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Buon Natale Ezechiele

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Ezechiele ormai era diventato davvero molto vecchio e la fame continuava ad essere la sua migliore amica. C’era stato un periodo in cui aveva visto l’espansione dei centri abitati come un’occasione per avere cibo fresco a portata di mano, ma col tempo aveva dovuto ricredersi.

Ezechiele ormai era diventato davvero molto vecchio e la fame continuava ad essere la sua migliore amica. C’era stato un periodo in cui aveva visto l’espansione dei centri abitati come un’occasione per avere cibo fresco a portata di mano, ma col tempo aveva dovuto ricredersi. L’unica novità era stata un’enorme discarica in prossimità della sua tana e quando si inoltrava tra le montagne di sacchetti e raspava con le zampe ormai macilente, rimediava solo qualche buccia di patata, qualche pezzo di pane o un osso già spolpato dalla concorrenza felina. Le succulente cibarie erano inoltre conquistate al prezzo di ferite da vetro o da barattolo arrugginito, che una volta gli avevano causato anche una brutta infezione.
Quell’anno Ezechiele aveva preso la sua decisione. Sentiva che la fine si stava per avvicinare e voleva provare ancora una volta i fremiti delle avventure giovanili, i sapori di un tempo. Fosse stata anche l’ultima cosa della sua vita, doveva partire per procurarsi un porcellino saporito da mangiare il giorno di Natale. Fu così che andò a ripescare un vecchio articolo di giornale, sbucato fuori da un cassonetto e che aveva attirato qualche tempo prima la sua attenzione. C’era la figura di un bel maialetto in primo piano, mentre sullo sfondo se ne contavano molti altri più indistinti. Un vero paradiso terrestre, tutto rosa, profumato e grasso. La località era piuttosto lontana, ma sentiva che ce l’avrebbe fatta. Camminò per giorni e giorni e anche per notti intere, quando si trattava di attraversare  un centro abitato per procurarsi cibo nei bidoni dell’immondizia. Le persone che lo vedevano, lo scambiavano per un cane randagio e gli lanciavano sassi o minacce, perché se ne stesse alla larga. Nonostante il freddo, la fame e la stanchezza, furono i giorni più belli che avesse vissuto negli ultimi anni. Era autunno inoltrato e affondare le zampe nelle foglie e nel terriccio umido, sentire i fumi della terra sotto le narici, gli riportava ricordi di corse nei boschi, di razzie nei pollai e, se faceva un piccolo sforzo, poteva addirittura vedere qualche piuma bianca volteggiare nell’aria e adagiarsi con grazia sul variegato fogliame. Dietro un albero scorse un cestino rotto e ammuffito. Doveva essere quello di cappuccetto rosso: anche lei magari ora era vecchia, quanto lui e sua nonna. In lontananza, anche se la vista non era più quella di una volta, gli parve di riconoscere una casetta di mattoni. Si avvicinò, sospinto dalla curiosità, unica forza capace di avere la meglio su ossa scricchiolanti e muscoli inflacciditi e con qualche esitazione, dischiuse la porticina accostata. Sì, era proprio lei, la casetta del terzo porcellino. Quella che aveva resistito al suo soffio potente, alle sue astute e ammalianti lusinghe. Ora era contento di non averla schiantata al suolo coi suoi polmoni e di averla lì, da guardare ancora per una volta. Sentì uno strano pizzicorio negli occhi e un velo umido gli appannò ulteriormente la vista. Che gli stava succedendo? Sentì l’affanno che gli cresceva nel petto e fu costretto a sdraiarsi per un po’ su un vecchio tronco e a chiudere gli occhi. Sette capretti e un agnello in riva al fiume riempirono i fumetti tratteggiati della sua mente e lo dondolarono satollo su un’amaca sospesa nel cielo. Poi fu la volta della vecchia volpe, ma al ricordo delle astuzie di pelo rosso, che tante volte lo aveva messo in pericolo, Lupo Ezechiele saltò in aria e riprese la strada. Camminò ancora per molte ore in uno stato di sopore, di cuore e di intelletto, finché non avvistò un cartello che indicava un enorme edificio rettangolare. Ezechiele non sapeva leggere, ma la figura di un simpatico maialetto gli dette la conferma di essere in prossimità della meta.  