Il commissario Ralph e le malattie imbarazzanti

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“Dottore, sicuro che non ho nulla, nessun crollo melonopatico del battito, nessun affanno aleonitico, nessun aumento della pressione ipetrofea?!?”; Ralph era nello studio del suo medico di base, per il suo classico controllo sanitario mensile,

“Dottore, sicuro che non ho nulla, nessun crollo melonopatico del battito, nessun affanno aleonitico, nessun aumento della pressione ipetrofea?!?”; Ralph era nello studio del suo medico di base, per il suo classico controllo sanitario mensile, sempre convinto di essere malato come il nonno morto di Moliere; “commissario, si fidi di me, e non dica paroloni senza senso che avrà imparato in qualche trasmissione televisiva: lei sta benissimo, è sano come una trota d’allevamento”, lo rassicurava il cardiologo; “dottore, io ho paura di avere qualche malattia imbarazzante, come il buopene o il piede di palombo”; “mi scusi commissario ma che malattie sarebbero queste?!”; “ma si, le ho viste in una trasmissione televisiva. Il buopene provoca la crescita del pene in maniera smisurata, e il malato inizia a mungere e gli spuntano le corna”; “ok, questa malattia non esiste, e poi al limite inizia a muggire, no a mungere. Poi l’altra malattia mi diceva?”; “il piede di palombo, non lo conosce?: i piedi cominciano a diventare come quelli di un uccello, e quando meno te l’aspetti fai un balzo e inizi a volare e a cagare sulle auto in sosta vietata e sui poliziotti”, “no, anche questa malattia non esiste. Stia tranquillo commissario, la prego”, “ok, ma posso giusto sentirmi la schiena con il suo stetoscopio? Grazie”; il medico acconsentì, cosicché il commissario potesse rasserenarsi e autoconvincersi. Ralph indossò lo stetoscopio e proprio in quel momento… “driiiinnn”; un suono terribile gli invase le orecchie e il cervello gli schizzò fuori dal naso, rimbalzò sul pavimento e rientrò dall’orecchio sinistro; “commissarioooo, mi senteeeeee”; la voce di Sciplini risuonava nella testa di Ralph in maniera invereconda, e il commissariò si tolse subito lo stetoscopio, che finì per avvolgersi intorno alla sua gola quasi a strozzarlo. Appena prima che esalasse l’ultimo respiro, e quando già gridava “Eloi, Eloi, lema sabactàni?”, che vuol dire “Dio mio, Dio mio, perché mia hai abbandonato”, il buon medico lo liberò, tagliando con un bisturi lo strato di gomma dello stetoscopio e recedendogli involontariamente l’aorta. “Sciplini… sì, Clinica Villa Penelope Diamantini, vicino villa Torlonia. Arrivo”. Ralph scese dallo studio del cardiologo mantenendosi l’aorta on dello scotch e in sella alla sua ‘600 volò verso Villa Penelope Diamantini. “Corro come un pazzo, verso una clinica mantenendomi l’aorta con il nastro adesivo. Sono proprio un pazzo. Mi vedesse mia madre morirebbe dallo spavento. Vabbè che lei è già morta”.

Il commissario giunse alla clinica, situata alle spalle di Villa Massimo, sulla Nomentana. Lo accolse Sciplini: “venga commissario, le faccio conoscere il dottor Trocchia, il direttore sanitario della struttura. Le descriverà l’incresciosa situazione ivi accadente”; “Scilpini, perché parli così? Ti sei ficcato un vocabolario su per il culo?”; “ma no commissario, e che appena entrato qui ho contratto la Leopardite, una malattia che ti fa la favella degna di un aulico sparviero”; “ok Sciplini, la smetta di parlare come Leopardo da Vinci e vediamo di capire qual è il problema”. Ralph fu introdotto all’ufficio del dottor Trocchia che stava…dormendo in piedi sulla sua poltrona con in mano una lampadina. “Dottore…dottor Trocchia!”; “si eccomi, scusate, stavo avvitando una lampadina che mi si era fulminata e mi sono addormentato. Sa, soffro di Narcolessia, mi addormento di colpo…lo so, non è il massimo per il capo di una clinica, ma non è qui il luogo adatto per curare queste malattie? Comunque, venga, le faccio vedere una cosa”. Ralph fu portato in un magazzino, che sembrava un gigantesco monumento alla polvere, dove vi erano poche sedie a rotelle, qualche flebo e altri pochi attrezzi medici; “veda commissario, qui prima era tutto pieno di sedie, barelle, lettini. Ogni giorno sparisce qualche aggeggio. E la cosa più importante è che io so chi è stato”. “Perfetto! Rechiamoci ordunque ad arrestare i vili malfattori”; “Sciplini, smettila di parlare così e frena i tuoi ardenti spiriti giustizionalisti. Dobbiamo capire se ci sono delle prove! Mi spieghi dottor Trocchia”; “appunto, per quello l’ho chiamata commissario. Io le avevo beccate in flagranza di reato, ma quando stavo per catturarle ho visto una barella…e mi sono addormentato. Comunque queste sono le loro schede professionali. Sono la signora Filippa Filippona e la signora Filippetta Filippuccia, due infermiere”. “Che nomi der cazzo” disse Sciplini guarendo di colpo.

