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Racconto breve autobiografico

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Mario faceva fatica a concentrarsi, vista la situazione. Nonostante questo pensò che la lunghezza della sua vita, fino a quel punto non avrebbe mai giustificato, qualora avesse avuto l’opportunità di scriverlo, un romanzo autobiografico.

Mario faceva fatica a concentrarsi, vista la situazione. Nonostante questo pensò che la lunghezza della sua vita, fino a quel punto non avrebbe mai giustificato, qualora avesse avuto l’opportunità di scriverlo, un romanzo autobiografico. Piuttosto un racconto. Un racconto breve.
Alla scuola di scrittura che frequentava, a Mario, avevano detto che il racconto, per questioni di spazio, deve rappresentare il momento più importante nella vita del protagonista. Nel caso di un racconto, un racconto breve, un racconto breve autobiografico, in quanto protagonista, Mario, non avrebbe avuto difficoltà a identificare il momento in questione: quello in cui aveva perso la verginità ed aveva scoperto alcuni lati di se stesso che assolutamente non conosceva, cioè quello stesso giorno.
Nonostante le condizioni decisamente non ottimali, Mario decise che, se avesse potuto, avrebbe utilizzato la terza persona per quel racconto, quindi ipotizzò un punto di partenza della storia e iniziò a vagheggiarne lo sviluppo. Il che gli costò un discreto sforzo e un incredibile dispendio di energia, ma tanto che altro avrebbe potuto fare in quel frangente?
Si rivide in bicicletta, sulla pista ciclabile, mentre cercava di sublimare tra le pedalate quell’esplosione primaverile della natura intorno a lui fatta di odori, fioriture e una straripante carica sessuale che la sua verginità gli costringeva a tenere repressa. Pensava al sesso almeno tanto quanto pensava alla scrittura, anzi le due cose spesso si fondevano, ma la sua scarsa esperienza sia in un campo che in un altro, insieme al suo aspetto dimesso e alla sua timidezza erano causa di approcci con l’altro sesso parecchio maldestri e di una prosa talmente pornografica che si vergognava persino di farla leggere al correttore ortografico del suo computer. Per questo si era iscritto a un corso pomeridiano di narrativa e ora pedalava vivacemente sulla pista ciclabile nel tratto che da Saxa Rubra l’avrebbe condotto in Via di Tor di Quinto, dove una veterana della strada, calze a rete, parrucca platinata e denti posticci, in un camper tutto scassato, avrebbe contribuito, in cambio di un mese di paghetta, a generare in lui quel senso di vuoto necessario a ogni creazione artistica che si rispetti.
Poco prima di arrivare, Mario realizzò, vuoi l’ampia bevuta alla fontanella, vuoi l’emozione per l’importante momento, di avere la vescica piena. Accostò vicino a una serie di cespugli rigogliosi, poggiò la bici, si nascose un po’ nella selva, tirò fuori il dovuto e lo afferrò saldamente per la minzione.
Mentre il fiotto dorato innaffiava le gramigne, Mario rifletteva. E se fosse troppo piccolo? E se concludessi troppo presto? E se la vegliarda scoppiasse a ridere? E se il trauma poi mi bloccasse la vena creativa?
Assorto in tali pensieri, Mario, non si avvide del forte ronzio, fino a quando la fonte emittente non si posò delicatamente sulla sua verga.
A quel punto Mario avrebbe dovuto agitare il suo arnese al fine di disperdere quelle goccioline residue che ne imperlavano di luce solare riflessa la punta, ma riconobbe, in quell’essere appena atterrato in cima al suo migliore amico, ciò che la prof di scienze aveva definito “Linneus” , ovvero il più grosso vespide europeo, ovvero la vespa crabro, o, come dicono quegli zotici dei suoi compagni di classe, il terribile Ammazzasomari. Doveva trattarsi, a giudicare dalle dimensioni di almeno cinque centimetri di quel corpo glabro affusolato e bruno a strisce gialle, di un individuo di sesso femminile.
Questo, se da una parte rassicurava Mario sulle dimensioni del suo strumento, visto che la creatura ronzante ne ingombrava un porzione limitata, quella terminale, da una parte lo metteva in apprensione in relazione al pungiglione di cui il gentil sesso della specie in questione è dotata.
Fu allora che scoprì la prima cosa che ignorava di se stesso. L’incredibile sensibilità della punta del suo organo. A causa dell’astinenza? Non era possibile, se fosse stato quello il motivo se ne sarebbe accorto prima. Una mutazione genetica? Mario non lo sapeva, ma percepiva il contatto di ogni singola zampa, antenna o ala della creatura.
