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Il cono di luce

di

Data

Mi sedetti di fronte a lui per caso, ammesso che si possa definire casuale il fatto di scegliere, in una tavolata di venti amici, proprio la sedia che fronteggiava l’unico viso sconosciuto della serata.

Mi sedetti di fronte a lui per caso, ammesso che si possa definire casuale il fatto di scegliere, in una tavolata di venti amici, proprio la sedia che fronteggiava l’unico viso sconosciuto della serata. Di norma, essendo timida, avrei preso posto accanto a qualcuno  col quale la conversazione fosse già collaudata, invece, quella volta, sgusciai fra i corpi che si accalcavano intorno al lungo tavolo e occupai una sedia senza preoccuparmi di trovare il salvagente di turno.

Lui alzò appena lo sguardo, giusto il tempo di un ciao distratto, poi riprese a parlare col suo vicino mentre io, dopo aver acceso una sigaretta, mi scoprii a studiare i tratti della sua faccia come se, ciondolando per le sale di un museo, mi fossi imbattuta all’improvviso in un quadro di straordinaria intensità, una di quelle opere che ti catturano gli occhi e che non puoi fare a meno di scandagliare nel tentativo di memorizzare ogni dettaglio per portarlo via con te e non dimenticarlo mai più.

Eppure di straordinario non aveva nulla: capelli lunghi, biondi e spettinati, occhi chiari, lineamenti regolari, guance mal rasate, un corpo esile e un che di trasandato che poteva dare l’idea di un uomo molto sicuro di sé ma anche di una persona non del tutto pulita. E ciò nonostante, dopo qualche istante, il suo aspetto mi era diventato così familiare e caro che avvertii quasi un dolore fisico.

Ero talmente persa in questa contemplazione che, quando smise di parlare col vicino e mi guardò sorridendo, sobbalzai.

“Scusami”, disse, tendendomi la mano. “ Sono Pietro.”

“Livia”, risposi, stringendogliela. Aveva una presa forte e asciutta.

Cominciammo a chiacchierare, e intanto il cameriere raccolse le ordinazioni, e poi arrivò il vino, che mi versò facendosi strada fra i bicchieri, le bottiglie e le candele. Dietro quella barriera fragile e luminosa il suo viso era sempre più mio.

Pietro era uno di quei rari esemplari maschili che fanno domande e sono interessati anche alle risposte. Così, in modo fluido e tranquillo, ci raccontammo di noi: i film che avevamo visto, i libri e i dischi che amavamo, il suo lavoro di ricercatore all’università, il mio di redattrice in una casa editrice. Ogni tanto un commensale si inseriva nel discorso, ma qualcosa faceva sì che dopo un paio di battute si ritirasse, lasciandoci soli nel nostro cono di luce. Mi sentivo bene, rilassata, a mio agio. Le sue attenzioni mi lusingavano e le mie nei suoi confronti sortivano lo stesso effetto, se potevo dar credito al linguaggio dei corpi, entrambi protesi in avanti, accaldati, in cerca.

Un solo argomento non fu neppure sfiorato: lui non mi chiese se avevo qualcuno, io non gli chiesi  se avesse qualcuna.

Ma io avevo qualcuno, qualcuno che non aveva voluto venire alla cena e che mi aspettava a casa, qualcuno che amavo e che mi amava, qualcuno del quale non avrei mai voluto tradire la fiducia, e questo pensiero, via via che la serata andava avanti, cominciava ad affacciarsi sempre più spesso alla mente. Lo respingevo con fermezza, sicura della mia fedeltà, eppure non potevo non accorgermi che nello sguardo di Pietro si stava materializzando un invito e che quell’invito aveva su di me un effetto imprevisto. Osservavo le sue mani che versavano il vino e avrei voluto che mi accarezzassero, che diventassero parte della mia pelle. Ascoltavo la sua voce, di cui ormai conoscevo ogni intonazione, e avrei voluto che non smettesse mai di parlare. Avrei voluto tutto di lui, e all’improvviso mi resi conto che quella sera non sarei tornata a casa, ma lo avrei seguito dovunque avesse voluto portarmi, con buona pace di chi mi stava aspettando.

Il cameriere servì il secondo e Pietro gli chiese un’altra bottiglia di vino, con la quale si riempì il bicchiere. Registrai di sfuggita che il mio era ancora a metà, mentre il suo era stato vuotato più volte nell’ultima mezz’ora, e non potei fare a meno di chiedermi con una punta di ansia se tutto l’alcol che stava ingurgitando non avrebbe influito negativamente sulle sue prestazioni. Avevo appena deciso di andare a letto con quell’uomo e non volevo assistere a un fallimento.

Scacciai dalla mente quel pensiero molesto e riprendemmo a parlare, a mangiare, a corteggiarci, appagati dalla certezza che ci sarebbe stato un dopo ed eccitati dall’attesa. Ormai gli sguardi erano espliciti, spudorati, e le voci erano scese di tono. Adesso le mani si sfioravano spesso sulla tovaglia e nessuno dei due faceva il gesto di ritrarle. I discorsi si frammentarono in frasi complici che non seguivano più un filo logico. Eravamo due cavalli che correvano affiancati: non importava chi andava più veloce, importava solo raggiungere insieme il traguardo.

