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Il re del Flamenco

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Tutti mi chiedono la verità su come abbia fatto a diventare il re del flamenco senza aver mai frequentato una scuola di danza ma poi nessuno vuole credere alla mia storia.

Tutti mi chiedono la verità su come abbia fatto a diventare il re del flamenco senza aver mai frequentato una scuola di danza ma poi nessuno vuole credere alla mia storia.
Il fatto è che io il flamenco l’ho imparato da solo, a casa mia. Anzi, nel cortile di casa mia.
Ecco, già lo sento il solito coro: Ma che dice, ci sta prendendo in giro, cosa ci vuole far credere!
Eppure, vi giuro, questa è la verità.
Ero un ragazzo che abitava in un caseggiato popolare di un quartiere di periferia e per rincasare dovevo attraversare un cortile così misero che anche l’erba si vergognava di crescerci. Ebbene questo piccolo spiazzo la sera diventava il paradiso dei bacarozzi, le blatte, quelle che solo il nome, bleah, mi faceva venire da vomitare. Erano tante e correvano così veloci che se ci fosse stato l’autovelox per i bacarozzi il comune si sarebbe certamente arricchito.
Perciò la sera, al buio, non ci facevo molto caso se sentivo sotto le suole quel rumore, quello della bestiaccia che rimaneva schiacciata sotto ai miei piedi. Rientrava nell’ordine delle cose, niente di personale, insomma mors tua vita mea.
Invece il bacarozzo, anche quello più spiaccicato, stecchito e stradefunto, ad avere un po’ di tempo per fermarsi a guardarlo, avrebbe stupito chiunque ritirando una zampetta di qua, un’altra zampetta di là, ricompattandosi un po’ al centro, addirittura risucchiando un po’ del liquido fetido che era uscito dalla sua corazza per ritornarsene a correre indiavolato assieme agli altri.
E allora io mi chiesi: il bacarozzo può resuscitare ed io no? Profondamente ingiusto. Dovevo fare qualcosa.
Perciò primo step: acciacca il bacarozzo. Presi a battere ritmicamente i piedi cercando non solo di prendere più insetti possibile ma di mettere in ogni colpo tutta la forza che avevo, sia nel tacco che nella suola, per essere sicuro di lasciarli lì secchi.
Acciacca il bacarozzo – acciacca il bacarozzo – acciacca il bacarozzo. Così stavo percorrendo a zig zag il cortile, a volte insistendo in un punto preciso finché non fossi sicuro di aver fatto per bene il mio lavoro, per poi ritornare su di un altro, rendendomi conto di come il tutto avesse un che di musicale.
Finché, sempre continuando a battere le mie estremità, non presi a dirigermi verso l’interruttore temporizzato della luce, grande novità del mio palazzo, ottenuta dopo estenuanti riunioni di condominio alle quali parteciparono anche i bacarozzi, fortemente contrari.
Ma non si sa perché questi interruttori vengono sempre messi negli angoli più assurdi e più scomodi da raggiungere. Nel caso del mio palazzo era piazzato giusto all’incrocio tra due muri, semicoperto da un rampicante rinsecchito, dove però i ragni amavano tessere le loro ragnatele.
Avrò avuto pure l’aracnofobia, ma ditemi chi di voi abbia mai amato sentire sulle mani e sulla faccia quell’intreccio appiccicoso che ti blocca come uno zucchero filato velenoso?
Perciò secondo step: togli la ragnatela – togli la ragnatela – togli la ragnatela. Con movimenti rotatori delle mani, come fossero ali di una colomba in orbita intorno alla mia testa, presi a scacciare, ad allontanare le ragnatele da me, dal mio volto, emettendo dei suoni sommessi, tra il gemito ed il lamento, che andavano ritmici col muoversi dei miei arti superiori. Senza però dimenticare quelli inferiori. Acciacca il bacarozzo e togli la ragnatela, acciacca il bacarozzo e togli la ragnatela, acciacca il bacarozzo e togli la ragnatela. Fino a riuscire a spingerlo quel maledetto interruttore facendo sì che la luce rendesse visibile la serratura del portoncino ed io venissi proiettato nello step successivo: dove cacchio avevo messo le chiavi, tasca destra o tasca sinistra? Ora le mie mani lasciavano per pochi attimi la zona alta del corpo per spostarsi a roteare intorno al bacino, che si avvitava ora a destra ora a sinistra nella ricerca del prezioso oggetto metallico grazie al quale rincasare, ma poi ritornavano su in breve tempo, per poi riscendere di nuovo, mentre i piedi continuavano a scalpicciare. Acciacca il bacarozzo – leva la ragnatela – tasca destra o tasca sinistra – acciacca il bacarozzo – leva la ragnatela – tasca destra o tasca sinistra…
Ed eccole le chiavi! Ma il problema adesso era infilarle nella serratura visto che la lampadina, forse poco avvitata, faceva andare e venire la luce con una fastidiosa intermittenza.
Perciò rimisi le chiavi in tasca per avere le mani libere di bloccare il portalampadina ed avvitarcela ma il vetro era già troppo caldo oppure presi la scossa, non lo so, perché i polpastrelli mi bruciavano.
– Ahiahiahiahiahi – mugolavo ritmicamente, mentre i piedi scalpicciavano, le mani si muovevano, il bacino roteava perché dovevo di nuovo cercare le chiavi ed intanto la luce, ormai fissa, aveva attirato ogni genere d’insetti, in primis la zanzara tigre, cosa che mi offrì lo spunto per l’ultimo step: ammazza la zanzara.
Con rapidi, efficaci battiti di mani perlustravo l’aria circostante facendo vittime a iosa, che rimanevano appiccicate alle mie palme, ma non avevo ancora infilato la chiave nella serratura ed il temporizzatore se non erravo era tarato su un solo, misero minuto…
Buio. Ricominciava il giro: Acciacca il bacarozzo – leva la ragnatela – tasca destra tasca sinistra – ahiaahiahiahi – ammazza la zanzara – acciacca il bacarozzo – leva la ragnatela – tasca destra tasca sinistra – ahiahiahiahi…
Lo feci per qualche volta prima di riuscire ad aprire il portoncino ma intanto mi ero accorto che le luci delle finestre che davano sul cortile avevano cominciato ad accendersi. Prima solo un paio, poi sempre più numerose, fino a notare delle sagome di persone affacciate che mi osservavano, che seguivano il ritmo di ciò che stavo facendo.
Quando stavo entrando nell’atrio se ne accese una al terzo piano, dove abitava un vecchino in sedia a rotelle. Non parlò subito, prima fece un lungo, lento applauso alla tecnica del mio flamenco, che in un ragazzo non aveva mai visto così pura. Era Pablito Ortonez, il più grande ballerino del dopoguerra, che da quel momento mi prese sotto la sua ala protettrice. Il resto è storia d’oggi.
Non credete che sia andata proprio così? Chiedetelo pure ai bacarozzi di Via del Barrio Romano, quelli che ancora sfrecciano nel cortile senza erba.
Forse il loro nonno questa storia gliel’ha raccontata in una fredda serata autunnale, quando si sta tutti nella tana e si va meno in giro.
Chiedetelo se si ricordano di quando abitavo lì, se si ricordano di me, di Manolo Cucaracha, il re del flamenco.

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