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La carità della vecchia

di

Data

Concetta aiutava la Signora Pergola a impastare i biscotti, come ogni domenica pomeriggio, a mano. Era l’unica mansione per la quale le veniva richiesto di indossare il grembiule. Il resto della settimana accudiva l’anziana signora in jeans e maglietta, ma col cuore.

Concetta aiutava la Signora Pergola a impastare i biscotti, come ogni domenica pomeriggio, a mano. Era l’unica mansione per la quale le veniva richiesto di indossare il grembiule. Il resto della settimana accudiva l’anziana signora in jeans e maglietta, ma col cuore. Lei le ricordava sua nonna, anche se la ricetta dei biscotti era diversa e il suo lavoro era pagato in contanti invece che in coccole.
“Mi scusi Signora Carla, devo proprio rispondere”, disse con un sorriso sottile quando sentì vibrarsi il telefono addosso. La Signora Pergola stava pesando la granella di nocciole, piegata sul piccolo schermo della bilancia, e non si accorse neanche di Concetta.
La ragazza si allontanò di un paio di passi sul parquet della cucina e rispose al
telefono lasciando una striscia di burro e farina sullo schermo.
“Siete sole in casa?”, chiese in fretta il suo fidanzato, Salvatore.
“Tesoro, te l’ho detto, non sono sicura di questa cosa”, disse Concetta pulendosi la mano libera sul grembiule. “Ti prego, deve esserci un altro modo”.
“Arrivo. Vieni tu ad aprire”. Salvatore aveva riattaccato.
La Signora Pergola si era accorta che Concetta non c’era vicino alla lastra di marmo da impasto e ora l’aveva trovata con lo sguardo appena due metri dietro di lei. Si guardarono negli occhi, ma solo l’anziana sorrideva.
“Scugnizza mia, brutte notizie?”, le chiese un po’ apprensiva.
“No, Signora Carla. Nessun problema. Va tutto bene. Torno subito a lavoro”.
“Sei sicura che non vuoi riposarti, tesoro? Posso finirli io i biscotti. Sei così
pallidina… vai a casa prima oggi, dai”.
“No, davvero Signora Carla. Sto bene”, confermò Concetta sforzandosi di
sorridere. Sotto gli occhi liquidi e bonari della Signora Pergola immerse di
nuovo le mani nella ciotola di legno in cui aveva amalgamato burro, farina, uova
e zucchero. Vi nascose il tremore che non riusciva a fermare. Aveva imparato a
farlo da piccola, quando rubava gli spicci per il bingo di sua nonna, impastava i
biscotti e faceva la disinvolta.
“Non sarà per quella questione del mutuo… non avete ancora risolto?”, disse la
Signora Pergola in tono docile. “Lo sai che io ci sono se serve, scugnizza mia.
Insomma… un aiuto, a te e al tuo moroso… ma quand’è che me lo fai
conoscere?”
Suonò il campanello.
“Uh! Chissà chi sarà?”, disse la Signora Pergola in tono allegro. Concetta ebbe un sussulto come se l’avesse sorpresa un colpo di pistola. Voltandosi di scatto verso la porta della cucina si trascinò dietro ciotola e farina e tutto finì in terra, col frastuono vuoto del legno.
“Oddio tesoro mio!”, esclamò ancora l’anziana portandosi le dita pallide alla
bocca. Concetta era bloccata con lo sguardo verso la porta, le mani impastate
ancora a mezz’aria.
“Vado io ad aprire cara. Te cerca di mettere a posto un po’ ché io non mi posso
piegare. Stai tranquilla che l’impasto si rifà!”. Si incamminò con la calma dell’età
verso l’ingresso, strisciando una pattina dopo l’altra.
L’anziana padrona di casa copriva il corridoio lentamente, ma Concetta non
riuscì a seguirla, doveva seguirla, fermarla, aprire lei, l’aveva promesso, ma non
riusciva a muoversi, guardava in terra i grumi dell’impasto che si tirava. Udì la
Signora Pergola chiedere ‘chi è?’ e si figurò il suo piccolo volto di nonna, che
tornava subito di bambina per ogni sorpresa, per ogni novità.
Poi silenzio per qualche secondo. Poi un pesante scatolone che piomba in terra
e vetri che si rompono. Concetta corse verso l’ingresso lasciando spalmate di
burro e farina sugli stipiti delle porte e trovò la Signora Pergola sul pavimento,
esanime, uno dei mille pezzi del tavolino basso di cristallo conficcato in una
