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Riccardo Castagnari: “La cosa più difficile di Marlene? Attaccarmi le ciglia finte!”

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In collaborazione con Barbara Racioppi incontriamo Riccardo Castagnari che ci racconta come nasce un talento attraverso la passione e la determinazione. Dove nasce l’amore per il teatro? Raccontaci l’esordio e le prime esperienze. I miei genitori mi raccontavano  che già a tre anni facevo spettacolo,  infatti imitavo a perfezione Gino Bramieri,

In collaborazione con Barbara Racioppi incontriamo Riccardo Castagnari che ci racconta come nasce un talento attraverso la passione e la determinazione.

Dove nasce l’amore per il teatro? Raccontaci l’esordio e le prime esperienze.

I miei genitori mi raccontavano  che già a tre anni facevo spettacolo,  infatti imitavo a perfezione Gino Bramieri, Raffaele Pisu e Marisa del Frate che vedevo in tv ne l’Amico del Giaguaro, è passato così tanto tempo che questo episodio non lo ricordo nemmeno più. Tra l’altro, quando ancora non ero mai stato a teatro e non avevo ancora mai visto uno spettacolo in scena, facevo sempre un sogno ricorrente. Sognavo che entravo in palcoscenico dalle quinte per ricevere gli applausi del pubblico. Più tardi, quando ho sposato la teoria della reincarnazione, ho capito che forse ero già stato un attore, e le mie esperienze probabilmente risalgono appunto a vite precedenti.

Dopo le varie recite alle scuole inferiori dove mi sceglievano sempre per leggere poesie, l’impatto decisivo l’ho avuto al ginnasio. Quando vidi ‘Il Fu Mattia Pascal’ con Giorgio Albertazzi e piansi addirittura all’apertura del sipario. L’emozione per lo spettacolo fu poi così forte che andai in camerino a parlare con lui e gli dissi che volevo fare il suo stesso mestiere. Ebbi poi un colloquio con Ivo Chiesa dello Stabile di Genova e mi informai su alcune scuole di arte drammatica e  alla fine frequentai l’Accademia dei Filodrammatici di Milano dove superai le prove per l’ammissione.

Come è arrivato il clou del tuo successo?

Sicuramente Marlene D. mi ha dato un po’ di notorietà,  cimentarmi in un personaggio del sesso opposto e soprattutto calarmi nella quintessenza della femminilità, quale è appunto Marlene Dietrich, ha colpito molto critica e pubblico. Forse proprio perché lo spettacolo non si può né definire “en travesti”, né tantomeno da drag queen: è un attore che si cala in un personaggio di sesso opposto non per farne una parodia ma per farlo rivivere (da qui la mia definizione di Actor Queen, un attore che interpreta una regina, in questo caso dello schermo).

E’ un successo che dura da quattordici anni e ha girato un po’ il mondo. L’ho recitato in spagnolo in Messico e in francese a Parigi dove ho ricevuto il premio Marius come miglior spettacolo musicale dell’anno (era il 2008) e la nomination come miglior attore protagonista pur non avendo mai parlato francese prima.

In scena con me da sempre, lo ricordo, il maestro Andrea Calvani nei panni di Burt Bacharach che mi accompagna al pianoforte in 15 canzoni.

Quindi la tua intraprendenza nel campo artistico è stata fondamentale, la tua storia lo racconta.

Intraprendenza è un eufemismo, è una grande fatica che rende sempre più difficile fare questo mestiere tra spese di produzione, di gestione, ostacoli contro cui dover combattere  e quant’altro.

L’intraprendenza nel campo artistico è fondamentale , raccontaci la tua che ti ha portato fino a Parigi.

Sicuramente è stato più facile arrivare in Francia che andare in scena in Italia. Se proponi un tuo lavoro in un teatro italiano non ti danno retta, né la prima, né la seconda, né la terza volta,  insomma non ti danno ascolto, non ti rispondono tantomeno riesci ad ottenere un appuntamento.

Un po’ come Snoopy quando provava a spedire ad un editore i suoi racconti.

E’  un malvezzo tipicamente  italiano, , ci deve essere la raccomandazione che arriva telefonicamente, allora sì, si sa che qui da noi si va avanti per meriti di lenzuola o di politica. La meritocrazia anche nel nostro campo non è considerata. A Parigi ho mandato un DVD in lingua italiana di Marlene (avevo in realtà un aggancio li, sono sicuro però che se non lo avessi avuto sarebbe andato in porto lo stesso). In quindici giorni non solo ho avuto la risposta che avevano visto il video, ma addirittura che mi avrebbero ospitato per due mesi nel loro teatro a Parigi. Infatti il direttore del Lucernaire, teatro che si trova a Montparnasse,  pur non avendo capito il testo in quanto in italiano, ha voluto ospitare il mio lavoro sul suo palcoscenico. Ed io in tempi brevi e chiaramente in lingua francese ho dovuto affrontare il tutto. Per me è stata una corsa nello studio del testo in francese, avevo infatti soltanto poco più di un mese di tempo per impararlo. Laurent  Ban e Chiara Di Bari hanno tradotto e adattato il copione e, coprendo il ruolo di produttori esecutivi, hanno  organizzato il mio soggiorno artistico a Parigi. Grazie a loro ho imparato testo e pronuncia  e il 17 settembre 2008 abbiamo debuttato nella capitale francese.

Quali i progetti per il futuro dopo l’ultimo lavoro Mister Ward a colazione?