Era l’alba e la luce tinta di rosa gli ricordò il colore di antiche prelibatezze e gli stillò nella bocca un’acquolina-aperitivo. Si passò la lingua sui quattro denti traballanti e osservò qualche minuto di concentrazione per impossessarsi di tutta la forza che gli restava in corpo. “Altolà” sentì gridare. Si infilò dietro un cespuglio in attesa che tutto tacesse di nuovo. “Era solo un cane, dai andiamo a prepararci, tra poco finisce il turno. Non vedo l’ora di farmi una bella dormita”. “Beato te, io devo prima accompagnare mia figlia a scuola”. Ezechiele uscì quatto, quatto dal suo nascondiglio e si avvicinò alla porta dell’edificio. Era aperta, forse i custodi erano ancora nei dintorni, ma lui doveva giocarsi il tutto per tutto. Entrò e fu accecato da una luce fortissima. Poi quando gli occhi si furono abituati al bagliore, vide uno spazio sterminato, delimitato da alte sbarre di ferro e dentro, un altrettanto sterminato brulichio di carni rosa. Non aveva mai visto una cosa del genere in tutta la sua lunga vita e neppure in tutti i suoi innumerevoli e assurdi sogni. Migliaia di maiali, attaccati l’uno all’altro, senza che il minimo spazio potesse distinguerli. La foto sul giornale non riusciva a riprodurre neanche lontanamente la realtà. Ezechiele si avvicinò più che poté a quell’abnorme grufolìo. Provò ad infilare la testa tra le sbarre, ma erano troppo strette per poterci far passare qualcosa oltre il naso. “Che profumo tenero e suadente” sospirò. Non si dette per vinto, poco prima aveva intravisto un’altra costruzione e vi s’incamminò con le ultime forze. Questo edificio era più basso e con le pareti a vetri. Da fuori era possibile vedere decine di scaffali pieni di cibo e cartelli con scritte e foto di porcellini, appesi all’inizio delle corsie. Lupo Ezechiele riprese a sperare. “Non potrò avere un maialetto intero, come quelli di una volta, ma magari potrò procurarmi salumi di nuova generazione. La fortuna forse ha preso a girare per il verso giusto” pensò, mentre strisciava la carcassa sotto una serranda mal chiusa. Percorse un lungo corridoio stretto e buio, capace di procurare incubi anche a lupi dal glorioso passato e si ritrovò in uno spazio illuminato. Un grande albero di Natale era stato allestito con fiocchi, salami e collane di salsicce, che ornavano i rami più esterni, facendosi spazio tra occhieggianti lucette rosa. Ezechiele pensò di essersi addormentato e comincio a carezzarsi i peli radi e grigi, per capire se le percezioni tattili potevano dargli le risposte che cercava. Fu proprio in quel momento che una musica celestiale si diffuse nell’aria e due potenti riflettori illuminarono un enorme piatto da portata: un maialetto intero ci stava sdraiato sopra, con una mela in bocca, circondato da vasetti di varia grandezza, bottiglie di vino e paglia. La paglia servì ad attivare la scintilla del ricordo e a far partire il motore delle quattro zampe. In men che non si dica, Ezechiele si ritrovò ad agguantare l’agognato porcellino. Finalmente i desideri di anni si realizzavano. Finalmente avrebbe potuto concedersi un vero banchetto, il premio per gli anni di sofferenza, la consolazione per la grama vecchiaia. Addentò, con tutta la voracità accumulata, la coscia destra del suino e sentì un crack. I quattro denti si erano frantumati contro qualcosa di duro. Non gli ci volle molto tempo per capire che il porcellino non era di carne e ossa, ma di plastica. Lupo Ezechiele si accasciò esausto sul letto di maiale, barattoli, bottiglie e rimase immobile. Non aveva né la forza fisica né quella morale di abbandonare quel luogo. Sentì intorno a sé i rumori del supermercato che prendevano voce e la musica che diventava più forte. “Gentile clientela, il mercato del suino vi dà il benvenuto. Vi invitiamo a riempire le vostre tavole natalizie con i nostri prodotti”. Gli sembrava di stare su un’enorme giostra colorata spinta dalle voci dei fratelli “Vieni a giocare, dove ti sei nascosto” e della mamma “Sii prudente, non ti allontanare”. “Care, care voci lontane”. Era immerso in un torpore da cui non riusciva a venir fuori. Le voci di dentro si mescolavano a quelle di fuori, senza che potesse capire la provenienza delle une e delle altre, anzi come se arrivassero tutte da un enorme megafono sospeso. Poi un sipario nero calò sulla scena.
“Mamma vieni, vieni a vedere …che bello…un lupo che abbraccia un porcellino…Eh mamma, che dici… hanno fatto pace perché è Natale?”
Fu un vero successo quell’anno per La Fabbrica del maiale. La  straordinaria trovata pubblicitaria le aveva procurato un inaspettato afflusso di gente e i guadagni erano schizzati alle stelle.
Le grandi lettere illuminate a led esprimevano tutta la loro riconoscenza “Grazie lupo Ezechiele, buon Natale!”

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