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Mi chiamano M.D., Morte Dolce, perché qui al macello sono quello più efficiente e gentile con i cavalli, dicono i colleghi. Io ammazzo cavalli per vivere. Non mi fa piacere ammazzare cavalli ma a un certo punto non ho avuto altre scelte: per vivere, io, dovevo ammazzare cavalli.

Mi chiamano M.D., Morte Dolce, perché qui al macello sono quello più efficiente e gentile con i cavalli, dicono i colleghi. Io ammazzo cavalli per vivere. Non mi fa piacere ammazzare cavalli ma a un certo punto non ho avuto altre scelte: per vivere, io, dovevo ammazzare cavalli. Non è un bel mestiere ma ci vivo e, soprattutto, ho trovato il modo di farlo bene. Io una vocazione ce l’ho: non far soffrire i cavalli che ammazzo.  Avevo avuto un cavallo da ragazzino. Ci facevo le gare e mi prendevo cura di lui: lo lavavo, lo spazzolavo e gli pulivo gli zoccoli per evitare che avesse problemi. Si chiamava Francus ed era il mio amico. Lo vedevo quasi tutti i pomeriggi della settimana. Lui mi aspettava anticipando il mio arrivo con una serie di nitriti quando sentiva il mio odore. Mi è rimasto dentro per tutti questi anni. Tutte le password del mio computer o del cellulare iniziano con ‘Francus’. Lo sfondo del mio telefonino è una foto di Francus.  A casa conservo le sue foto che ho mostrato ad alcune ragazze, quelle con cui ho avuto delle relazioni serie, ovviamente. A un certo punto in famiglia tutto era andato storto. Non era stata una cosa lenta e graduale come si sente a volte dire: fu una slavina di sterco che ci colpì tutti, Francus incluso. Gli affari di papà andarono male, improvvisamente. Andarono molto male e dovemmo vendere tante cose di famiglia e traslocare. Vendemmo tutto il “superfluo”, come ci disse papà. Francus balzò subito in cima alla lista. In una settimana sparì: venduto. Non avevo avuto il tempo di abituarmi all’idea e questo era già accaduto. Mio padre, e insieme a lui mia madre e i miei due fratelli, ne fu molto soddisfatto: l’aveva venduto bene. Per me e per Francus fu un dramma. Ci separarono e piansi per mesi. Mio padre lo chiamò per anni il mio “piccolo dramma”. Ora sono qui ad ammazzare cavalli di mestiere. Io non li macello, sia ben chiaro: non potrei mai farlo. So bene cosa succede ai cavalli ma vivere il loro smembramento mi farebbe vomitare. A volte, sogno di scuoiarne uno e mi sveglio urlando. All’inizio di questo lavoro mi capitava più spesso. Sono bravo, dicono il migliore, ad ammazzarli, dolcemente. I miei cavalli muoiono rapidamente e io mi sono fatto una fama di cui vado orgoglioso. Volevo diventare bravo a fare qualcosa e ci sono riuscito. I miei cavalli soffrono poco: pochi secondi. All’inizio non era così: non sapevo usare bene la pistola cilindrica che uso per piantargli il chiodo in testa. Ho commesso tanti orribili errori cha hanno fatto soffrire molti cavalli. Meglio che eviti i dettagli. All’inizio era un vero macello per me. Un giorno mi sono deciso a leggere qualche testo di veterinaria e a parlare con un medico specializzato in cavalli. Ho capito che il colpo, se ben assestato, li fa morire quasi all’istante. Il successo lo misuro dalla durata del tremore alle gambe e dei movimenti della testa dopo lo sparo. Per essere rapido devo studiare un po’ il cavallo per capire come si muove e come agita il capo. Sono diventato bravo. Se il paradiso è dei cavalli, secondo me il loro San Pietro mi darà una sberla sul coppino e poi mi ci farà entrare. Io sono la loro Morte Dolce.