grinza del braccio, fra il sangue scuro, e davanti alla porta già richiusa il suo
fidanzato Salvatore con un’espressione feroce. Aveva il volto coperto da un
collant.
“Te l’avevo detto che dovevi aprirmi tu, cazzo. Ti ho chiamato apposta. Dove
cazzo eri?”. Salvatore scavalcò il corpo inerte davanti a lui con un lungo passo,
senza staccare gli occhi da quelli della fidanzata. “Cazzo! Andiamo, dov’è la
camera da letto? Muoviti! Che aspetti?”.
Concetta si lasciò cadere dalla preoccupazione accanto alla Signora Pergola e
subito dopo prese un colpo secco in testa dalla mano aperta di Salvatore.
“Cetta! Ti svegli?! Oh!”.
Non oppose resistenza. Si fece trascinare su per una spalla, piangendo. Con
l’ultimo sguardo trovò gli occhi rovesciati e semichiusi dell’anziana in terra.
Condusse il suo moroso inciampicando nelle pattine, fino alla stanza da letto.
Gli scarponi rinforzati da cantiere di Salvatore producevano graffi netti sul noce
del parquet e suoni stentorei che quella casa non aveva forse mai conosciuti.
“Dov’è la cassaforte? Muoviti Cetta!”, sbottò il ragazzo, e Concetta gli indicò in
silenzio un’anta del grande armadio antico. “Ora la combinazione… oh, ma ti
svegli? ma che hai?!”.
La ragazza strascicò i piedi fino allo scrittoio di radica intarsiata della Signora
Pergola. Qualche giorno prima, spolverando, aveva visto un postit con una sequenza di numeri e frecce e l’aveva accennato a Salvatore, tanto per dire una curiosità. Era stato lui ad avere l’idea e ora la stava mettendo in atto, col
foglietto in una mano, le dita nervose e gli occhi strizzati ad armeggiare con la
manopola e i piccoli numeri della cassaforte.
Concetta si girava negli occhi la pelle cerea dell’anziana signora che le
ricordava sua nonna, ancora in terra davanti all’ingresso.
“Non si apre”, sbottò Salvatore. Concetta non rispose. “Oh, Cetta! Cazzo non si
apre! Ma sei sicura che è la combinazione giusta?”.
“Non lo so Salvo… io l’ho trovata così, pensavo fosse della cassaforte…”, disse
lei con un alito di voce.
“Cazzo! Cazzo! Continua a cercare allora cazzo! Non è questa! La vecchia se la
sarà pur scritta da qualche parte…”. Salvatore scardinò con braccia agitate il
cassetto di un comodino, come aveva fatto poco prima con la spalla di Concetta. Lei sapeva che lì la Signora Pergola teneva solo le lettere d’amore del suo defunto marito.
“Salvo, ti prego. Lasciamo stare. Non mi piace”, disse la ragazza poggiandosi
con entrambe le mani allo scrittoio. Le gambe le pesavano. Ma Salvatore non
ascoltava e continuava a mettere a soqquadro la camera.
Dal cassetto di una toilette uscì un pettine d’osso col manico di legno, simile a
quello con cui, quand’era piccola, la nonna di Concetta le lisciava i capelli nei
giorni di pioggia. Volò in terra e due denti si spezzarono alla radice.
Le parve di udire un mugolio provenire dalla direzione dell’ingresso, fra i
suppellettili che finivano esplodendo in terra e le bestemmie di Salvatore. Un
mugolio che le sembrò di riconoscere dalle notti passate a casa dei nonni.
Uscì dalla stanza senza farsi notare. Riprese vigore. Perse le pattine
precipitandosi lungo il corridoio. Buttò un’occhiata all’ingresso verso la Signora
Pergola e la trovò girata sul fianco, forse in un rantolo. Ma continuò per la
cucina.
Vi irruppe aggrappandosi allo stipite della porta, scivolando sui calzini di
spugna. Rovistò intorno con gli occhi e trovò il mattarello di marmo, come ce
l’aveva sua nonna. Glielo ricordava in mano quando stordiva i conigli, prima di
punzonargli il collo.
Se lo portò appresso sul petto, lanciandosi di ritorno verso la porta della stanza
da letto, ma invece di entrare si schiacciò sull’angolo e sbirciò dentro.
Salvatore aveva la testa infilata nell’armadio, rovistava fra calze e sottovesti attorno alla cassaforte. Il pavimento della camera era soffocato da carte, coperte, libri, vestaglie, e frantumi di tanti cari ricordi della Signora Pergola, di porcellana fine dipinta.