“Allora dottor Trocchia, ho un’idea – prese le redini Ralph –, dobbiamo entrare nello spogliatoio delle infermiere, apriamo i loro armadietti e cerchiamo di prendere qualche informazione. Solo che per fare questo ci dobbiamo travestire da infermiere per passare inosservati…”; dopo pochi minuti Ralph e Sciplini indossarono un camice bianco, con un cappello di cartone e le caviglie pelose in bella mostra. Ralph aveva inizialmente acconsentito a togliersi suo malgrado anche l’impermeabile, ma poi aveva deciso di indossarlo sotto il camice. Sciplini invece aveva su solo le mutande. Mentre i nostri due eroi frugavano negli spogliatoi, Trocchia avrebbe fatto la guardia per evitare che entrasse qualcuno e li cogliesse sul fatto.
Ralph e Sciplini aspettarono la notte, ed entrarono nello spogliatoio delle infermiere, vuoto a quell’ora. Iniziarono a frugare negli armadi di Filippa e Filippetta. Inizialmente non trovarono nulla di particolare, fino a che lo sguardo di Ralph cadde su un oggetto che sarebbe potuto essere molto utile: un cellulare. “Ecco, sul cellulare troveremo sicuramente indizi della loro attività criminale. Prendiamolo e analizziamolo”; in quel momento si sentirono dei passi. “Perdinci, si stanno ivi recando due donzelle”, disse Sciplini riammalandosi mentre guardava dallo spioncino della porta; “ma come è possibile, Trocchia non ha visto nulla?”; “e no, sta oziando con la testa immessa nel secchio della spazzatura”, “porcaccia miseria, faccia presto, prima che entrino le infermiere. Prenda il cellulare e lo infili da qualche parte”; “ma dove?!?”; “veda lei, si sbrighi”. Entrarono le due infermiere, e dalle foto sembravano proprio Filippa e Filippetta: “salve” disse Ralph, “salve, risposero le due ragazze in coro. Sciplini non proferì parola.

“Dottor Trocchia, si svegli abbiamo il cellulare di una delle ladre!”; “bene, dove è?”; “dove è il cellulare Sciplini?”; “l’ho deglutito”; “prego?!?” dissero in coro Trocchia e Ralph, “l’ho tracannato, ingerito, ingoiato. Me lo so’ magnato!”; “Scilpini, che diamine, ma in tasca non poteva metterlo!?!”; “ma che ne so io se ‘ste divise hanno gli scomparti adatti a tale scopo, e quindi ho fatto la prima cosa intelligente che mi veniva in mente”; “adesso dottor Trocchia come facciamo a recuperarlo?!?”; “Un lassativo dovrebbe funzionzzzzz…” “dottor Trocchiaaaaa…si è addormentato!” “o me misero, o me tapino, quale avverso destino le nobili tessitrici del fato hanno ordito…”.

Sciplini e Ralph entrarono nella sala medicinali; “quale sarà il lassativo adatto secondo lei commissario?”, “ummm, non saprei. Provi questo: CAGOSOT. Mi sembra perfetto. Su ne prenda un po’. No, una goccia è poco, su Sciplini, deve liberarsi tutto il colon, altrimenti non si riesce a vedere nulla. Ecco, ancora…”; Ralph saltò alla gola di Sciplini e gli versò l’intero flacone di CAGOSOT direttamente in gola. Sciplini corse immediatamente nel bagno dove rimase circa 24 ore. Ne uscì quindi la notte del giorno successivo, ornato da un viso con un colorito ectoplasmatico e i pantaloni che non gli si reggevano più per quanto era dimagrito. Quando Sciplini uscì dal bagno, Trocchia e Ralph in coro “Allora? Questo cellulare?” Niente commissario, non è uscito niente a parte una valanga di…” il dottor Trocchia si addormentò. “Dottoreeeee! il CAGOSOT non ha funzionato! Che facciamo?” urlò Ralph. “Procediamo con il crisma opaco” disse nel sonno Trocchia; “il prisma opaco?” disse Ralph”; “credo abbia detto cresima opaca” disse Sciplini. “Crisma opaco!” precisò il dottore svegliandosi. “Su commissario noi entriamo nella sala di controllo, mentre lei Sciplini entri nella camera radiologica. Noi aldilà del vetro le daremo le indicazioni da seguire”.

