e non ha più la macchina. Tutta la sua famiglia, composta da 6 persone, non ha alcuna prospettiva per il futuro.

Ci invitano ad entrare e a bere un tè con loro. Mentre ci raccontano cosa è successo e noi raccontiamo dell’Italia, sopra di noi, non troppo alti, volano in continuazione gli F-16 israeliani. La loro presenza è inquietante e non appena sentiamo la prima esplosione penso:”Cazzo, bombardano!” invece vengo subito tranquillizzato da Fareed. Sono le esplosioni che servono a demolire le case oltre il confine egiziano dove stanno costruendo una zona cuscinetto di un chilometro. Caccia israeliani e demolizioni egiziane, siamo proprio in un triangolo in cui a poche centinaia di metri c’è il confine con i primi e a pochi chilometri c’è il valico di Rafah, la frontiera con l’Egitto. Riprendiamo la chiacchierata con un infuso di camomilla coltivata a pochi metri dalla “casa” di Fareed e io chiedo cose in merito all’agricoltura perché scoprire una terra cosi rigogliosa a pochi chilometri dal Sinai è stata davvero una bella rivelazione.

Scopro che Rafah, oltre ad essere la città del valico che ha dato sfogo alla striscia fino a pochi mesi fa, è la città dei fiori. Fino al 2006 esportavano circa 80 milioni di fiori ogni anno, poi con la vittoria di Hamas e la costruzione del muro la loro economia è crollata fino ad utilizzare i fiori come mangime per gli animali. La storia ci appassiona e chiediamo a Sami di portarci a vedere i fiori. Nel nostro immaginario Gaza è un posto disumano, conosciamo solo la guerra, la resistenza e i morti, invece mi piacerebbe raccontare la vita e la resistenza dei Gazawi anche attraverso i fiori e i loro colori. Quindi dopo i saluti di rito e uno “strappo” in macchina all’Imam della moschea di zona che è stata completamente distrutta, ci rimettiamo in cammino alla volta di Rafah, il confine. Effettivamente le serre sono tantissime e uno dei proprietari ci racconta proprio la sua storia confermando quello che avevamo sentito in precedenza. Ormai la produzione si è ridotta ed è per il solo uso intero alla striscia.

L’ultima tappa è al valico, è quasi il tramonto e vogliamo “vedere” l’Egitto, seppur da dentro il carcere a cielo aperto in cui ci troviamo. La luce è bella e il sole piano piano se ne va proprio dietro al Sinai mentre arriviamo alla frontiera. Una guardia di Hamas con un Kalashnikov in mano ci dice:”volete fotografare? se sì vi porto dal mio superiore che vi dà l’autorizzazione ad entrare in zona franca cosi potete percorrere tutto il confine”, ringraziamo declinando l’invito per la scarsa luce ma approfittiamo per conoscere il suddetto capo, in futuro potrebbe essere una bella idea quella di fare un “giretto” lungo il confine.
Mentre andiamo la luce va via del tutto, ci allontaniamo mentre vedo sventolare la bandiera Egiziana subito dietro il muro di cinta che chiude, anche qua, i Gazawi dentro la loro terra.

Altri racconti
in archivio

Sfoglia
MagO'