Concetta entrò nella stanza facendo digerire un piede dopo l’altro alle assi del
parquet. Il mattarello in mano lo teneva davanti a sé dritto come una torcia.
Salvatore avrebbe capito, si sarebbe fermato, col mattarello avrebbe capito che
lei faceva sul serio. Non era stato riconosciuto. Lei avrebbe inventato
un’irruzione di zingari che però non erano riusciti a portare via niente. O magari
avrebbe fatto sparire una manciata di posateria d’argento e mamma mia che
spavento signora mia. E lo avrebbe convinto ad accettare la carità dalla
vecchia, come diceva lui. E sennò l’ipoteca gli avrebbe rotto le ossa ma
sarebbero sopravvissuti. E Salvo avrebbe trovato lavoro, prima o poi.
Guardò la nuca del suo ragazzo sotto il grumo della calza e cercò di parlare.
Nella stanza, però, entrarono le parole della Signora Pergola. “Aspetta”, disse.
Si appoggiava alla porta con la spalla e la mano ossuta lasciava gocciare sangue opaco premuta sul taglio del braccio. Quella parola isolata le uscì stretta come gli occhi.
La giovane coppia si voltò a piombo sul piccolo corpo che bloccava l’uscita e si paralizzò. Concetta lasciò cadere il mattarello a un passo dallo scarpone di
Salvatore. Vide quella povera donna sulla porta, battuta come sua nonna quando il nonno beveva. L’anziana aveva lo sguardo debole e pesante, che indugiava su Salvatore, attorno alla cassaforte, ma che dopo un istante si
accorse dello scempio della sua camera, della collezione di bomboniere di
famiglia. Concetta le seguì gli occhi dall’armadio al pavimento, al letto e poi allo
scrittoio, e alla farina e al burro che poco prima lei vi aveva lasciato sopra
rovistando, e infine i loro occhi si incrociarono. La Signora Pergola socchiuse la
bocca e sollevò le palpebre fissandola. Poi si rivolse calma all’intruso.
“Ti prego. Non vogliamo guai. La cassaforte. 3 giri a sinistra e 9”.
Salvatore si accorse del mattarello ai suoi piedi e cercò il volto di Concetta, con
un’espressione indecifrabile dietro la maschera. Poi andò alla cassaforte. La
manopola grattò l’ingranaggio in rapidi strazi.
“2 giri a destra e 8, 1 giro a sinistra e 76”, concluse la Signora Pergola. Si
avvicinò con calma a Concetta e la condusse piano con lei in un angolo.
Il giovane intruso infilò quello che poté in un zaino; una figura alta, piantata e
irruenta, aliena all’antica femminilità della camera. Col volto coperto e i jeans
stretti sembrava uscito dalle confidenze di Concetta alla sua anziana Signora
Carla, sopra a tante tovaglie stirate sul tavolo della cucina.
Il topo d’appartamento si diresse senza correre verso la porta aperta della
camera, col bottino in spalla, sotto gli occhi delle due donne in un angolo.
Concetta tremava.
Solo quando i passi pesanti si spensero dietro lo scatto del portone, la Signora Pergola ruppe in singhiozzi. Disse qualcosa, ma le parole erano incomprensibili.

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