“Allorra – riprese la situazione in mano Trocchia – adesso Sciplini si spogli nudo e si infili la vestaglia…” Sciplini, non capendo una beneamata cippa, si infilò la vestaglia sulla testa a modo di turbante, mostrandosi nudo come una sardina. “Sciplini, non così”; “Va bene anche così, facciamo presto”, si innervosì Ralph. “Allora non fa niente – ricominciò Trocchia – si infili quella sonda che ha lì sulla sinistra nel retto. La suddetta sonda si aprirà come un ombrellino e le sputerà dentro dello iodio, così che potremo lanciare la radiazioni e vedere dove è finito questo cellulare.” “Dottore, ma…” “Su, non faccia storie, lo so che è poco delicato.”
Il contatto dello iodio con le condutture di Sciplini e lo stimolo della sonda che sfregava sul deretano furono però devastanti. Vi fu un’esplosione che distrusse l’intera ala nord della clinica e Sciplinì volò in aria come un fuoco d’artificio precipitando nei dintorni di Urbino. Ralph e Trocchia furono ricoperti da detriti e calcinacci, e si ripararono sotto una scrivania di metallo. Trocchia per l’emozione si addormentò. Ralph svenne, ma si riprese sentendo uno squillo di un cellulare: era il famigerato telefono che avevano recuperato nello spogliatoio, e che in qualche modo era meglio non analizzare, era uscito dal corpo di Sciplini: “pronto? Filippa? Sono Filippuccia, ma che diamine è successo?!? Su, approfittiamo della confusione ed andiamo a prenderci qualche sedia a rotelle e qualche catetere”, “ecco la confessione che volevo: Filippa e Filippuccia, siete in arresto”.
Filippa e Filippuccia, vestite di bianco, si consegnarono al commissario con la testa bassa e senza opporre resistenza. “Mi sembrate due brave ragazze – le interrogò Ralph – perché vi siete rese protagoniste di un atto così infamante come rubare delle attrezzature utili a dei malati?”. Le due rimasero in silenzio per un po’. Poi Filippuccia alzò la sua testa bionda e parlò: “abbiamo perso tanti soldi al casinò e dovevamo recuperare. Avevamo dei debiti. Io ho puntato tutti i miei averi sulla roulotte, maledetto 4 rosso”; “io invece – intervenne Filippa mostrando i suoi occhi verdi – ho perso tutto con il black block jack, maledetto 4 rosso”.
Ralph fece salire le due ragazze sulla sua auto per portarle in caserma, e si caricò anche Trocchia come testimone, anche se in realtà dormiva dal momento dell’esplosione; “possiamo passare dalle vostre case, così prendete le vostre cose, dove devo andare?”; “guardi commissario, ci porti alle Terme di Caracalla, dove sta’ l’Angelo Mai, lo conosce?”. Ralph non aveva creduto alle parole delle due infermiere, che tutto sembravano fuorché ladre e giocatrici seriali, ed aveva la sensazione che si fossero consegnate a lui come per coprire qualcosa o qualcuno. E con uno dei suoi proverbiali espedienti cercò dunque di capire qualcosa in più.

Le accompagnò alle spalle dell’Angelo Mai e le fece scendere dall’auto: “vi aspetto qui. Fate presto però, e non tradite la mia fiducia mi raccomando”. Ralph aspettò che le due infermiere si allontanassero appena e le seguì. Le ragazze entrarono in un capannone, alle spalle del centro sociale occupato, e lui entrò pedinandole, nascondendosi nel suo impermeabile. Appena entrò nel fabbricato una cacca gli colpì il capo: era un uomo volante malato di piede di palombo! Poi guardò meglio il corridoio: era pieno di persone afflitte da buopene, di gente che parlava come Sciplini, di uomini che si addormentavano di colpo. Ralph capì: era un ospedale clandestino dove si curavano le malattie imbarazzanti e le ragazze rubavano il materiale medico dalla ricca clinica romana per portarlo in quell’ospedale così particolare: un ospedale clandestino. Le ragazze quando poi avevano capito di essere spacciate si erano consegnate a lui per evitare di coinvolgere l’intero ospedale clandestino. Dietro Ralph sbucò Trocchia, sveglio come non mai. Le due infermiere stavano tornando indietro. Ralph le vide da lontano, girò le spalle e uscì da solo dal capannone. Anche Trocchia rimase lì.

Ralph rientrò a casa e dal quadro la madre lo squadrò preoccupato: “Ralphuccio, che succede, non ti senti bene? Hai qualche malattia di cui ti imbarazzi?”, “no mamma, non mi imbarazzo per le malattie, mi imbarazzo per chi dice di essere sano, ma sano non è”. Chiuse la porta della sua camera e andò a dormire.

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