Il muso, poi! L’ imenottera glielo stava sfregando in maniera insistente contro il baccello rosa con cui terminava il suo ramo!
Mario si rese conto che i movimenti infinitesimi di ogni parte del corpo della femmina di vespide interagivano con le sue terminazioni nervose cutanee, e che quello zampettare, frullare di ali, frugare con il muso, stavano generando un flusso di sangue che lui non era in grado di controllare.
Sotto le sollecitazioni della vespa il cazzo di Mario si stava ingrossando.
Mario era terrorizzato dalla situazione e allo stesso tempo estasiato dagli impulsi di piacere che dal suo membro si diffondevano in tutto il corpo. Fu con gli occhi socchiusi che percepì come la sua ospite non gradisse quel terremoto che l’espansione della superficie d’appoggio stava provocando sotto le sue zampe. La sentì barcollare, spaventarsi e reagire al pericolo nell’unico modo possibile per una femmina della sua specie: tirò fuori il pungiglione e lo conficcò con tutta la forza nella cappella di Mario e poi ronzò via.
La seconda cosa che scoprì Mario di se quel giorno fu la sua allergia al veleno degli imenotteri.
La terza cosa fu, inevitabilmente, la sintomatologia tipica dello shock anafilattico.
Poté appurare quell’insopportabile bruciore che accompagna l’angioedema, il rapido e urticante ingrossarsi della parte offesa.
Poi assaporò appieno il senso di soffocamento e l’impossibilità a proferire parola causata dal gonfiore della gola o edema della laringe.
Un forte calo di pressione e il cuore impazzito gli fecero tremare le gambe fino al cedimento.
Mario si ritrovò agonizzante a terra.
Poi conobbe Luisa.
Che Luisa si chiamasse Luisa, Mario lo scoprì dalla diretta interessata. Si era introdotta nel cespuglio, in seguito alla percezione di quell’innaturale tramestio e aveva detto:
– Ciao, io sono Luisa.
Mario avrebbe voluto dire:
– Io sono Mario, sto morendo, potresti chiamare un’ambulanza?
Ma le difficoltà respiratorie dovute al fatto che la sua gola era talmente gonfia da far passare solo un refolo d’aria appena percettibile al suo interno e non la scortesia, impedirono a Mario di presentarsi. Emise solo un sordo rantolo.
Che Luisa fosse brutta, di una bruttezza indicibile e indescrivibile, Mario lo vide con suoi stessi occhi. In effetti, nonostante al corso di scrittura avesse seguito con profitto una lezione specifica sulla descrizione fisica dei personaggi, con Luisa, non avrebbe saputo da dove cominciare: il viso butterato? la schiena ingobbita? L’asimmetria delle gambe che si indovinava sotto un vestito a fiori tutto sgualcito?
Nonostante ciò, Mario, appena vide Luisa, tornò a sperare.
Anche Luisa, quando vide Mario, tornò a sperare.
Infatti un’altra cosa che disse, a parte
– Ciao, io sono Luisa
dopo aver squadrato e studiato per pochi secondi Mario che si contorceva tra gli spasmi con i pantaloni calati e con le mani che abbracciavano quell’enorme cotechino la cui superficie era devastata da eruzioni papulari ancora in divenire, fu:
– E quando mi ricapita!
Così detto si infilò le mani sotto al vestito, si tolse le mutandine con un gesto rapido, si mise a cavallo del corpo di Mario, liberò il suo grosso banano dalla stretta delle mani, ci sputo sopra e ci si adagiò facendolo sparire piano piano dentro di lei.
La speranza di Mario, non fu l’ultima a morire. Gli sopravvisse l’amore per le storie. Fu per questo che Mario decise, tra le scosse che il suo corpo riceveva dal dimenarsi forsennato di Luisa, nonostante le difficoltà oggettive di chi sta per cedere all’asfissia e pur sapendo che nessuno l’avrebbe ne scritta ne letta, di crearne una.
Si dice che, nel momento che precede la dipartita, scorrano davanti al morente le immagini di tutta la sua vita. Mario vide scorrere una ad una le righe del suo racconto.
Racconto breve. Racconto breve autobiografico.
Arrivato a questo punto, in totale apnea e a un passo dalla perdita di conoscenza, Mario realizzò che gli mancava il finale. Fissò il volto trasfigurato dal godimento di Luisa. Non ce l’aveva con lei, la capiva. Su quella pista ciclabile, in fondo, entrambi avevano trovato quel che cercavano. Il mugolio di Luisa gli fu d’ispirazione per il finale. Non sapeva se alla scuola di narrativa avrebbero approvato.
Poi Luisa venne e Mario se ne andò.

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