Poi Pietro ordinò una wodka. La inghiottì in un solo sorso, con la stessa tracotanza di un cowboy nel saloon di un western, e si asciugò la bocca col dorso della mano. Il suo gesto  non mi piacque. Mi sembrò un’esibizione volgare di virilità e sentii una fitta di disagio alla quale però, subito, si sovrappose lo stupore di constatare che quell’accenno di rozzezza aumentava il mio desiderio di lui. Il pensiero andò alla persona che mi aspettava a casa, e sebbene il senso di colpa mordesse, per la prima volta la sua presenza  nella mia vita assunse una sfumatura di prevedibilità, un lievo sentore di noia: nessuna volgarità, da quella parte, mai, nessun cedimento che potesse incrinare l’armonia.

Riportai lo sguardo su Pietro: stava chiamando il cameriere per il secondo giro. Questa volta, prima di bere, mi porse il bicchiere e mi chiese se davvero non ne volevo un po’. Detestavo la wodka, mi infiammava lo stomaco, eppure accettai, paga di appoggiare le labbra dove poi le avrebbe appoggiate lui e anche di mettermi di nuovo alla prova: tutto, quella sera, era una sfida e io volevo continuare a raccogliere il guanto.

Dopo aver bevuto un sorso, gli ripassai il bicchiere e involontariamente lo rovesciai. La piccola pozza trasparente che si formò sulla tovaglia era abbastanza innocente da non meritare altro che una veloce scusa da parte mia, ma Pietro dovette interpretarla altrimenti, perché mi afferrò il polso con violenza e sibilò:

“Stronza.”

Lo guardai incredula. Era davvero arrabbiato e per un attimo pensai che mi avrebbe picchiato.

“Ehi”, dissi, “ ti ho chiesto scusa. E’ solo un po’ di wodka.”

Per tutta risposta lui mi strinse ancora più forte il polso.

“Mi fai male”, mormorai, cercando di sottrarmi alla presa. “Lasciami andare.”

Pietro aprì le dita di scatto e rovesciò la testa all’indietro scoppiando in una gran risata, come se avesse voluto farmi uno scherzo.

Risi anch’io. E mentre ridevo pensavo: Mi scoperai nel parcheggio o aspetterai di essere in un letto? Mi bacerai o mi prenderai a schiaffi? Nessuno mi ha mai scopata in un parcheggio né mi ha schiaffeggiata, e anche se ho paura di te vorrei che tu lo facessi, che facessi di me tutto quello che vuoi, senza chiedermi il permesso, senza preoccuparti della doccia e della barba lunga, senza fare domande e cercare risposte.

Fu faticosissimo staccarmi da quella fantasia: per un attimo avevo dato corpo a ciò che stavo inseguendo confusamente da tre ore e ne avevo assorbito tutta la potenza, qualcosa che non sapevo di possedere e che mi rendeva irriconoscibile ai miei stessi occhi. Ma volevo davvero andare avanti? Era un lancio senza paracadute e probabilmente una strada senza ritorno. Ancora una volta pensai a chi stava aspettando che riprendessi il mio posto accanto a lui e lo odiai, perché mi amava e per come mi amava. Lo odiai perché mi stava costringendo a scegliere, mentre io volevo tutto e sapevo che non era possibile.

“Andiamo?” propose Pietro.

“Sì”, risposi.

Ci avviammo verso l’uscita senza sfiorarci, ma la percezione del suo corpo che si muoveva accanto al mio era così forte che cominciai a tremare. Nel tentativo di mascherare la tensione rovistai dentro la borsa in cerca delle sigarette e la borsa mi scivolò dalla spalla e cadde a terra rovesciando il  contenuto sul pavimento. Mi chinai per recuperare le mie cose, e sebbene mi maledicessi, ero convinta che quel gesto così goffo lo avrebbe intenerito, che si sarebbe accucciato accanto a me per aiutarmi. Non lo fece.

Quando mi rialzai e lo guardai, ancora in cerca di un cenno di solidarietà,  andai a sbattere contro due occhi che non avevano nulla di compassionevole.

“Allora sei davvero stronza”, commentò, cattivo.

Un pugno nello stomaco sarebbe stato meno devastante di quelle parole, eppure non riuscivo ad arrendermi e aspettai che si mettesse a ridere come aveva fatto per la wodka, ma la risata non arrivò. Allora, e solo allora, in quel silenzio carico di disprezzo, l’incantesimo si ruppe.

“Vaffanculo”, dissi.

Raggiunsi la macchina e misi in moto. Il cervello riusciva ad articolare un solo concetto: Voglio andare a casa. Uscii dal parcheggio e premetti l’acceleratore: Voglio andare a casa. Subito.

Un quarto d’ora dopo ero davanti al portone. Guardai la pulsantiera illuminata, i nostri cognomi affiancati, e mi sembrò di leggere un epitaffio. Poi guardai in alto, verso le nostre finestre: erano illuminate, mi aveva aspettato sveglio. In quel momento mi accorsi che la sua devozione m’intristiva ormai senza nessuna speranza.

Voltai le spalle e me ne andai.

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