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Suo padre bestemmiava la madonna mentre col tubo di plastica sciacquava il cortile di cemento dalle penne e dal sangue. “Papà, nun lu fici apposta. Volìa sulu ‘u jòca” lo supplicò Nicola mentre stringeva al petto il cucciolo di 8 mesi, il suo badéttu.

Suo padre bestemmiava la madonna mentre col tubo di plastica sciacquava il cortile di cemento dalle penne e dal sangue.

Papà, nun lu fici apposta. Volìa sulu ‘u jòca” lo supplicò Nicola mentre stringeva al petto il cucciolo di 8 mesi, il suo badéttu.

Lu ‘mmazzu su cani, quant’è bberu Diu!” gli rispose, prendendo la carcassa della gallina squarciata e facendola volare oltre il muretto, verso i campi.

Il cucciolo si dimenò per correre dietro a quel fagotto, ma Nicola lo strinse ancora più forte per non farselo sfuggire.

Suo padre gli passò accanto senza dire una parola ed entrò dentro casa.

Il Sole calando incendiava all’orizzonte i monti della Sila e un vento caldo portava nell’aria il profumo dei calypsi, gli alberi che riempivano tutta la collina, da casa sua fino alla fiumara.

Nicola legò il cane alla cuccia “Fa u bravu, ah?”. Non voleva lasciarlo solo, ma in casa non poteva entrare e non voleva fare arrabbiare ancora il padre.

Quando passò davanti alla cucina per andare in camera sua, il padresedeva a tavola e mangiava pezzi grossi di sazzìzzu cu’ pani, portandoseli alla bocca col coltello da caccia.

Domani vèni cu mmìa.” gli disse continuando a guardare il telegiornale sulla vecchia televisione a tubo catodico.

Ndai u ‘mpari u guardi i crapi.”.

Uscirono che era ancora buio. Le capre erano ferme sulla strada, aspettando lo schiocco con la lingua del loro padrone, il segnale per partire.

Badéttu non c’era, nella cuccia. Il padre l’aveva già liberato e stava correndo in cerchio attorno a quelle 5 creature smunte strette l’una all’altra, che aspettavano infreddolite.

Iàmu!”, gli fece il padre agitando il nodoso bastone da pastore e si incamminarono lungo il sentiero.

Quando superarono tutta la discesa dei calypsi arrivando al pascolo, il padre si fermò a sedere sopra una larga pietra bianca e sempre senza dire una parola si mise a guardare i crapi, con le braccia incrociate strette al suo bastone. Il Sole era ormai alto e gli animali brucavano scegliendo l’erbetta più fresca, non ancora bruciata dall’aria secca d’agosto.

Nicola non sapeva bene cosa fare, le bestie invece canuscìanu tuttu, dove andare e dove fermarsi. Era la prima volta che usciva col padre. Lo osservava di nascosto, cercando di imitarlo.

Lui le conosceva tutte bene, le sue capre.

Ognuna aveva il suo carattere, gli aveva detto una volta, e andavano chiamate per nome.

Ianchìna, Teresìna. Ma la sua preferita era Chida cu’ l’ucchiali, la capra con due macchie marroni attorno agli occhi. Le aveva insegnato a mangiare dalle mani e a prendere al volo le mele che lanciava.

Sarebbe stato divertente vederla scattare per addentare la frutta, ma suo padre restava ottusamente seduto a braccia conserte guardando oltre gli animali, verso la fiumara.

Badéttu appena arrivati aveva corso tutto intorno al pascolo, invitandolo a farsi seguire, ma Nicola peròera rimasto assittatu come suo padre e alla fine il cane gli si era sdraiato vicino. Ogni tanto si alzava a tirargli la maglietta dalla manica, allora lui gli lanciava lontano un rametto e se lo faceva riportare.

Il tempo passava piano.

All’ora di pranzo suo padre buttò il bastone per terra e tirò fuori u pummadoru cu a cipùda, lo divise con una mezza pagnotta e mangiarono.

Dalla saccoccia gli cadde qualche meletta verde e “Quella con gli occhiali” si avvicinò con un saltello.

Ndai vòi, ah?” gli fece ridendo suo padre. “Va’ pigghiatìlla, allùra!” E gli lanciò la mela sopra la testa. La capretta con uno salto improvviso si girò a mezz’aria e afferrò la mela con i denti.

“Ahahah!” rideva rauco suo padre e anche Nicola era contento.

Fammi u provu puru èu, papà”.

Quando la capra finì di mangiare, prese un’altra mela da terra e gliela lanciò a mezz’aria.

Accanto a lui il cane, che fino a quel momento non si era più mosso, fece uno scatto e si lanciò ringhiando sulla capra, azzannandole al muso per strapparle la mela. Chida cu l’ucchiali si mise a scalciare terrorizzata, facendo grotteschi versi dalla bocca insanguinata, finché non riuscì a liberarsi scappando verso la fiumara.

Nicola non fece in tempo a fermarlo. Gli gridò “No, papà, dàssalu stàri”, ma il padre era già sopra il cane col bastone in mano, tenendolo per il collare.

Quando cercò di strapparglielo, venne spinto e buttato per terra.

Stàtti docu o ti vàstunu puru a tìa.”

E poi sentì il primo colpo e il primo straziante guaito. Uno schizzo di sangue gli arrivò sulla guancia e allora serrò stretto gli occhi e non volle più vedere.

I colpi e le urla continuarono e continuarono, senza finire mai. Alla fine, un colpo più forte e un rumore secco di ossa rotte e non sentì altro.

Suo padre fece due lunghi fischi e “Quella con gli occhiali” piano piano tornò.

“Camìna, jamu pa’ casa!”. Lo prese per un braccio e lo tirò sù.

Il suo badèttu respirava appena e lo guardava con gli occhi imploranti, muovendo debolmente la coda. Dal muso insanguinato, attraverso i denti rotti, pendeva la sua piccola lingua rosa.

E si ‘nci lu dici a qualchi d’unu, t’ammazzu i lignàti. Iamunìndi”.

Non bògghiu u mu dàssu ccà.”. Non poteva lasciarlo lì, come un cencio abbandonato.

Camìna, ti dissi”. E lo trascinò via.

Nicola andava piano, strusciando i piedi. Ogni tanto si girava verso u canicedu, che non smetteva di guardarlo, finché suo padre, dietro a lui, non lo toccava col bastone tra le scapole e lo spingeva a continuare.

Le capre li precedevano sicure verso la via di casa.

Nicola seguì la strada piangendo lacrime silenziose, tirando ogni tanto sù col naso.

Non si accorse nemmeno che aveva iniziato a camminare più veloce. Non voleva più stargli vicino, non voleva più sentire il tocco i chidu vastuni fetùsu.

Singhiozzando, accelerò i passi, sempre di più, finché non superò le capre e allora si mise a correre.

Suo padre cercò di raggiungerlo, chiamandolo “Còla, Colicédu”, ma lui corse più veloce, alzando alle sue spalle la polvere della strada pietrosa.

Quando non riuscì più nemmeno a respirare, si girò verso di lui e gridò, con l’ultimo fiato rimasto: “’Nci lu dicu a tutti. A tuttiii!”.

L’urlo azzittì le cicale e le capre, incerte, si fermarono. Superò suo padre e poi si dissolse lungo la collina.

L’odore speziato degli eucalipti gli bruciava in gola.

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