La signora nuda del quadro

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Appena il pittore uscì dallo studio, la signora nuda nel quadro si alzò dal logoro divano rosso dov’era distesa e si guardò intorno. Nella stanza c’era poca luce e poco mobilio, piuttosto misero.

Appena il pittore uscì dallo studio, la signora nuda nel quadro si alzò dal logoro divano rosso dov’era distesa e si guardò intorno. Nella stanza c’era poca luce e poco mobilio, piuttosto misero. Solo un caminetto spento sulla parete di sinistra e una libreria in legno vuota e malmessa su quella di destra. Dietro di lei, invece, un tavolaccio con sopra una mela raggrinzita infilzata da un coltello, e vicino, poggiato al muro, uno grosso specchio incrinato in più punti. La signora si avvicinò proprio a quest’ultimo, e appena si vide, i suoi occhi si fecero sgomenti. Era vecchia, e bruttissima. Il volto pieno di rughe, le pupille di un azzurro sbiadito e acquoso, il sesso ricoperto da una folta ed eccessiva peluria grigia, i denti per lo più gialli e consumati, i capelli bianchi e radi, il corpo scheletrico, e i seni e ogni centimetro della sua pelle raggrinziti e cadenti. Con orrore pensò subito al giorno in cui sarebbe stata esposta in qualche galleria d’arte: gli sguardi schifati, le risa cattive, i commenti disgustati di tutte le persone che l’avrebbero vista. Un brutale desiderio di vendetta verso colui che l’aveva disegnata in quel modo le riempì il cuore in un attimo, e così, senza pensarci due volte, si avvicinò al tavolaccio, sfilò il coltello dalla mela, e con un salto uscì dal quadro.
Notò subito, con ancor più invidia ed ira, che lo studio del pittore era ben diverso da quella specie di tugurio nel quale lui l’aveva messa. Grande, con un grosso lampadario in cristallo al centro del soffitto, finestre ovunque, luminoso, librerie piene di volumi, bellissimi quadri sparsi sulle pareti e una quantità infinita di tavolozze e pennelli buttati a terra. E poi, alle sue spalle, il treppiedi con sopra il dipinto senza più lei dentro. Si era appena incantata a fissarlo con profondo odio, quando il rumore della maniglia della porta che girava la ridestò.
– Eccolo che torna… il grande artista – digrignò fra i denti marci, aumentando la stretta sul manico del coltello e andando a nascondersi dietro una poltrona poco distante.

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