Oggi ce ne sono tanti e, come al solito, sono nervosi. Da lontano ne vedo uno che si muove a stento. Le gambe, ricoperte di ferite, gli tremano. Deve essere stato trasportato qui con un lungo viaggio. E’ stremato, quasi seduto per terra e ha le gambe anteriori tese in avanti mentre lo spingono da dietro. Tutto attorno sentiamo macchine, cinghie, nitriti, tonfi e urla di uomini. Mi immagino come possa sentirsi. Lui ha capito tutto; non ho dubbi. I cavalli che gli sono davanti fanno molto rumore e lui certamente sente l’odore del loro sangue. Vedo le sue narici che si aprono e si contraggono velocemente. Intorno alla bocca perde tanta bava: è nervoso e suda molto. Riconosco la macchia, quella macchia! So di non potermi sbagliare e sento un colpo in mezzo al petto: quello è Francus di 15 anni più vecchio e tra tre cavalli tocca a lui. La striatura sul fianco, inoltre, mi conferma che è lui. Vedo un cavallo che sembra morto e che viene tirato su per una zampa appeso a una cinghia, ma quello che mi colpisce sono gli occhi di Francus. Quelli non sono cambiati e lui mi guarda. Occhi dolci e familiari. Lui si irrigidisce, si calma e si rilassa a terra: di me lui si è sempre fidato. Gli si vedono le costole e ha molti  peli bianchi sul muso. Continua a guardarmi. In un attimo mi passa  per la testa la cifra che dovrei sborsare ogni mese per mantenerlo in un maneggio. A volte, ne vedo uno che mi ricorda Francus: un cavallo che vorrei salvare. Sono i soliti conti che faccio per un cavallo che non vorrei ammazzare: stalla, foraggio, pulitura e veterinario. Così, ogni volta, mi ostino a fare gli stessi conti. Forse è giusto per avere la coscienza a posto: faccio i conti, calcolo che non ce la posso fare e poi li ammazzo col cuore un po’ più leggero. Non ne ho mai salvato uno.

Con lui sarò più concentrato del solito: so dove mirare e in questo momento lui mi sembra calmo. ‘Vieni bello mio! Vieni Francus! Ricordi?’ Lui sporge la testa in avanti. Faceva così anche quando eravamo insieme. So che ora la sposterà a sinistra: per me è la posizione ideale. Lo accarezzo attorno alle orecchie e gli strofino la guancia. Punto la pistola ma lui deve aver visto qualcosa nei miei occhi. Sposta bruscamente il capo, io sparo e il chiodo gli finisce nel collo, molto vicino alla testa. Si agita e va a sbattere sulle pareti della gabbia. Perde molto sangue e fa un gran rumore: ansima e quasi urla muovendo la testa a destra e a sinistra. Ricarico la pistola, miro e sparo ancora: in testa. Cade ma scuote gli zoccoli contro le sbarre di metallo e non si ferma. Al terzo chiodo, si distende a terra completamente. Scalcia, trema un po’ e poi non si muove più.

Se n’era accorto. Aveva capito forse dal mio sguardo, forse dall’odore del sudore di chi sta per ammazzare un amico che ha molto amato, che non poteva più fidarsi di me. Non avevo mai fatto soffrire un cavallo così a lungo; non fin dai primi tempi. I miei colleghi mi guardavano e avevano smesso di lavorare e di urlare. I traini e le catene avevano smesso di ruotare. Come se fossero in lutto, non so bene se per Francus o per me, i colleghi mi guardavano come se mi fosse accaduto qualcosa di brutto. Io ero ricoperto di sudore e il mio camice era rosso di sangue. Non sapevo cosa sentire ma sapevo cosa fare. Diedi qualche disposizione ai miei compagni con voce pacata ma ferma.

‘Portatelo via con calma, per piacere. Vado a fumare una sigaretta. E ho detto con calma, capito? Grazie!’ Era stato un gran brutto incidente. Molto brutto. Non c’era altro da dire. Sono cose che capitano. Dopo tutto questo è il mio lavoro.

Ma, cazzo, doveva capitare proprio con Francus?

Uscii piangendo e non me ne vergognai.

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