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Creature Simili: “Mentre il Punk urlava fuori, il Dark urlava dentro”

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Che cosa ha significato essere dark a Milano, negli anni ’80? Lo spiegano Simone Tosoni, docente e ricercatore in Sociologia presso l’Università Cattolica di Milano, ed Emanuela Zuccalà, giornalista e scrittrice, nel libro “Creature Simili.

Che cosa ha significato essere dark a Milano, negli anni ’80? Lo spiegano Simone Tosoni, docente e ricercatore in Sociologia presso l’Università Cattolica di Milano, ed Emanuela Zuccalà, giornalista e scrittrice, nel libro “Creature Simili. Il dark a Milano negli anni ’80”, Agenzia X. Loro c’erano, e si sente! A di là dell’analisi sociologica, il libro è vivo, ricco di foto e interviste a coloro che hanno contribuito a creare la scena, testimonianze di vita vissuta che ci portano alla scoperta di un’epoca e di una cultura che si differenziava dal mainstream creando un’identità collettiva fatta di abiti neri, immaginario oscuro, contaminazioni letterarie, coscienza politica e ribellione.  Ho fatto due chiacchiere con gli autori, in attesa di incontrarli di nuovo sabato sera per la presentazione del libro alla Saponeria di Roma.

 Da dove è nato il desiderio di scrivere questo saggio?

Il desiderio di scrivere questo il libro credo che ce lo portassimo dietro tutti e due da un bel po’: anche se negli anni ‘80 abbiamo vissuto l’appartenenza alla subcultura che raccontiamo nel libro in modo abbastanza defilato (eravamo quelli che chiamiamo “dark isolati di provincia”), è stata per noi un’esperienza importante, che ha lasciato il segno su quello che siamo stati e che siamo. Avevamo quindi una gran voglia di tornare a riflettere su quegli anni, per capire che cosa fosse successo, che senso avesse avuto quell’esperienza. A queste motivazioni personali aggiungi anche un interesse accademico: io mi occupo di sociologia della cultura, e in Italia  – a differenza dell’Inghilterra, ad esempio – non c’è mai stata una grandissima attenzione per le controculture giovanili, e praticamente nessuna per quella goth – o dark, come si chiamava da noi. In sostanza, c’era un buco da riempire. A darci però la spinta finale è stata una mostra fotografica intitolata “We Were Werewolves”, tenuta al Mono di Milano, di fotografie di quegli anni. Siamo partiti proprio da lì per lavorare al libro: Dave, che è uno dei proprietari del locale, è anche uno dei nostri intervistati, e ci ha collaborato attivamente alle prime fasi del libro.

Come avete scelto il titolo?

Volevamo evitare di usare la parola “dark” nel titolo, perché si tratta di un’etichetta che in quegli anni non piaceva a nessuno. L’abbiamo usata solo nel sottotitolo, giusto per far capire di cosa parla il libro. Quando abbiamo sentito i nostri intervistati parlarci delle Creature Simili, un collettivo che rappresentava l’anima più politicizzata del post-punk milanese e un punto di riferimento fondamentale per il dark milanese, il nome ci è piaciuto subito tantissimo, e abbiamo deciso di usarlo come titolo. Ma ovviamente nel libro chiariamo come “creature Simili” e dark non siano sinonimi.

Cosa significava essere parte di una subcultura giovanile nella Milano da bere degli anni ’80?

Questa è una domanda a cui faccio fatica a risponderti in poche righe! Nel libro, cerchiamo di farlo in quasi trecento pagine, e nella prima versione del lavoro, che ha fatto saltare il nostro editore sulla sedia, le pagine era addirittura quattrocentocinquanta! Diciamo questo: non ha significato per tutti la stessa cosa. Ha avuto sfumature diverse a seconda del giro cui si apparteneva, e alla generazione di riferimento: un conto è affacciarsi nell’ambiente nella prima metà degli anni ’80, e un conto è arrivarci più tardi. Allo stesso modo, un conto è appartenere al giro dei locali e delle discoteche, un conto è essere un dark isolato di provincia, e un conto è frequentare il giro delle Creature Simili, anche se tra tutti questi circuiti c’è ovviamente circolazione e scambio. In tutti i casi però, si è trattato di cercare un modo di darsi una forma che non fosse omologata ai modelli di identità e ai valori che venivano proposti nella fase del riflusso e dell’edonismo casereccio degli anni ’80.

Ha ancora senso nel 2014 parlare di subculture?

Per molti antropologi e sociologi non più, o almeno non in quel modo. Oggi si fa fatica a riconoscere un’unica monolitica cultura dominante rispetto alla quale essere “sub” o “contro”. Anche i modi di appartenere sono cambiati: abbiamo appartenenze fluide, multiple, temporanee. Diciamo che quello che resta è la necessità critica di prendere le distanze rispetto a valori e identità in cui non ci riconosciamo. Le strategie per farlo sono però tutte da inventare. Come è giusto che sia.

Avete fatto numerose presentazioni in giro per l’Italia, l’ultima sarà sabato 6 alla Saponeria di Roma. Com’è di solito l’accoglienza del pubblico?

E’ ottima, per questo continuiamo a farle. E’ ottima innanzitutto e ovviamente nei luoghi ancora legati a questa subcultura, dove siamo sempre seguiti con attenzione e partecipazione: la gente si riconosce anche se viveva ben lontano da Milano. Continuiamo a ricevere mail da tutta Italia dove i nostri lettori ci raccontano di come la lettura del libro sia stata emozionante, e qualche volta addirittura un po’ dolorosa. Siamo però rimasti sorpresi anche dall’accoglienza in ambienti che non hanno niente a che vedere con il giro dark: mi ricordo in particolare della presentazione che abbiamo fatto l’anno scorso al Festival di Tropea, dove avevamo una platea composta soprattutto di ragazzini di dodici, tredici, quattordici anni, che certo non potevano riconoscersi nel dark, ma che sicuramente si sono riconosciuti nell’esigenza che ci stava dietro, quella di non omologarsi a ciò in cui non si crede. E la stessa cosa si è ripetuta quest’anno ad Ostuni, dove il pubblico era decisamente più adulto.

Come vi siete trovati a scrivere questo saggio a quattro mani?

Benissimo. Emanuela è una macchina da guerra e abbiamo competenze che si integrano perfettamente. Poi siamo amici da sempre, quindi sapevo che collaborare con lei sarebbe stata una garanzia.

Pensate di continuare la collaborazione?

Sì, anche se non sappiamo né come né quando. Siamo tutti e due molto impegnati, e trovare un’altra finestra di tempo per ripetere l’esperimento non sarà facile, ma contiamo di farlo. Abbiamo già diverse idee in proposito: ci è piaciuta questa idea di restituire la parola a persone che a loro tempo facevano storcere il naso a chiunque li incontrasse, e chiedere a questi emarginati di raccontare di sé e della propria vita. Vorremmo ora lavorare su altre persone che fanno storcere invariabilmente il naso, e che sono sostanzialmente emarginati da tutti: gli “zingari”.

A chi è indirizzato questo libro?

Ovviamente, a chi ancora si riconosce in queste sensibilità, a qualunque generazione appartenga. Ma anche a chiunque abbia la curiosità di capire un po’ più da vicino cosa abbia significato quella subcultura.

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