‘Mr. Ward a colazione’ mi è costato più di un anno di lavorazione: più di due stesure del testo, due tranches di prove (perchè la prima era finalizzata alla realizzazione dei  filmati che sarebbero poi stati proiettati  sullo sfondo della scena, la seconda dedicata alle prove ulteriori  per sincronizzare  la nostra azione in scena e le proiezioni dietro di noi). Perciò ‘Mr. Ward a colazione’, rimane per ora il mio progetto principale, dopo le due settimane romane conclusesi recentemente al teatro Belli, vorrei portarlo in giro per l’Italia.

‘Mr.Ward a colazione’ lo considero un po’ il contraltare di Marlene D. perché oltretutto è dedicato ad un’altra icona che è appunto Tony Ward , che ha sostenuto il progetto inviandoci anche un suo selfie che si è andato ad aggiungere agli altri 416 selfie raccolti sul web e arrivati da ogni parte del mondo  in sostegno allo spettacolo e per dire no all’omofobia.

Il bello dello spettacolo è che dopo le prime scene viene meno anche il senso dell’omosessualità, in quanto tutti si riconoscono nelle dinamiche di coppia, sia gay che etero, quindi se tutti si riconoscono in questo, il no all’omofobia viene da sé.

Perciò se la mia Marlene è viva da quattordici anni, a questo punto lunga vita anche a  Mr. Ward, se lo meriterebbe solamente per la fatica e l’impegno che ci abbiamo dedicato, da Igor Petrotto il mio giovane e bravo partner di scena a tutti coloro che hanno collaborato con me.

Il Bianco e nero in scena, come mai questa scelta?

Il bianco e nero l’ho scelto per calarmi in una dimensione dove non esistono sfumature, esiste appunto solo il bianco accecante ed il nero assoluto, i colori sono relegati solo nei video presenti in maniera consistente durante tutto lo spettacolo, e qui devo menzionare Rita Rocca, amica e collaboratrice preziosa che ha girato e montato tutti i filmati e senza il cui contributo lo spettacolo non avrebbe sicuramente lo stesso impatto.

Il bianco e nero è presente negli abiti di scena e nelle componenti della scenografia, come le lenzuola del letto, ad esempio, che a volte sono bianche e a volte nere.

Noi, i due protagonisti, siamo immersi in una camera da letto tutta bianca mentre il mio personaggio racconta fatti già svolti e la lapidarietà brechtiana in cui li narra, aveva bisogno a mio parere  di questa scelta declinata  in bianco e nero.

Quale personaggio è stato più difficile vestire?

Sicuramente Marlene, innanzi tutto perché è un personaggio femminile, e quindi più lontano da me, e poi in quanto personaggio definito e reale e simbolo di un mito cinematografico immortale… La cosa più difficile di Marlene? Attaccarmi le ciglia finte! Per scherzo lo dico sempre nelle interviste. Ma non è tanto per scherzo poi, perché è difficilissimo, almeno per me!

Altra cosa che dico sempre è che Marlene l’ho avuta sempre per casa, come se fosse una vecchia zia, ed era li, attraverso l’ascolto dei dischi che andavo a comprare insieme a quelli di Patty Pravo e Gianni Morandi fin da adolescente, e attraverso i suoi film che, fin da ragazzino, ho amato da subito. Non potevo che regalarle un omaggio teatrale.

A detta di tutti, poi, dopo dieci minuti di spettacolo il personaggio appare così reale che ci si dimentica che ad interpretarlo sia un uomo e si ha la sensazione di vedere lei, la diva, in persona. Gli  spettatori che vengono poi a salutarmi in camerino dopo la rappresentazione hanno sempre nei miei confronti una forma di rispetto reverenziale  come se stessero salutando la vera Marlene. Anche i personaggi famosi che ho avuto il piacere di avere in platea.

Le soddisfazioni più grandi: la foto con dedica (a Riccardo superba Marlene) di Brigitte Bardot, la frequentazione con Ursula Andress, che si è definita una mia fan, l’incontro con Valentina Cortese che mi ha detto: “So tutto di te e della tua Marlene!”, la telefonata che Renzo Arbore che mi ha fatto un giorno per complimentarsi: “Pronto sono Renzo Arbore!” Sì ed io Josephine Baker! Invece era proprio lui! E non ultima, la foto che Pierre e Gilles mi hanno fatto nel loro studio di Parigi.

Riccardo che abbandona nella vita quotidiana i suoi personaggi, lo fa in maniera sofferta o liberatoria?

Bella domanda, purtroppo ultimamente diciamo che “me la suono e me la canto”, infatti scelgo io i personaggi e mi scrivo i testi, quindi, convivendo con un mio personaggio a lungo, poi mi dispiace lasciarlo, e questo vale sia per Mr. Ward che per  Marlene, ma anche per gli spettacoli così detti  “minori” come il ‘Diario di Adamo ed Eva’ oppure ‘Lo spettacolo comincia con Carosello’ oppure ‘Il bello non è più di moda’ (anche lì affiancato da Igor Petrotto e che segnò l’inizio della nostra collaborazione artistica rinnovata ora con Mr Ward).

Siamo arrivati fino all’ultimo tuo progetto e cioè Kassandra.

Sono sempre un po’ restio ad accettare ruoli en travesti, però Pino Tierno che si occupa del Festival di Drammaturgia  Spagnola, che si tiene ogni anno a Roma, mi ha proposto questa Kassandra che ho trovato invece interessante: un testo di autore uruguaiano, ma scritto in un inglese maccheronico, perché il personaggio è un travestito migrante che si trova in un paese straniero parlando  quel poco che sa in inglese, con delle incursioni in Omero, dichiarando che la sua famiglia è formata da Achille, Ecuba, Clitemnestra, ecc. Celando così dietro la mitologia la sua disarmante solitudine e il senso profondo di inadeguatezza che prova.

Concludiamo qui l’incontro aspettando di vedere Riccardo Castangari presto sulle scene, magari proprio con una serie di date su Kassandra.

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